Lavoro

Salario minimo, di cosa stiamo parlando

ll segretario del Pd, Matteo Renzi, propone di istituire per legge una paga-base di 9-10 euro l’ora. Ma i sindacati e le imprese non lo appoggiano

occupazione femminile

Andrea Telara

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Un salario minimo di 9-10 euro all’ora per tutti i lavoratori. E’ la proposta lanciata dal segretario del Pd, Matteo Renzi, nella campagna elettorale per le prossime consultazioni politiche del 4 marzo. Ma di cosa parla di preciso Renzi?

Il salario minimo è una paga-base, espressa in genere in termini orari, che per legge deve essere riconosciuta ai lavoratori. Un'azienda che dà a un dipendente una retribuzione inferiore al salario minimo, viola dunque una norma dello stato. Introducendo questa forma di tutela, secondo i sostenitori della proposta di Renzi, si eviterebbero tante forme di sfruttamento del lavoro.

Non a caso, proprio per contrastare lo sfruttamento del lavoro, il salario minimo esiste nella maggior parte dei paesi europei. In Francia, Olanda e Belgio si aggira sui 9 euro circa all'ora. In Germania, invece, la paga base è stata adottata soltanto negli ultimi anni ed è fissata sopra gli 8,5 euro l'ora.

Norma accantonata

Anche nel Jobs Act, l'ultima riforma del lavoro del governo Renzi c’era una disposizione che prevedeva di istituire il salario minimo (la somma ipotizzata a suo tempo era di 6-7 euro l'ora). La norma doveva però essere attuata attraverso una legge-delega e un successivo decreto  di attuazione, che è stato però accantonato a data da destinarsi ed è finito poi nel dimenticatoio.

L’introduzione del salario minimo è saltata soprattutto per una ragione: nel nostro Paese, il compito di fissare i compensi per i dipendenti spetta da sempre ai contratti collettivi nazionali, firmati periodicamente dalle imprese e dai sindacati in ogni singolo settore. Anche in altre nazioni dove la contrattazione collettiva ha una grande tradizione (per esempio in Austria, in Danimarca e Svezia) non esiste una paga-base garantita per legge.


Sindacati contrari (o scettici)

Pure i sindacati italiani hanno mostrato negli anni scorsi una certa contrarietà al salario minimo poiché indebolirebbe notevolmente il ruolo della contrattazione collettiva nel nostro Paese. Se la paga-base viene stabilita dalla legge (a un livello inevitabilmente inferiore al salario minimo fissato da molti accordi collettivi di categoria), c'è infatti il rischio che alcune aziende cerchino di liberarsi dei vincoli del contratto nazionale, per poi pagare meno i propri dipendenti senza però violare la legge.

Per ragioni diverse, anche alcuni economisti sono contrari al salario minimo perché, se fissato su livelli troppo alti o inadeguati, potrebbe portare a delle rigidità del costo del lavoro che impedirebbero poi alle aziende di avere delle politiche retributive flessibili.

Già oggi, infatti, ben l’85% dei lavoratori è comunque tutelato dai contratti collettivi nazionali, dove i salari sono adeguati alle specifiche esigenze di ogni settore. Perché dunque dovrebbe essere il Parlamento a sostituirsi ai sindacati e alle imprese nel compito di fissare la paga di chi lavora?

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