Lavoro

Pensioni, perché gli immigrati ci servono (purché regolari)

Le polemiche tra Salvini e il presidente dell’Inps Boeri sui lavoratori stranieri e il sistema previdenziale. Ecco qualche numero sul fenomeno

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Andrea Telara

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“Gli immigrati ci servono per pagare le pensioni”. Parola del presidente dell’Inps Tito Boeri, che il 4 luglio ha fatto alcune esternazioni capaci di lasciare dietro di sé un lungo strascico di polemiche. Il vicepremier e ministro dell’interno Matteo Salvini, le cui idee sull’immigrazione sono ben note, vorrebbe dargli il ben servito. Stesso discorso per Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che ha chiesto a stretto giro le dimissioni di Boeri, colpevole di uscire spesso dal seminato e dire cose che non gli competono. 

Ma è vero o no, come dice il presidente dell’Inps, che abbiamo bisogno di immigrati per pagare le pensioni? A giudicare dai numeri si direbbe di sì, purché venga specificato un dettaglio importante: devono essere lavoratori stranieri regolari, che pagano i contributi fino all’ultimo centesimo. 

Lo hanno sottolineato pure  tre ricercatori specializzati negli studi sul welfare ed editorialisti de Lavoce.info: Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin, che hanno raccolto un po’ di dati su quanto pesano nel bilancio dell’Inps i contributi pagati dalla popolazione immigrata. 

I numeri 

Oggi i di lavoratori stranieri sono 2,4 milioni e versano all’Inps oltre 10 miliardi di euro all’anno (i dati sono aggiornati al 2015 ma oggi non sono probabilmente molto diversi). Di tutt’altro tenore le cifre sul fronte opposto, cioè quello delle uscite dell’Inps. Su 16 milioni di pensionati, sottolineano i tre ricercatori,  “gli stranieri sono circa 130 mila, meno dell’1% del totale, per un costo complessivo di circa 800 milioni di euro”.

Gli immigrati come categoria, insomma, pagano attualmente al sistema previdenziale italiano 9 miliardi in più di quello che ricevono come prestazioni. Va ricordato che il nostro sistema  pensionistico funziona con un meccanismo che viene definito dagli addetti ai lavori “a ripartizione”: ciò significa che i contributi versati da chi oggi è ancora in attività servono materialmente per pagare gli assegni Inps di chi si è già messo a riposo. 

Poiché l’età media dei lavoratori stranieri è bassa (33 anni contro i 45 anni della popolazione italiana) possiamo dire che i loro contributo a tenere in piedi il sistema previdenziale è notevole. Come già ricordato, deve appunto trattarsi di immigrati regolari, con un lavoro e uno stipendio a norma di legge e non in nero come purtroppo capita non di rado di vedere in Italia (non solo per gli stranieri ma anche per molti i nostri connazionali).  

Contributi a vuoto

Ci sono infine altri due aspetti da considerare per i quali avere tanti lavoratori stranieri regolari non è affatto un danno per l’Inps, anzi. In primo luogo, ci sono molti immigrati che, pur avendo versato dei contributi all’istituto della previdenza, non riescono a raggiungere l’anzianità minima di servizio di 20 anni che dà diritto alla pensione e dunque non ottengono alcun tipo di trattamento economico. Il che è vero soprattutto per chi si è trasferito nel nostro paese in età avanzata. 

Inoltre, Di Pasquale, Stuppini e Tronchin evidenziano un ulteriore dato: ci sono  migliaia di immigrati che sono rientrati nel paese di origine senza presentare la domanda di pensionamento, pur avendone i requisiti.  Addirittura l’Inps ha calcolato che negli ultimi anni gli immigrati abbiano lasciato nelle casse dell’istituto circa 3 miliardi di euro di contributi versati, per prestazioni cui avrebbero avuto diritto se fossero ancora nel nostro Paese. Sono soldi rimasti nel bilancio dell’Inps, insomma, disponibili per pagare le pensioni di tutti, italiani e stranieri, nessuno escluso. 



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