Foodora, i bikers e il bisogno di nuove regole sul lavoro

Perché il caso dell'azienda di servizio a domicilio ha aperto un grande tema: adeguare la legislazione alla Gig Economy

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Due rider per le strade di Milano – Credits: Foodora

Cristiano Cominotto

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Il caso Foodora, tanto discusso in questi giorni, è l’occasione per ridare voce a un tema che è emerso già da qualche anno, e cioè di come si debbano disciplinare i nuovi lavori scaturiti dalla sharing economy.

Il tema generale al quale è possibile fare riferimento parte da una domanda: l’evoluzione tecnologica legata alla sharing economy sta causando un aumento della precarizzazione dei posti di lavoro?

Abbiamo citato il caso di Foodora, ma quello di Uber è un altro esempio lampante di quelli che sono i lavori legati alla sharing economy, la cosiddetta Gig economy o “economia dei lavoretti”.
Penso sia indubbio che vi sia un problema di regolamentazione. Con Foodora, Uber, ma anche con tutti i numerosi player esistenti e per i loro collaboratori, il lavoro sta cambiando, ma le norme che lo regolamentano non sono ancora al passo con queste evoluzioni.

Cosa è successo

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire cosa sia il caso Foodora.

Foodora è una startup tedesca, nata nel 2014, la quale si occupa di consegnare cibo a domicilio entro 30 minuti dall’ordine. In Italia la startup è presente a Torino e a Milano, ma opera in diversi Paesi nel mondo.

Il caso è scaturito dalle proteste di alcuni collaboratori che denunciavano le condizioni di lavoro imposte dalla società. I “bikers” addetti alle consegne hanno infatti denunciato come il loro rapporto di lavoro, pur essendo loro di fatto dei liberi professionisti assunti con un co.co.co., abbia invece le peculiarità per essere considerato un rapporto di lavoro dipendente.

Gli amministratori di Foodora hanno, in estrema sintesi, risposto che “di fatto la startup, … è una generatrice di opportunità soprattutto per i giovani, nella maggior parte studenti, che possono gestirsi la collaborazione con totale flessibilità“ e che quello dei fattorini non deve essere inteso come un lavoro vero e proprio ma più come un modo per coniugare la passione per la bici, con l’opportunità di avere qualche entrata.

Il nodo è quindi proprio su come considerare questo tipo di rapporti di lavoro. I bikers di Foodora sono lavoratori dipendenti o lavoratori autonomi? Questa non è una domanda di poco conto, perché un lavoratore dipendente gode di tutele decisamente superiori rispetto a quelle previste per un lavoratore autonomo.

Le norme prevedono che, affinchè si possa riconoscere un rapporto di lavoro subordinato, si debba poter dimostrare la eterosubordinazione del lavoratore, ovvero il proprio riconoscimento all’interno di un organigramma preciso e definito, oltre al fatto di essere sottoposti a direttive dal datore di lavoro e da orari definiti e concordati.

Il precedente

Per onore di cronaca, è corretto ricordare che è già stata espressa una sentenza di primo grado sul caso specifico. Sentenza nella quale i fattorini di Foodora coinvolti non sono stati considerati dei lavoratori dipendenti. È molto probabile che a questa sentenza seguiranno altri gradi di giudizio, ma se dovesse essere confermata, possiamo affermare che il modello Foodora potrebbe deregolamentare il mercato del lavoro italiano, rendendo quest’ultimo estremamente più flessibile.

Credo che dovremmo metterci nell’ottica che questo potrebbe essere il futuro. Ora siamo ancora abituati a pensare a stipendio, protezione, tutele e impiego a tempo pieno. Ma questo potrebbe cambiare e anche velocemente. Quello che servirebbe, sarebbe creare un nuovo contratto che tuteli e regolamenti queste nuove modalità di lavoro.

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