(Yves Normann, Pool Afp, Getty Images)
Economia

I segreti economici dei Paesi del Nord Europa che non vogliono il Recovery Fund

Olanda, Austria, paesi scandinavi sono i freni alla proposta franco-tedesca. Ma, pur con i conti in ordine, hanno degli scheletri nell'armadio, tra fisco e versamenti alle casse della UE

E' uno scontro vecchio come la nascita stessa dell'Unione Europea quello tra i cosiddetti Paesi del nord, cioè ricchi, e quelli del Sud, come Italia, Grecia e Spagna. Uno scontro di culturale ma soprattutto economico che a causa dell'emergenza Covid 19 e della proposta di Recovery Fund avanzata dall'asse Parigi-Berlino è arrivato, forse, al capitolo finale.

In pratica gli stati più ricchi (in questo caso Austria, Danimarca, Svezia, Norvegia e Olanda) non vogliono destinare i famosi 500 mld a fondo perso verso i paesi maggiormente colpiti dall'epidemia senza garanzie, senza doverli restituire e farsi carico così delle necessità (e dei debiti) dei più poveri senza garanzia di guadagnarci qualcosa.

Cos'è il Recovery Fund e come funziona

Fino a pochi mesi fa capofila di questa linea di pensiero totalmente ostile all'ipotesi di prestiti a fondo perduto era la ricca Germania, ma Angela Merkel ha capito che, questa volta, c'è poco da fare la voce grossa e per la sua stessa sopravvivenza la UE deve prima tirare fuori dalla palude tutti gli altri. Per questo e solo per questo la Merkel ha stretto la mano a Macron mettendo la sua firma sulla proposta di un fondo perduto da 500 miliardi a vantaggio dei paesi più colpiti dal Covid-19, il Recovery Fund da distribuire in maniera proporzionale alle necessità nazionali, ma da ripagare allo stesso modo da tutti e 27 gli Stati Membri che in questa maniera sarebbero parimenti responsabili prima dell'emissione e poi del saldo di un debito comune.

Certo gli interessi economici che può avere la Germania nei confronti di Italia, Spagna o Francia sono ben diversi da quelli della piccola Austria o della Norvegia e per questo gli altri big del fronte frugali sono rimasti sulle loro posizioni.

Intanto è bene sottolineare che i cosiddetti stati frugali sono quelle nazioni ha, a livello europeo, hanno un reddito lordo pro capite maggiore e sono sempre stati: Germania (54.560 dollari PPA); Olanda (56.890 dollari PPA); Danimarca (56.410 dollari PPA) e Svezia (54.038 dollari PPA), assieme a loro c'era anche la Gran Bretagna fresca di Brexit. Proprio su pressione dell'Inghilterra nel 1984 i frugali avevano chiesto e ottenuto di poter usufruire del cosiddetto Rebate, ovvero di uno "sconto" sul quanto, in proporzione alla loro ricchezza, avrebbero dovuto versare nelle casse dell'Unione. Questo sconto aveva senso d'esistere perché di fatto i frugali utilizzavano meno degli altri i benefit del sostegno europeo (dall'Erasmus al fondo per la ricerca, dagli aiuti all'agricoltura a quelli alle imprese) e quindi chiedevano indietro i contributi non goduti. Per intenderci la Germania grazie al Rebate ha ricevuto un rimborso di 2 miliardi di euro.

Chiaro quindi che, se gli altri stati membri, chiedono ai big della ricca Europa del nord di farsi carico della loro crisi, i fanatici dei conti in regola storcono il naso anche perché il più delle volte (soprattutto nel caso degli scandinavi) si tratta di Paesi dove per stare bene e con i conti in regola si pagano una quantità di tasse davvero elevata. La Danimarca, ritenuta dal punto di vista del welfare, il paradiso in terra ha tra le tassazioni più alte in Europa con l'IVA al 25%. I redditi pro capite sono tassati in maniera progressiva al guadagno e la Danimarca è il primo Paese in UE per rapporto tra gettito fiscale e Pil ed è pari al 46,7% seguita da Svezia, 43,9% e Norvegia, 39%.

Sono valori nettamente superiori alla media OCSE che si ferma al 34,2% ancora molto al di sopra della media USA del 24,3%. Quel che accade è che a fronte di un grande investimento di spesa pubblica, ottimi stipendi, servizi eccellenti sul fronte sanità, scuola e famiglia gli scandinavi pagano fior di tasse. Ma questa ricchezza in che proporzione finisce nelle casse dell'UE?Ogni Paese contribuisce al bilancio settennale dell'Unione in maniera proporzionale al Pil interno e, dopo la Brexit, è stato necessario riassestare l'apporto complessivo degli Stati membri alle casse dell'Unione. Nei prossimi sette anni, ad esempio, la Germania passerà da un versamento annuale di 25,4 miliardi a una media di 34,7. L'Olanda da 5 miliardi a 7,67 all'anno. L'Austria da 3 a 4,08, la Svezia da 3,43 a 4,92 e la Danimarca da 2,36 a 3,12. Dall'altra parte della barricata ci sono la Spagna che dai 10,1 miliardi attuali passerà a 11,9, la Francia che volerà dai 20,4 a 22,4 e l'Italia che sarà il terzo contributore Ue, con un esborso annuale di 15,2 miliardi contro i 14,9 attuali.

Questi i numeri, ma a guardare le percentuali rispetto alle ricchezze nazionali si scopre che finora la Germania ha contribuito al bilancio Ue con una spesa pari allo 0,78% della sua ricchezza, l'Olanda ancora di meno appena lo 0,67% (la quota più bassa in assoluto),l'Austria solo per lo 0,79% e la Danimarca per lo 0,78%. Italia, Francia e Spagna (sempre per citare i big) hanno versato finora una quota tra lo 0,85% e lo 0,86%. E persino Paesi che hanno pagato la forte crisi negli anni passati, come Grecia e Portogallo, hanno quote di contribuzione decisamente più alte di Berlino e Amsterdam.

Ora, nel momento in cui l'Europa chiede sacrifici ed equità a chi, conti alla mano, ha sempre dato di meno, questi girano le spalle pur avendo sempre approfittato dei benefici che l'Europa unita ha concesso loro. Si pensi all'Austria che con un'aliquota unitaria sulle imprese al 25% ha sempre attratto gli imprenditori dall'estero diventando una delle business location più ambite d'Europa. Non solo: il ministro austriaco Sebastian Kurz ha fatto del "abbassiamo le tasse" il suo mantra politico e ora la prospettiva di non poter mantenere le promesse elettorali per andare dietro all'Europa in ginocchio gli fanno tremare le mani senza capire che se l'Europa cade anche lui finisce nel baratro privato della possibilità di attuare quella riduzione del carico fiscale dell'imposta sul reddito che vorrebbe portare dal 25% al 20%. Kurz ha, infatti, garantito che per ottenere l'abbassamento delle tasse non avrebbe toccato il deficit e come potrebbe giustificare ai suoi elettori il fatto del doversi far carico di un debito di tutta l'Unione. Il Pil austriaco corre felice con una crescita superiore al 2% e una disoccupazione che è sotto al 5%, una landa felice in un'Europa in difficoltà.

Per non parlare poi di quello che accede in Olanda il cui sistema tributario viene eufemisticamente definito "disinvolto" e grazie alla libera circolazione di merci e capitali l'Olanda è uno dei paradisi fiscali d'Europa accanto a Irlanda Lussemburgo e Cipro visto le bassissime aliquote sugli utili che attirano le multinazionali – soprattutto nel settore digital - spinte verso quella che viene definita "ottimizzazione fiscale" che altro non è se non elusione al Fisco nazionale visto che l'abbattimento delle somme realmente versate all'erario avviene tramite stratagemmi che godono dei vantaggi dell'Europa unita senza prendersi carico degli oneri.

In sostanza Amsterdam ha i conti in ordine perché, negli anni, ha assorbito entrate e investimenti ingenti grazie a una legislazione fin troppo disinvolta che ha usufruito del cosiddetto sistema check the box che altro non è se non un elegante meccanismo di scatole cinesi dove i capitali passano da un paese all'altro entrando puliti ed uscendone ancora più puliti.

Il 27 maggio la linea dell'esecutivo comunitario sarà quella di proporre alla Commissione un Recovery fund da 1000 miliardi con un compromesso tra prestiti a fondo perduto e sovvenzioni le cui concessioni saranno vincolate a uno stretto legame con le riforme e il fondo per la ripresa potrebbe trasformarsi in un mix tra sovvenzioni, crediti agevolati e prestiti a lunga durata con il rischio che, a conti fatti, il Recovery fund finisca per essere un Mes truccato bene.

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