gasdotto
(Ansa)
gasdotto
Economia

Se oggi ci mancasse il gas russo ci sarebbe il razionamento (per le aziende)

Cosa accadrebbe all'Italia se Mosca chiudesse i rubinetti come con Polonia e Bulgaria? Torlizzi: «Ci sarebbero problemi nel 2022 e pagherebbero le imprese energivore». Serve una politica energetica di mercato e senza freni, anche ambientali.

Cosa accadrebbe se la Russia, come già avvenuto per Bulgaria e Polonia, dovesse fermare le forniture di gas a tutti i “Paesi ostili”, tra i quali figura anche l’Italia? Questo scenario si fa sempre più probabile, anche perché la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ribadito che i pagamenti del gas in rubli rappresentano una violazione delle sanzioni e ha annunciato una “risposta immediata” a quelle che ha definito le “provocazioni” di Mosca.

Se venisse davvero a mancare del tutto il gas di Mosca a rischiare sono soprattutto Germania e Italia: la prima dipende dalla Russia per 43 miliardi di metri cubi, equivalenti al 51% del suo import, la seconda per 29 miliardi di metri cubi, ovvero il 40% del gas totale che importa. “Da qui a fine anno il nostro Paese dovrà fare i conti con un ammanco di 10 miliardi di metri cubi di gas”, spiega a Panorama.it Gianclaudio Torlizzi, , fondatore di TCommodity. “A quel punto l’unica strada è il razionamento: soprattutto i settori industriali energivori avranno dei limiti di consumo. Il razionamento alle famiglie sarebbe l’extrema ratio, è più probabile che si arrivi appunto a una riduzione dei consumi per le aziende energivore”.

Il governo, sottolinea Torlizzi, “si è mosso molto rapidamente” attraverso gli accordi con Algeria, Angola e Congo, ma le forniture aggiuntive “non arriveranno fino al 2023 e quindi si avrà un problema serio per altri 12 mesi abbondanti. Da Mosca arrivano 2,5 miliardi di metri cubi di gas al mese, quindi va calcolato un minore afflusso di 10 miliardi di metri cubi da qui a fine anno”. Tra le soluzioni c’è la riapertura delle centrali a carbone, che però pone diversi interrogativi rispetto alla sostenibilità ambientale: per Torlizzi, tuttavia, “sarà necessario riaprirle, perché la sicurezza energetica va ben al di là delle preoccupazioni ambientali”.

La situazione è molto complessa, tanto che, secondo l’esperto, “si spera che da qui si possa sviluppare un dibattito sulla reale opportunità di applicare sanzioni su un Paese produttore di materie prime in un contesto simile. È una scelta politica, ma se siamo in guerra come possiamo non aspettarci ritorsioni sul fronte energetico?” Le ripercussioni saranno pesanti per tutta Europa e al momento un piano preciso per farvi fronte non c’è. “L’import annuale di gas dalla Russia verso l’Ue è di circa 155 miliardi di metri cubi di gas, via tubo o liquefatto, quindi da rigassificare. È possibile rimpiazzarne circa 70, attraverso maggiori forniture da Usa, Norvegia, Africa, ma comunque ne mancano 85 all’appello. Non c’è un piano”. Inoltre, aggiunge Torlizzi, “la probabile interruzione delle forniture da Mosca andrà a compromettere il ristoccaggio per il prossimo inverno. L’Italia in questo momento dispone di scorte intorno al 38%, dieci punti più della media europea che è al 28%, ma se si dovessero interrompere i flussi dalla Russia si arriverà all’inverno con scorte molto basse. I prezzi saliranno in maniera impetuosa e anche la disponibilità diminuirà: si fanno così più forti i venti di una recessione in Europa”.

Da parte sua il Copasir, nella relazione sulle conseguenze per la sicurezza energetica del conflitto Russia-Ucraina, ha scritto che “la prima risorsa da privilegiare, in un'ottica di cambio della provenienza del gas, è il Gnl (gas naturale liquefatto, ndr) e conseguentemente la capacità di rigassificazione del Paese”. Gli Stati Uniti, ha spiegato il comitato, “diventeranno il primo fornitore di gas naturale dell'Unione Europea”, per quello che è stato definito “un cambiamento epocale nel mercato dell'energia e all'interno degli stessi equilibri geopolitici”. I prossimi due anni, prosegue la relazione “saranno decisivi: dovremo sopperire a maggiori costi per famiglie e imprese, nella prospettiva europea e con adeguate risorse anche nazionali. Si tratta di misure necessarie perché la guerra in Ucraina non è una parentesi ma una svolta nella storia”.

Per Torlizzi la relazione “evidenzia il fatto che la guerra in Ucraina è uno spartiacque di lungo termine. Da qui deve partire una serie di riflessioni dal punto di vista energetico e industriale: si configura sempre più il processo di decoupling in cui il blocco dell’Occidente, che rappresenta le democrazie liberali, si distanzierà sempre più dal blocco dell’Est, che comprende la Russia ma anche la Cina. Un processo del genere comporta necessariamente un approccio di politica fiscale totalmente diversa rispetto a quella a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni. Se fino a poco fa si pensava che l’apertura dei commerci fosse il nostro faro su cui basare le politiche eco del futuro, in realtà con questo processo il contesto cambia radicalmente”. Le nuove politiche economiche, osserva Torlizzi, saranno basate su “protezionismo e chiusura rispetto al blocco dell’Est che ha però dalla sua un grande vantaggio competitivo, che è il controllo delle materie prime e logistica. A differenza di quanto accadeva durante la prima guerra fredda è difficile operare un contrasto in questo senso, e per questo sanzionare Mosca è così complicato. Le politiche che adotteremo nei prossimi cinque anni determineranno lo scenario dei prossimi cinquant’anni”.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti