Economia

Chi è Gabriele Gravina, l'uomo che dovrà risollevare il calcio italiano

Candidato unico per la presidenza Figc. Il profilo e le sue idee: rating, riforma della giustizia sportiva, campionati snelli e... l'Europeo 2028

Gabriele Gravina presidente Figc chi è programma

Giovanni Capuano

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Gabriele Gravina, classe 1953, imprenditore e dirigente sportivo dal 2015 presidente della Lega Pro (Serie C) è l'uomo che dovrà risollevare le sorti del calcio italiano. Candidato unico nelle elezioni per la poltrona di numero uno della Figc in programma il 22 ottobre dopo aver coagulato intorno a sè quel consenso mancato nei mesi politicamente febbrili e drammatici del post-eliminazione dal Mondiale e del commissariamento.

Lo hanno voluto quasi tutti in maniera trasversale. Anche i presidente della Serie A, la Confindustria del calcio che da sola fattura l'86% del valore di produzione di tutto il movimento (2,9 su 3,3 miliardi di euro) e che è confluita sul suo nome rassegnandosi a non cercarne un altro dopo aver ipotizzato l'affascinante idea di un ritorno di Massimo Moratti nel pallone italiano.

A gennaio aveva dovuto fare un passo indietro nel confronto con il capo dei Dilettanti, Cosimo Sibilia. Incapaci di fare sintesi o, come poi ha ammesso lo stesso Gravina, convinti della necessità di un commissariamento del Coni per rimettere ordine alle faide interne a una federazione uscita stremata dallo choc della mancata qualificazione al Mondiale di Russia 2018.

Ha lavorato quasi un anno per coagulare sulla sua proposta il consenso più largo possibile. Davanti a sè un impegno lungo solo un biennio prima di tornare al voto per cercare di dare alla governance della Figc quella continuità mancata nell'ultimo periodo: dalle dimissioni di Abete (giugno 2014) in poi si sono succeduti Tavecchio e il commissario Fabbricini con in mezzo tre tornate elettorali.

Gabriele Gravina presidente Figc chi è programma

Il programma di Gabriele Gravina - 9 ottobre 2018 – Credits: tratto da www.Figc.it

Chi è Gabriele Gravina

Originario della Puglia (tarantino di Castellaneta), Gravina è entrato nel mondo del calcio da imprenditore negli anni Ottanta con il suo Castel di Sangro dei sogni: cinque promozioni fino alla Serie B per un paesino da cinquemila abitanti che mai avrebbe potuto stare nel pallone che conta.

Una bella favola uscita dai confini dello Stivale e raccontata anche all'estero. Il riscatto della provincia contro le metropoli, un modello che ha fatto da traino alla scalata politica del suo artefice: prima consigliere di Lega Pro, poi consigliere Figc e, infine, capo delegazione nelle spedizioni della nostra Under 21 nei grandi tornei internazionali degli anni Duemila.

Laureato in giurisprudenza, docente nei corsi di Management Sportivo e Organizzazione e gestione di eventi sportivi presso l'Università degli Studi di Teramo, Gravina è stato a lungo anche manager inserito nel mondo del credito.

Nel dicembre 2015 è diventato presidente della Lega Pro dopo gli anni di Macalli. Confermato un anno più tardi sbaragliando l'avversario (55 voti a 3 contro Alessandro Barilli) è diventato uno dei punti di riferimento del panorama politico del nostro pallone. Fino all'ultimo salto di qualità verso la presidenza di via Allegri a Roma.

Il programma di Gravina per la Figc

La vision di Gravina per il futuro del calcio italiano è scritta in un elegante programma di 60 pagine depositato in Figc insieme alla sua candidatura blindata. Un libro dei progetti (sogni?) in cui programmi tecnici e riflessioni di carattere economico si mischiano non senza legarsi ad alcune delle scelte fatte in passato.

Esempi? Le squadre B volute prima da Lotito, sposate da Tavecchio e realizzate con decreto dal sub-commissario Costacurta ma poi realizzate dalla sola Juventus con tutti gli altri a lamentarsi per tempistiche e modalità. Oppure i centri federali (ora Accademie federali) pallino già di Tavecchio ma con spazi non sufficienti.

E poi la battaglia per l'obbligatorietà di un'ora di calcio a scuola a settimana, l'assistenza ai club che vogliano dotarsi di nuovi impianti a partire dalla gestione del fund raising e nei rapporti con la burocrazia, il Club Italia strutturato come una normale società con consiglio d'amministrazione e referente unico (l'idea è Marotta ma il suo stipendio intorno ai 3 milioni di euro non è compatibile con le casse della Figc) e la riforma dei campionati.

Gravina sogna una Serie A e una Serie B a 20 squadre come area del professionismo. Una Serie C semi-professionista con tre gironi da 20 (60 squadre) e sotto il mondo dei dilettanti limitato a 162 club a fare da base della piramide in modo da ottimizzare le (poche) risorse a disposizione in un'epoca di tagli crescenti da parte del Coni.

La candidatura per l'Europeo 2028

Il calcio italiano è, però, soprattutto un sistema che non riesce a trovare il suo equilibrio finanziario. Brucia 427mila euro al giorno (dati Report Figc 2018), è indietro nelle infrastrutture e malgrado veda crescere i suoi ricavi (3,350 miliardi di euro nel 2016-2017) è sempre più legata al peso dei diritti tv e delle plusvalenze da calciomercato. I fondamentali, insomma, non sono solidi come servirebbe per poggiarvi sopra la rinascita sportiva del movimento.

Gravina si muove nel solco dei predecessori: rating per certificare la consistenza patrimoniale ed economica delle società così da evitare crisi e morie che hanno mutilato le serie maggiori negli ultimi anni, riforma della giustizia sportiva che ha dimostrato di non funzionare nella tragicomica estate 2018 (quella dei ripescaggi bloccati e finiti in mille rivoli di ricorsi) e ricerca dell'occasione per incentivare gli investimenti negli stadi.

L'idea, in continuità con quanto annunciato dal dg Uva a marzo e progettato da Tavecchio in precedenza, è quella di lanciare la candidatura italiana per l'Europeo del 2028. "Merita riflessione ponderata" si legge nel programma, dove si delinea che darebbe al sistema lo "spazio temporale utile" per attivare gli strumenti necessari a supportare la rivoluzione che deve metterci al pari con il resto d'Europa. In fondo anche altre nazioni hanno sfruttato il grande evento per portarsi nel futuro.

Infine il cavallo di battaglia dei presidenti della Serie A, stufi di versare oltre 800 miioni di euro di tasse all'anno (803 su un totale di 962 nell'anno fiscale 2015) e di non potersi sedere al tavolo della spartizione dei benefici dalla torta delle scommesse. Una partita da 1,2 miliardi di euro di raccolta sul solo massimo campionato (il 16,7% di un totale da 7,2 miliardi nel 2017) che ha generato complessivamente un contributo fiscale di 192 milioni in cui le società fanno solo la parte degli spettatori pur assumendosi il rischio d'impresa e senza veder tutelati i loro diritti di immagine e di marchio. Gravina non è il primo a provarci. Non è detto che sia l'uomo capace di aprire quel forziere.

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