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Trasporti: l'Italia non sa neanche spendere i miliardi europei

Possiamo contare su almeno 20 miliardi di euro di fondi Ue. Ma occorre cambiare passo e mentalità. Intervista al professor Mauro Cappello

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Annamaria Angelone

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"L'Italia può contare su almeno 20 miliardi di euro di fondi europei per i suoi trasporti. Ma occorre cambiare passo e dimostrare di saper spendere bene le risorse".

Così Mauro Cappello, esperto di fondi europei e docente alle università di Roma Tre e Trieste.

Che idea si è fatto del tragico crollo del ponte Morandi a Genova?
"Saranno le indagini ad accertare cause e responsabilità. Da ingegnere, posso solo dire che infrastrutture e materiali di decenni fa non sempre hanno la stessa adeguatezza degli attuali. Tanto più perché il trasporto non è lo stesso di allora.

Ci sarebbero stati fondi europei per quella struttura?
"Sì, ci sono tuttora. Il passaggio sul Polcevera fa parte di una delle cosiddette Ten, le reti di trasporto transeuropee. Precisamente, il corridoio Reno-Alpi che collega i grandi porti del nord Europa (Amsterdam - Rotterdam - Anversa) a Genova. L'Italia ha un progetto per la rete ferroviaria di quel tratto. Quella dei trasporti è stata una delle prime politiche europee".

È ancora così?
"Oggi, l'Ue contribuisce a finanziare le infrastrutture dei trasporti principalmente con tre strumenti: il Cef (Connecting Europe facility) Transport dedicato ai progetti infrastrutturali di interesse comune come i grandi corridoi europei, il Fondo di sviluppo regionale europeo (Fesr) e il Fondo europeo per gli investimenti strategici (Feis)".

Per quali interventi si possono usare queste risorse?
"Per realizzare nuovi progetti, rinnovare vecchie strutture, fare manutenzione ordinaria e straordinaria".

E quanti soldi ci sono?
"Per il periodo attuale, 2014-2020, su un totale di 645 miliardi la parte per i trasporti è di 71,1 miliardi. Ovviamente, per tutti i Paesi Ue".

Tanti o pochi?
"È ancora una cifra ragguardevole, ma molto meno di un tempo".

Perché?
"Il Fesr è nato per le infrastrutture dei trasporti e per le imprese. In passato, veniva usato solo per questo ma nell'ultimo settennio di programmazione gli obiettivi tematici di tale Fondo sono diventati 11 e per effetto delle nuove regole le infrastrutture prendono solo le briciole".

Un errore?
"Una scelta politica. Il Parlamento europeo ha voluto sostenere nuove sfide, per esempio l'economia verde. Una decisione rispettabile ma non prioritaria per quei Paesi, come l'Italia, che devono ammodernare, mettere in sicurezza o completare reti stradali, ferroviarie, aeroporti e porti".

Quindi?
"A Bruxelles la discussione per i fondi del periodo 2021-2027 è in pieno svolgimento. Il governo italiano farebbe bene a spingere per tornare alla versione originaria del Fesr".

Si potrebbe obiettare che l'Italia non ha speso bene i fondi europei in precedenza...
"Questo è vero. Sui trasporti, l'Italia ha perso il grande treno dei fondi del 2007-2013. Ci sarebbero stati perfino i soldi per costruire il fatidico ponte sullo Stretto. E invece li abbiamo dispersi in centinaia di progetti. Uno spreco che ci rende meno credibili".

Chi li ha spesi bene?
"Sicuramente, Spagna e Polonia. Madrid ha realizzato infrastrutture straordinarie nell'alta velocità. Peraltro, quando Bruxelles restituiva le somme anticipate, il governo spagnolo le reinvestiva negli stessi progetti, senza destinarle ad altri capitoli di spesa come è avvenuto in Italia. Però..."

Però?
"La vocazione dei fondi europei è ridurre o eliminare la distanza fra Paesi e regioni. Perciò, la battaglia a Bruxelles l'Italia deve farla comunque. Compresa quella per la "golden rule", ovvero scorporare gli investimenti in infrastrutture dai vincoli europei".

L'Italia, però, è tuttora inchiodata nella spesa dei fondi europei...
"Purtroppo sì. Restando ai soli trasporti, il programma operativo nazionale per infrastrutture del 2014-2020 dotato di 1,8 miliardi (di cui 1,3 miliardi dall'Ue) è fermo al 3 per cento: in pratica, abbiamo speso appena 60 milioni".

Lei ha gestito per 12 anni l'Audit di controllo di quattro programmi nazionali finanziati con fondi europei, perciò ha avuto un ampio osservatorio. Di chi è la responsabilità?
"Le cause sono molte. Mancata programmazione, progetti scarsi, incapacità o ignoranza di molti amministratori, eccesso di burocrazia, norme complicate da attuare. E un coordinamento che, invece di fare da cinghia di trasmissione fra enti locali e Bruxelles, non funziona".

In che senso?
"Mi limito a una semplice constatazione: al quarto anno di programmazione 2000-2006 l'Italia aveva speso il 16 per cento dei fondi europei a sua disposizione, al quarto anno del periodo 2007-2013 aveva speso appena il 7 per cento. Per questo, si corre ai ripari e nasce l'Agenzia di coesione: ben 180 dipendenti e quasi altrettanti consulenti esterni. Ma ora, nel quarto anno dei fondi 2014-2020, la spesa è scesa al 5 per cento".

Complessivamente, su quanti fondi europei potremmo contare per i nostri trasporti oggi?
"Il governo dovrebbe fare subito una ricognizione per vedere quante risorse sono ancora da assegnare e quante non sono impegnate in modo giuridicamente vincolante così da poter essere, se necessario, riprogrammate".

Calcolo a spanna?
"Dei 76 miliardi di euro disponibili per l'Italia nel 2014-2020, per i trasporti ci sono 1,8 miliardi di euro dal Fesr che salgono ad almeno 2,5 miliardi con il Cef (fra questi, 450 milioni per la Torino-Lione e 450 milioni per il tunnel del Brennero). Poi, abbiamo 17,86 miliardi dal fondo di sviluppo e coesione utilizzabili per infrastrutture. Infine, va verificato quanto dei 9 miliardi "salvati" dal periodo 2007-2013 può essere usato per i trasporti".

Stiamo parlando di più di 20 miliardi.
"Sì, ma bisogna vedere quanti sono 'cantierabili' subito. Servono monitoraggi costanti e un piano di interventi. E soprattutto un cambio di mentalità. Un esempio virtuoso è la legge presentata alla Regione Lazio dopo il terremoto di Amatrice dall'ex sindaco Sergio Pirozzi perché, per la prima volta, si basa sul principio della prevenzione". 


(Articolo pubblicato sul n° 36 di Panorama in edicola dal 23 agosto 2018 con il titolo "E non sappiamo spendere neanche i miliardi europei")


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