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Economia

Brexit: i motivi per il sì e i motivi per il no

Protezionismo, autonomia decisionale, Turchia, crisi dei migranti e riforme: questi i temi al centro del dibattito

La tragica morte di Jo Cox, parlamentare laburista di 41 anni impegnata nella campagna referendaria per il No alla Brexit, uccisa a Birstall, vicino a Leeds, con due colpi di arma da fuoco da un uomo di 52 anni convinto della necessità di sostenere il fronte di Britain First! trasferisce il dibattito sul referendum del prossimo 23 giugno su un'altra dimensione.

Le campagne referendarie di entrambi gli schieramenti sono state giustamente sospese per protestare contro l'esacerbarsi di un dibattito che si è via via concentrato più sulle emozioni e sulle difficoltà dell'Europa, crisi dei migranti inclusa, che sui contenuti. Eppure, quello su Brexit avrebbe dovuto essere un dibattito prettamente economico, un confronto sui vantaggi e svantaggi per il Regno Unito derivanti dal rimanere o meno all'interno dell'Unione Europea. 

Le ragioni del no

E' molto interessante notare come entrambi i fronti non abbiano una chiara affiliazione politica. Chi vorrebbe che il Regno Unito uscisse dall'Unione Europea sostiene anzitutto che questa membership costi troppo per il ritorno che è in grado di garantire. E per fare presa su cittadini sempre più stanchi di sentire parlare di austerity e sacrifici legati a crisi economica non ancora superata, la pagina principale del sito che appoggia la compagine del no mete bene in evidenza come "Le 350 mila sterline che il Regno Unito paga settimanalmente all'Unione europea potrebbero essere usate per costruire ospedali, assumere 8000 nuovi poliziotti e costruire 10 scuole".

A prescindere dal fatto che queste cifre siano esatte o meno, e secondo il Financial Times non lo sarebbero, il fronte del no ha cercato di ampliare il proprio consenso battendo sui punti su cui i cittadini britannici (e non solo) chiedono di essere rassicurati: crescita economica, ulteriori allargamenti dell'Unione da gestire (l'eventuale annessione della Turchia è da anni un problema difficile da risolvere per l'Europa), e la questione dei migranti e della condivisione delle responsabilità dell'accoglienza degli stessi. Come se non bastasse, il fronte del no ritiene anche che il Regno Unito sia a rischio di una vera propria invasione europea, da parte di cittadini alla disperata ricerca di un impiego che, inevitabilmente, stanno rendendo il mercato del lavoro britannico sempre più competitivo e inaccessibile.

Infine, i sostenitori del no sognano un'Inghilterra più libera di decidere come contrastare la concorrenza e come sostenere le aziende nazionali, piccole e grandi. 

Le ragioni del sì

Il vero punto debole della campagna che sostiene la permanenza del Regno Unito nell'Unione è l'incapacità di rispondere in maniera puntuale alla propaganga del fronte del no. Vero è che gli argomenti citati da questi ultimi sono molto più complicati di come si voglia far sembrare e quindi impossibili da sostenere con uno slogan.

Gli strascichi di una crisi economica che non è ancora stata superata, le conseguenze di una crisi migratoria che per essere risolta ha bisogno di essere affrontata in maniera collegiale, la frammentazione politica di quello che un tempo era un'Europa unita e proiettata verso ideali se non comuni quanto meno più condivisi non sono un problema solo britannico. Tuttavia, la complessità di tutte queste questioni ne rende più difficile la comprensione al pubblico, che invece tende a farsi facilmente infatuare da slogan come "cacciamo i migranti" o "chiudiamo le frontiere", ignorando il fatto che siano scelte impossibili da perseguire.

Allo stesso tempo, andrebbe riconosciuto al Premier David Cameron, leader del Partito Conservatore e del fronte del sì, di essere riuscito a negoziare con Bruxelles un accordo che ridefinisce in maniera sostanziale le relazioni tra Londra e l'Ue, lasciando alla prima un'autonomia decisionale enorme, proprio come sembrava chiedere il paese. Non necessariamente questo è un bene per l'Europa, ma di certo non si può negare che a livello pratico il fronte del sì abbia dato più peso ai fatti che alla propaganda.

Conseguenze per l'Europa

Oltre alle ragioni del sì e del no, vale la pena discutere anche le conseguenze di una eventuale Brexit. In un interessante articolo pubblicato da Il Sole 24 Ore, Adriana Cerretelli spiega come la permanenza del Regno Unito in Europa non farebbe altro che snaturare un'istituzione fondata su ideali di collaborazione e integrazione e che, da questo punto di vista, ha raggiunto risultati invidiabili

Il punto è questo: le concessioni che Bruxelles ha già fatto a Londra nel (disperato) tentativo di convincerla a non voltare le spalle all'Europa "non solo rendono reversibili conquiste europee fondamentali come il mercato unico, ma riconoscono, de jure oltre che di fatto, la superiorità di interessi e istituzioni nazionali rispetto a quelli europei". Ecco perché alcuni funzionari europei contattati dalla giornalista italiana hanno ammesso che, forse "se uscisse, la Gran Bretagna farebbe all'Unione un favore maggiore che se restasse, perché i negoziati che seguirebbero sarebbero più facili e lineari e l'integrazione del continente o comunque dell'eurozona potrebbero finalmente fare un balzo in avanti". Opinione certamente condivisibile, a patto che il resto dell'Europa dimostri di volere davvero continuare questo ambizioso progetto di integrazione, senza quindi sfruttare l'eventuale Brexit come scusa per giustificare altre uscite.  

Referendum come opportunità

Per Guy Verhofstadt, presidente del gruppo Alde del Parlamento europeo ed europeista di lungo corso, il referendum britannico rappresenta un'opportunità per l'Europa. Certo, sarebbe stato meglio evitarlo per non creare (qualora vincesse il fronte del no) un precedente comodissimo da cavalcare per tutti quei partiti che si stanno facendo strada nei parlamenti nazionali puntando il dito contro l'Europa e attribuendole la responsabilità per tutto quello che non funziona nel Vecchio Continente, ma visto che ormai siamo arrivati a questo punto, bisogna sperare che questa campagna pro e contro la Brexit dia uno scossone anche all'Europa e la costringa a realizzare quella ristrutturazione che si è sempre rifiutata di vedere come necessaria per la sua stessa sopravvivenza.

"Comunque vada dopo il referendum britannico del 23 giugno non si potrà continuare con il 'business as usual', non si potrà andare avanti a vivere, o meglio, vivacchiare, come fatto finora. Abbiamo sempre operato piccole riparazioni, isolate, quando andava fatta una ristrutturazione della casa a dodici stelle, ma il problema è che questa Europa non funziona", ha spiegato il parlamentare a La Stampa. O meglio, non funziona più, quindi meglio prenderne (finalmente) atto ed agire di conseguenza, senza perdere altro tempo. 

Per il leader liberale l'Unione può avere un futuro se abbandonerà il principio dell'unanimità e smetterà di concedere deroghe. Ma questo vuol dire anche rinunciare al Regno Unito, che ha appena ottenuto da Bruxelles una serie di concessioni importanti proprio per aumentare la crediilità e l'appeal del fronte del sì.  

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