Eni in Alaska: cosa cambia dopo l'ok degli USA

Regalo di Trump: la compagnia italiana è la prima a ottenere l'autorizzazione dopo lo stop voluto da Obama nel 2015

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La sede centrale del gruppo Eni a San Donato Milanese, il 27 ottobre 2017 – Credits: MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images

Massimo Morici

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Trump l'aveva promesso in campagna elettorale: gli USA torneranno al petrolio in grande stile. Il presidente tycoon strizzava l'occhio ai petrolieri texani, che fanno soldi a palate con lo shale oil, ma anche a tutti gli operatori (americani e non) del settore interessati a mettere le mani sull'oro nero nascosto sotto l'Oceano Artico. Compresa l'Eni.

La compagnia di San Donato è la prima società autorizzata a cercare il petrolio nelle acque dell'Alaska, dopo lo stop voluto dall'ex presidente Obama nel 2015. Il gruppo, guidato da Claudio Descalzi, potrà avviare le attività di estrazione, tramite la controllata americana, che ha ricevuto il via libera dal Bureau of Safety and Environmental Enforcement, dopo l'ok dello scorso luglio da parte di un'altra authority, il Bureau of Ocean Energy Management.

Le trivelle al Polo Nord

Eni quindi potrà azionare le trivelle, ma solo per attività di esplorazione, nelle acqui federali del mare di Beaufort, che è ghiacciato per gran parte dell'anno, tranne pochi mesi in estate, e solo in un tratto vicino alla costa (non più di 10 chilometri dalla riva).

In quell'area il cane a sei zampe già dispone di 18 pozzi di produzione sull'isola artificiale di Spy – meno di mezzo chilometro quadro unito alla terraferma da un oleodotto già in funzione da anni - e di impianti onshore che estraggono petrolio nei territori dell'Alaska.

Le proteste degli ambientalisti

A seguito della nuova politica dell'amministrazione Trump per massimizzare la produzione di petrolio, Eni, che non aveva smesso di operare con gli impianti sulla terra ferma, attivi dal 2011, lo scorso marzo ha presentato la sua richiesta per trivellare anche nell'Artico.

L'ipotesi di rivedere le trivelle in mare in azione ha scatenato però la protesta degli ambientalisti, che si oppongono alle perforazioni al Polo Nord: una probabile fuoriuscita di greggio potrebbe mettere a rischio la costa e la fauna artica.

Le operazioni in mare fatte in condizioni climatiche estreme sono infatti molto impegnative (la Royal Dutch Shell nel 2015 si è ritirata dalla zona dopo diversi incidenti e risultati deludenti) e utilizzano particolari tecniche per raggiungere i fondali. 

L'esperienza del cane a sei zampe

L'Eni, tuttavia, non è nuova a questo tipo di attività e può contare sull'esperienza di una piattaforma off-shore in Norvegia sempre a latitudini estreme. Inoltre, le perforazioni saranno effettuate in un tratto di mare in cui l'acqua è profonda un paio di metri e ciò dovrebbe limitare le difficoltà logistiche.

I lavori dovrebbero iniziare nelle prossime settimane e proseguire fino al 2019, ma solo in inverno, quando in zona ci sono meno balene e orsi polari. Le Ong ambientaliste americane, intanto, hanno fatto ricorso al tribunale.

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