Stephen Witt, 'Free' - La recensione
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Stephen Witt, 'Free' - La recensione
Cultura

Stephen Witt, 'Free' - La recensione

Il crollo dell'industria discografica sotto i colpi del primo crimine generazionale della storia: la pirateria informatica

Quando abbiamo scaricato per la prima volta un mp3 - gratis o a pagamento - stavamo scrivendo un pezzettino di storia dello show business. Si tira questa conclusione leggendo Free di Stephen Witt, documentatissima "non fiction" che racconta fasti e caduta dell'industria musicale come un'entusiasmante spy story. Con scrittura brillante e brillantemente tradotta da Vincenzo Latronico, questo autore all'esordio (laureato in matematica con un master in giornalismo e più di centomila mp3 nelle sue memorie) getta uno sguardo pieno di inquietudini dietro le quinte di una rivoluzione che si sta ancora compiendo: nei laboratori informatici e negli uffici delle multinazionali, ma anche nei touch dei nostri polpastrelli.

Free è un libro costruito in modo intelligente, una sceneggiatura tripartita. Segue cioè tre filoni di indagine che si intersecano lungo una trama. Dietro la musica e le nuove tecnologie esondano i vizi di sempre - fama, potere, denaro - dando vita infine a un torbido legal thriller. I tribunali però si popolano di identità nebulose. Persone o più spesso fantasmi affiliati a comunità virtuali simili a una setta gerarchica, fluida e dipendente dalla natura anonima delle interazioni on line, con cui la giustizia finirà per essere altrettanto fumosa e contraddittoria e in fondo "ingiusta", tirando su dalla rete i tipici banchi di pesci piccoli mentre gli hacker vengono scagionati da avvocati creativi.

Ma in fondo la giustizia stessa è una delle vittime degli incredibili paradossi che animano questo reportage, e uno su tutti: il gadget più onnipresente nella storia degli oggetti, l'ubiquo I-pod Apple, deve la sua immensa fortuna ai materiali piratati scaricati da milioni di consumatori. A loro volta, le playlist infinite compilate senza sborsare un soldo furono rese possibili dallo sviluppo di una tecnologia sofisticata costata anni di ricerche da parte delle migliori menti informatiche del mondo. La quale tecnologia però - osteggiata dai big di un'industria discografica arroccata sul proprio oligopolio - per divenire mainstream ha avuto bisogno di un manipolo di smanettoni clandestini e compulsivi ribattezzatisi la Scena, criminali di un reato che prima di loro non era mai esistito, i quali a un certo punto hanno cominciato a inondare il mercato dei contenuti per i quali quella tecnologia era stata pensata: i file mp3. L'esplosione di internet, i vuoti legislativi in materia di diritto d'autore, l'etica traballante dei downloaders hanno fatto il resto.

Ora, tutto ciò Karl Marx non avrebbe potuto prevederlo ma le menti più lungimiranti della fine del secolo scorso sì. Steve Jobs, certo, ma prima di lui un gruppo di ingegneri tedeschi capitanati da Karlheinz Brandenburg, il padre intellettuale dell'mp3. Il primo ramo di Free segue la genesi della rivoluzionaria tecnologia a partire dalle ricerche sulla psicoacustica negli anni Ottanta del secolo scorso. Il celebrato esordio del compact disc - il format che avrebbe continuato a ingrassare l'industria discografica per un ventennio dopo il pensionamento del vinile - conteneva in sé il codice del proprio fallimento. Secondo il mentore di Brandenburg, l'ingegner Dieter Seitzer, il Cd era composto di un'accozzaglia di dati irrilevanti, informaticamente parlando. I quali potevano essere scartati ("il cervello umano lo faceva già") arrivando a comprimere ogni file fino a un dodicesimo del suo peso.

Protagonista del secondo filone d'indagine è l'industria discografica impersonata da Doug Morris, potente manager a capo dell'impero Warner e poi della Universal-Vivendi, colui che per primo aveva intuito il potenziale commerciale del rap negli Stati Uniti mettendo sotto contratto una "cricca di malavitosi afroamericani", l'uomo capace di prosperare sui loro dividendi perfino quando la morte dell'album era ormai segnata da un pezzo, l'uomo da 10 milioni di dollari l'anno che a settant'anni, corteggiato da Steve Jobs, "si piegò" alla tecnologia diventando suo malgrado un innovatore con Vevo, rivoluzionario servizio di distribuzione dei videoclip on line in grado di garantire introiti (anche agli artisti) con la pubblicità.

Il terzo filone è dedicato alla pirateria e al boom della musica digitale, dagli albori del file sharing passando per Napster, Oink, i BitTorrent e Pirate Bay, fino a Spotify che ha segnato un'inversione di tendenza anche concettuale, separando nettamente l'ascolto dal possesso. Un'avventura ubriacante con decine e decine di comparse fra cui spicca Dell Glover, uscito di scena con l'accusa di avere nientemeno che ucciso l'industria discografica, cioè il datore di lavoro a cui trafugava i Cd per metterli in rete una settimana prima dell'uscita. A un certo punto, racconta Witt, Glover guadagnava duecentomila dollari l'anno, arrotondando con la pirateria il salario da operaio. Per esempio installava sistemi personalizzati di video on demand quando ancora Netflix non era stato nemmeno pensato.

Eppure Glover e la sua cricca, e giù fino ai milioni di downloaders mondiali, hanno sempre stentato a percepirsi come fuorilegge: perché? Negli anni Novanta, spiega Witt con un paragone pregnante, "la pirateria musicale divenne ciò che la sperimentazione con le droghe era stata negli anni Sessanta". Un magnete, un rito iniziatico, una sottocultura globale del baratto con un vago senso di rivincita contro le multinazionali. Ma, come racconta questo libro, nel pozzo della rete operava un'oscura organizzazione criminale. I veri a smenarci sono stati gli artisti e i dipendenti delle case discografiche. Quelli come Morris hanno continuato a guadagnare milioni anche negli anni di crisi. Come dire, se siamo tutti Free nel grande supermercato globale dell'intrattenimento, forse è ora di esercitare il diritto a un consumo consapevole.

Stephen Witt
Free
Einaudi
334 pp., 19 euro

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