Sgarbi, poco su mio padre
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Sgarbi, poco su mio padre
Cultura

Sgarbi, poco su mio padre

Un secolo di piccole e grandi storie raccontate dal genitore del critico d’arte in Lungo l’argine del tempo. Il figlio Vittorio ne firma la postfazione, di cui anticipiamo alcuni brani.

Mio padre è un altro. Forse non l’ho mai conosciuto bene. Era così diverso da me, per carattere, che l’ho sempre sentito distante. Svolgeva le funzioni di padre e manteneva l’autorità che corrisponde al suo amore per l’ordine e per le regole. Ho sempre pensato che questa dovesse essere la natura del padre. Si manifestava in alcuni principi generali e nel rispetto degli orari, nella vita quotidiana, soprattutto; come per il pranzo e per la cena che prevedevano compostezza e puntualità. Poi c’erano i principi, religiosi e umani. Il giovane ribelle che era in me, e poi rivoltoso, non poteva che contrastarli o vederli come un mondo lontano, antico. Già prima del Sessantotto, la mia generazione era quella delle inquietudini, manifestate dai cantanti: i Beatles, il ragazzo della via Gluck, Patty Pravo. A segnare la nostra distanza ci fu anche il periodo terribile del collegio, anzi la decisione di mio padre di mandarmi fuori casa per fortificare la mia educazione. Fu forse a partire di lì che siamo diventati sconosciuti, pur conservando fermi affetti.

Siamo sempre stati il padre e il figlio. Il collegamento lo teneva mia madre. Ed era affinità, simpatia, complicità. Mia madre stava con me. Mio padre era il passato, la storia, la tradizione. Ci univa, al di là delle idee, la passione per la letteratura. Lui me l’aveva trasmessa, in un arcipelago fatto dei libri della Bur, entrati a Ro al momento stesso della mia nascita, quindi tutti i classici possibili; ma anche di Céline, a lui suggerito, durante la guerra in Grecia, da Giorgio Chiesura Corona; di Anatole France; di Giuseppe Berto, rivoluzionario nel linguaggio de Il male oscuro; di Mario Tobino, con il suo Il figlio del farmacista (facile l’identificazione) e le poesie de L’asso di picche; oltre agli scrittori letti a scuola e da lui mandati a memoria, in una sorprendente attualità: Carducci, d’Annunzio, Pascoli, Dante, Leopardi. (...)

Tutto questo dura fino ai miei diciotto anni, e lì si ferma la nozione che ho di mio padre, con tutto quello che avevo accolto e saputo da lui. Poi me ne andai di casa, con ritorni episodici; e, in verità, solidarizzai con l’uomo in occasione di una furibonda e sproporzionata manifestazione di gelosia di mia madre dopo la sua trasferta a Milano. Difesi la misurata e segreta trasgressione di mio padre, così lontana dall’idea che avevo di lui, sempre impeccabile. Lo vedevo travolto, debole, sottoposto a un assedio incontenibile. L’amore e l’affetto per il padre sono sempre stati forti e si sono confermati, nel corso degli anni e dei decenni.

Ma soltanto ora, dopo quarant’anni, scopro il padre che non conoscevo e della cui storia non ero stato, se non episodicamente, curioso, per troppa diversità di carattere. Così, non convinto di particolari sorprese, ma pieno di affetto e di riconoscenza per quello che mi ha consentito di essere, ho iniziato a leggere Lungo l’argine del tempo. Memorie di un farmacista, il libro che avete in mano. Fin dalle prime pagine ho provato emozione, entusiasmo, soddisfazione, e poi compiacimento per le rivelazioni e per lo stile, preso dal racconto di tante storie che non conoscevo. Ma anche una ironia, una intelligenza, una curiosità, un amore per la vita, un entusiasmo, una vitalità che mi erano del tutto sconosciuti. Tanti episodi sorprendenti e una visione del mondo così fresca, così giovane, oggi per allora. Mio padre scrive solo ora, a novantatré anni, ma tutti gli episodi che racconta sono davanti a noi. Senza rimpianti, mio padre lo spiega, attribuendo alla memoria una forza competitiva con il presente. (...)

Nino non è, come mi era apparso, un vir temporis acti, e tantomeno un nostalgico. È allegro, forte, convinto; disegna caratteri, personalità, generalmente parenti, senza rimpianto e senza nostalgia. È nobile, giusto, imparziale. Conosce i propri limiti e ne trae vantaggio. Onora il padre, ama la dolcissima madre, esalta virtù e bellezza della moglie, rispetta e consacra l’amicizia. Dal libro esce un profumo di verità, di autenticità dei rapporti umani (...) Le parole di Nino sorridono sulle pagine. In un giorno luminoso senza fine.

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