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Scherma, schermo: il fioretto secondo Davide Ferrario

Il regista Davide Ferrario racconta in uno scorrevole memoir il suo rapporto con la scherma

Davide Ferrario, Scherma, schermo

Matilde Quarti

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Quando pensiamo a Davide Ferrario ci ricordiamo soprattutto i suoi film, come Tutti giù per terra, che ha consacrato Valerio Mastandrea, o il romanticissimo Dopo Mezzanotte, con Giorgio Pasotti nascosto in cima alla Mole Antonelliana. Ferrario, in realtà, è anche scrittore, documentarista e schermidore, e in Scherma, schermo, da poco pubblicato con la casa editrice torinese Add, accosta le sue grandi passioni: la regia, a cui deve quotidiana soddisfazione professionale, e il fioretto, che pratica fin da bambino e che scandisce tutt’ora le sue giornate (Ferrario tira nelle categorie over 50 con cui partecipa a campionati europei e internazionali).

Ritrovarsi dietro la maschera

L’analogia tra scherma e cinema – che si accostano fin dal nome – è l’espediente che Ferrario usa per cominciare a indagare, a partire dalla propria esperienza individuale, quello che non è tanto uno sport quanto una vera e propria pratica. Nei gesti della scherma, che spesso allo spettatore ingenuo sembra quasi una danza innocua (e Ferrario farà in modo, fin da subito, di chiarire il malinteso), riecheggiano gli echi di una lotta arcana, di una battaglia per la sopravvivenza in cui lo schermidore è contemporaneamente solo con se stesso e solo con l’avversario, in una prossimità che evoca il corpo-a-corpo.

La scherma, Ferrario non fa che ripeterlo, è una disciplina in cui ci si esercita con il surrogato di un’arma mortale e si mette in scena un combattimento simbolico. Ciò che resta al di là del simbolo è l’agone sportivo, la vittoria o – più probabilmente – la sconfitta, un ripiegamento interiore quasi obbligato dietro una grata sottile che nasconde ogni sguardo, e il rispetto dell’avversario, chiuso in un’analoga solitudine dietro la sua maschera.

La funzione della scherma è educativa (d’altronde quale sport – mi perdoni l’autore – non lo è?), nel silenzio della contesa lo schermidore, giovane, inesperto, terrorizzato dalla vita, deve fare i conti con l’altro: il rapporto non è vis à vis, non è fisico, ma è mediato solo dalla punta del fioretto. Un volto che cieco che guarda un altro volto cieco senza poterne interpretare le intenzioni, se non seguendo i movimenti delle braccia e del corpo.
È la maschera, dunque, il punto focale del discorso di Ferrario. La maschera che protegge, che separa e che rinchiude, come un prigioniero o come un monaco dice l’autore: entrambe le figure, per scelta o per costrizione, si trovano ogni giorno a guardare il mondo da una grata, sole con i propri pensieri.

La riflessione di Scherma, schermo, tuttavia, non corrisponde al ripiegamento interiore dello schermidore; anzi, nella sua profondità riesce a mantenersi sempre sul piano della delicatezza e dell’ironia. Ferrario racconta le sue esperienze di adolescente e dunque studente universitario, in bilico tra lo sport, il cinema e la politica, che un po’ si mescolano e un po’ non ne vogliono sapere di andare perfettamente d’accordo. Racconta aneddoti della storia della scherma, talvolta diffusamente, talvolta in nota, interessanti, divertenti, e anche all’occorrenza particolarmente truculenti. Ma non voglio svelare nulla.

Davide Ferrario
Scherma, schermo
Add, 2018
144 pp., 13 euro

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