‘Morte di un uomo felice’ di Giorgio Fontana, le prime pagine del romanzo

Il giovane autore è di nuovo impegnato nella riflessione sulla giustizia, sullo sfondo del terrorismo politico degli anni Ottanta

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Un particolare della copertina del nuovo romanzo di Giorgio Fontana – Credits: Sellerio

Andrea Bressa

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Morte di un uomo felice è il quarto romanzo di Giorgio Fontana, il secondo a entrare nel prestigioso catalogo Sellerio. Il libro completa il “dittico sulla giustizia” iniziato con il precedente Per legge superiore , e racconta la storia del giovane magistrato Giacomo Colnaghi, impegnato nella lotta al terrorismo politico nella Milano del 1981. In particolare le indagini sono incentrate sulle attività di una nuova banda armata che ha assassinato un esponente della DC.

Colnaghi (che già compariva in Per legge superiore) è un personaggio complesso, pieno di dubbi e di inquietudini, proveniente da un’umile famiglia profondamente cattolica dalla quale ha ereditato fede e morale. Ma è allo stesso tempo affascinato e legato alla figura del padre, Ernesto, che lo lasciò quando era molto piccolo per unirsi ai partigiani e morire in azione. Queste dinamiche interiori fanno sì che le sue indagini non lo portino solo alla soluzione del caso, ma a una serie di importanti riflessioni sulle origini delle profonde e sanguinose ferite che attraversano il Paese. Un po’ allo stesso modo di suo padre, Colnaghi sente il desiderio di definire un senso, anche a costo di mettere in gioco la propria vita.

Come ha fatto con Per legge superiore, Giorgio Fontana utilizza trama e narrazione per riflettere sul concetto di giustizia, sulle sue possibilità e sui limiti contro cui si infrange.

Ecco qui sotto un estratto dalle prime pagine di Morte di un uomo felice.

"Dunque volevano vendetta. Colnaghi annuì un paio di volte fra sé, come a raccogliere idee che non aveva o che ancora erano troppo confuse: poi appoggiò le mani sul tavolo e guardò di nuovo il ragazzino che aveva parlato.
Nell’aula messa a disposizione dalla scuola materna del quartiere c’era silenzio: macchie di sudore sotto le ascelle, le pale del ventilatore che giravano piano. Tutti aspettavano una sua risposta, l’ennesima parola buona.
I parenti e gli amici della vittima erano una trentina. Vissani era stato un chirurgo, esponente in vista dell’ala più a destra della Democrazia cristiana milanese: cinquantadue anni, biondo cenere, grassoccio. La fotografia deposta sotto la cattedra era circondata da mazzi di fiori.
Forse Colnaghi l’aveva visto una volta o due, negli anni precedenti: di lui aveva letto sul «Corriere», magari un articolo di fondo nelle pagine locali, per la posizione che stava guadagnando nel partito. A Colnaghi non piaceva quella Dc, ma chissà: magari tempo addietro si erano persino stretti la mano, presentati da un collega che voleva far carriera: magari in una sera di metàmaggio, quando Milano è attraversata dalle rondini e la luce ha un colore inafferrabile: forse entrambi erano felici in quel momento, e forse Vissani aveva riso a una battuta di Colnaghi battendosi una mano sul ginocchio: e altrettanto alla svelta il medico aveva rotto il buon umore del magistrato con un’uscita infelice, una delle tante che lui aveva potuto rileggere nel faldone dell’istruttoria – qualcosa di spiacevole sui giovani o sulla necessità del pugno duro da parte del governo.
Sia come sia, poi era andata così: quel tipo volgare, odioso e incolpevole era stato ucciso il 9 gennaio 1981, a tarda sera, dalle parti di piazza Diaz. Due proiettili calibro 38 SPL. Sei mesi prima. Omicidio rivendicato da Formazione proletaria combattente, una cellula scissionista delle Br. Caso ancora aperto, in mano al sostituto procuratore Colnaghi.
A lungo si era chiesto se fosse una buona idea quella di presenziare alla cerimonia di commemorazione: dopotutto, il suo compito era di sottrarsi a quelle persone invece di andare loro incontro. Ma alla fine si era arreso: non era il caso di valutare cosa fosse o non fosse opportuno. Pensava che fra i doveri di un magistrato ci fosse, in modo ben poco ortodosso, anche quello di gestire una perdita. Era in qualche modo un parassita della sofferenza: senza delitti non ci sarebbero state pene, e dunque nemmeno magistrati: gli sembrava giusto restituire al mondo qualcos’altro ancora – il semplice, terso frutto della propria comprensione."

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