Madri in affitto: un libro e una polemica

Temporary mother: il saggio di Marina Terragni, giornalista e femminista, contraria al mercato dell'utero

terragni

Maurizio Tortorella

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L’American society for reproductive medicine stima che ogni anno, attraverso la pratica di un utero in affitto, nel mondo nascano molte migliaia di bambini: almeno 2 mila soltanto negli Stati Uniti, con un tasso d'incremento capace di triplicare ogni anno.

A livello globale, invece, per l'ovvia reticenza degli operatori del settore mancano numeri attendibili. Si sa, però, che in India sono attive almeno 3 mila cliniche in grado di produrre 1.500 maternità surrogate l’anno. E in Ucraina, nel 2011, sarebbero state portate a termine 120 gravidanze a pagamento, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto.

Quanto all’Italia, s’ipotizza che almeno 100 bambini nascano ogni anno grazie a un utero in affitto: ovviamente all’estero e clandestinamente visto che da noi la pratica è proibita.

Quel che è certo è che si tratta di un giro d’affari colossale (le stime vanno da 3 a 10 miliardi di dollari, se si considera il business della fecondazione assistita nel suo complesso). È certo anche che il mercato sia molto… “promettente”: tant'è vero che la prossima sponda è l’Africa, sicuramente un paradiso low-cost per le tecnologie riproduttive.

Di e su tutto questo, con piglio estremamente critico, scrive Marina Terragni in Temporary mother: utero in affitto e mercato dei figli, un saggio in libreria da giovedì 16 giugno (Vanda publishing, 100 pagine, 10 euro: l’e-book è già disponibile a 5,99 euro su Amazon).

Scrive Terragni: "Quello che ti viene tolto, la libertà di fare i figli quando c’è il desiderio e il corpo è naturalmente fecondo, ti viene riproposto confezionato in forma di neodesideri e neo-diritti: diritto a un bambino anche quando non arriva, diritto alla “genitorialità”, diritto a riprodursi senza contatti con l’altro sesso. Basta che paghi".

A parte qualche eccesso ideologico e qualche critica di troppo alle libertà economiche (non tutto il mercato è sfruttamento), la tesi di Terragni è pienamente condivisibile. Soprattutto là dove critica l'ipocrisia di certa sinistra: "Le battaglie antiliberiste e per un consumo critico" scrive Terragni "si fermano imbarazzate sulla soglia dell’utero in affitto e della fecondazione medicalmente assistita: se sei contro gli Ogm stai lottando per l’ambiente e la biodiversità, per salvaguardare la sopravvivenza delle specie e dell’intero ecosistema dall’onnivoracità del profitto e dei desideri indotti nei singoli. Ma se chiedi uno stop alla Gpa, la Gestazione per altri, sei un conservatore, preferibilmente omofobico".

In realtà, non bisogna affatto essere omofobi per nutrire qualche seria perplessità nei confronti dell'utero in affitto (così come, peraltro, non occorre affatto essere ultraliberisti per essere a favore). È del tutto evidente che la commercializzazione di una gravidanza espone la donna alla possibilità di uno sfruttamento. Anche quando la Gpa, la Gestazione per altri viene compiuta a titolo gratuito. 

Correttamente, infatti, Terragni ricorda che in Canada la legge riconosce alle gestanti per altri un’indennità comprensiva del rimborso delle spese mediche, che in realtà è un compenso a
tutti gli effetti: "E in Canada le donne" scrive l'autrice "si offrono per avere quei soldi".

Ed è vero che in Italia una legge del 2010 ha introdotto la cosiddetta “donazione samaritana”, cioè la possibilità di donare un rene a una persona sconosciuta. Quella legge in realtà è stata applicata molto raramente, in genere ricorrendo a donatori molto particolari: per esempio persone detenute, "il cui gesto" scrive Terragni "va letto in una chiave di riscatto morale e di risignificazione della propria esistenza".

Ma anche qui l'autrice ha ragioni da vendere: l’analogia tra dono d’organo e utero in affitto si ferma qui. "Perché se la donazione d’organo è un fatto tra due, il donatore e il ricevente, nel caso dell’utero c’è un terzo, il nascituro, le cui ragioni andrebbero tenute per prime".

Insomma, un libro interessante e informato, provocatorio e ben scritto.

Giornalista, milanesissima, Terragni ha scritto fino allo scorso febbraio per il periodico Io Donna. Ora fa la blogger, ovviamente impegnata a sinistra. Ai primi di giugno il suo profilo Facebook è stato bloccato perché qualcuno aveva segnalato come "omofoba" questa sua frase: "Se una donna è una "cosa" che si può affittare, tutta o in tranci, la si può anche bruciare, vetriolare, uccidere".

La frase, è evidente, giocava sul paradosso, ma era logicamente ineccepibile: se s'impone la cultura del possesso, e un essere umano può trasformarsi in oggetto da vendere e comprare, le conseguenze estreme possono coerentemente arrivare agli estremi criminali della cronaca nera.

Purtroppo è bastato gridare all'omofobia perché cadesse la mannaia della censura. E non è afftto un bel segno.

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