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'La paura nell’anima' - Intervista a Valerio Varesi

Il commissario Soneri è tornato con un storia che scava nelle nostre paure più nascoste

La paura nell'anima di valerio Varesi

Antonella Sbriccoli

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La paura nell’anima è il titolo dell’ultimo romanzo di Valerio Varesi, che ha per protagonista il commissario Soneri, uno dei poliziotti più amati della letteratura italiana, anche oltre i confini nazionali. I romanzi di Varesi sono infatti tradotti in tutta Europa, e hanno riscosso un grande successo in Francia, dove Varesi è stato definito “Il Simenon italiano”.


Valerio, il tuo nuovo romanzo è liberamente ispirato a un tragico fatto di cronaca nera, quello di Igor il russo. Ci puoi spiegare perché, e in che modo, hai tratto spunto da quella vicenda?
La storia di Igor, che in realtà si chiama Norbert, non è russo bensì serbo, mi è sembrata interessante non tanto per il suo lato più strettamente legato alla cronaca criminale, ma per ciò che ha rappresentato per le comunità della pianura tra Bologna e Ferrara, vale a dire il senso di insicurezza e paura che ha generato, con la conseguente corrosione dei rapporti interpersonali tra i quali si è fatto strada il sospetto di tutti per tutti. Una paura che ne ha risvegliato un’altra, quella più profonda ed esistenziale del vivere in un’epoca in cui gli individui si sentono soli nel mondo e per questo disperati e aggressivi.


Come nella realtà, anche ne La paura nell’anima, il criminale protagonista che tutti cercano sembra esistere quasi più sui social network che nella realtà “fisica”. Hai voluto in questo modo affrontare il tema, sempre più attuale, del rapporto tra la nostra dimensione virtuale e quella fisica?
In questo senso Igor è il modello del criminale moderno. Trasformista, mimetico, capace di presentarsi sotto varie forme, intelligente e abile nella dialettica. E’ riuscito a essere tragicamente reale uccidendo cinque persone, ma la tempo stesso virtuale presentandosi impalpabile sui social per poi scomparire. Per la gente d’Emilia che lo temeva era una presenza/assenza, qualcosa di inafferrabile e ubiqua dunque più temibile. Nell’immaginario del mio romanzo, che trasferisce lo scenario dalla Bassa tra Bologna e il delta del Po all’alto appennino, i montanari rivivono le presenze arcaiche e mitologiche del folletto e del baffardello, dei luoghi in cui si vedono strane luci e si sentono voci. In questo senso Igor è moderno, ma risveglia qualcosa di molto antico.


Si può dire che il tema di fondo del romanzo sia, come suggerisce il titolo, il diffondersi di un sentimento di paura nella coscienza collettiva e individuale sempre più pervasivo e profondo. Che opinione hai delle risposte che la politica sta dando a questo stato d’animo collettivo?
Sì, è così e la politica ne approfitta. È la paura che nasce dall’assenza di speranza, dalla mancanza di senso collettivo dopo la fine delle grandi narrazioni della storia entro le quali gli individui potevano incamminarsi. In una società tecnocratica con leggi solo economiche, le persone si sentono gettate nel mondo e il loro orizzonte è chiuso. La politica approfitta dello stato di paura per fornire facili soluzioni con propositi ridotti a slogan salvifici. Con questo ottiene consenso ma lentamente corrode la democrazia verso
svolte autoritarie.


È molto acceso in questi giorni il dibattito sulla legittima difesa, un tema che anche tu tratti nel romanzo. Che cosa ne pensi?
La diffusione delle armi e il senso di paura sono una miscela pericolosissima. Una persona impaurita è enormemente più pericolosa e se ha a disposizione un’arma la userà. È quel che succede nel romanzo. L’uso della forza, in tutte le democrazie, è delegato. Ma ormai la dissoluzione dello Stato ha finito per caricare l’individuo di responsabilità non sue. La sfiducia fa sì che si accentui la voglia di sbrigarsela da sé anche in questo campo. Soprattutto perché il nostro Paese è il più permissivo d’Europa con leggi estremamente bonarie coi delinquenti.


Negli ultimi anni sei stato molto spesso invitato in Francia, dove i tuoi romanzi riscuotono un grande successo sia di critica che di pubblico, nonostante i temi che affrontano siano sempre molto legati all’Italia. Evidentemente è il segno che la tua scrittura riesce comunque a toccare corde “universali”. Sei d’accordo?
Credo di sì. Penso che per ciò che riguarda l’universalità di un testo non abbia grande importanza lo scenario che fa da sfondo. Quello che conta è se uno scrittore va a toccare dei paradigmi umani che possono valere per le persone quale che sia il luogo in cui vivono. Ricordo una frase di Checov il quale diceva che per essere universali basta parlare del proprio paese anche se piccolo. Tutto sta nel come ne parli e con che sensibilità.

Nel ringraziarti, un’ultima domanda, a nome di tutte le tue lettrici e i tuoi lettori: Soneri continuerà, attraverso le sue indagini, a raccontarci l’Italia di oggi?
Credo proprio di sì. Sono profondamente convinto che la letteratura debba
occuparsi di quel che accade nella realtà. Papa Francesco dice che il pastore deve
puzzare del suo gregge. Io dico che lo scrittore deve sporcarsi le mani con la realtà.


Valerio Varesi

La paura nell'anima

Frassinelli, 2018, 314 p.


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