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Breve storia dell'ubriachezza

Mark Forsyth racconta il nostro rapporto con l'alcol nel corso dei secoli, in un divertente e veloce saggio

Breve Storia dell'ubriachezza, Francesca Crescentini

Matilde Quarti

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Mark Forsyth, che è scrittore e linguista, con il suo Breve storia dell’ubriachezza (Il Saggiatore, 2018) prova a raccontare dal principio tutti, ma proprio tutti, i modi in cui l’umanità si è ubriacata dalla notte dei tempi. Non pensate di trovarvi davanti a una storia degli alcolici, né tanto meno di fronte a un saggio denso e difficile, il libro rispetta le premesse del titolo: è breve, snello (e divertente), e analizza puntualmente, momento storico per momento storico, il rapporto del genere umano con quella che, più prosaicamente, possiamo chiamare “sbronza”.

Una pratica antica

“Ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43”, cantava Francesco Guccini negli anni Settanta. Ma l’ubriacatura di gruppo, in privato o in pubblico, sul nostro pianeta non è mai mancata: il reperto più antico che mostra una persona bere da quella che sembra una cornucopia è la cosiddetta Venere di Laussel, un bassorilievo calcareo risalente a 25.000 anni fa.
Da allora, l’umanità non ha mai abbandonato il bicchiere, interpretando l’alcol, a seconda delle culture, come un bene divino o qualcosa, al contrario, di molto pericoloso. Le ubriacature stesse nel corso dei secoli sono variate di regione in regione, quasi a lasciar supporre che non sia l’alcol in sé a provocare determinate reazioni (rabbia, tristezza, allegria), ma la percezione che socialmente si ha del bere.

I postumi: una storia vecchia come il mondo

In Egitto, per esempio, si beveva per vomitare (sono anche state trovate raffigurazioni in tal senso abbastanza esplicite). D’altronde narra un mito che l’intera razza umana sia stata salvata dallo sterminio da parte della dea Hathor da 7000 barili di birra, con cui la dea è stata – letteralmente – distratta.
Il simposio greco, invece, era presieduto da un simposiarca che organizzava le bevute (nello specifico di vino, che veniva bevuto diluito in tre quarti d’acqua) e che, in base al suo umore, poteva deciderne il ritmo. Ritmo che, abitualmente, era piuttosto sfrenato: il simposio narrato da Platone, praticamente il più famoso della storia, è in realtà abbastanza sui generis, infatti i suoi protagonisti si servono stranamente “ognuno quanto vuole”, con la giustificazione di postumi terribili dalla sera precedente.

USA, URSS e la politica dell’ubriachezza

Più recentemente, Benjamin Franklin (sì, l’inventore del parafulmine nonché padre fondatore degli Stati Uniti) sosteneva che il vino sia “la prova che dio ci ama, e che ama vederci felici” e che “il diluvio di Noè avesse lo scopo di punire l’umanità per aver bevuto acqua”.
Stalin, invece, era noto per le sue famigerate cene con i vertici governativi. Tutto il Politburo veniva convocato a banchetti che si protraevano estenuanti fino all’alba (il giorno dopo, ovviamente, era vietato poltrire). Per festeggiare il patto Molotov-Ribbentrop, ad esempio, furono fatti ventidue brindisi a stomaco vuoto.

Di aneddoti simili Forsyth ne racconta a bizzeffe, viaggiando tra le epoche e i paesi con tono svelto e autoironico e il preciso intento di strappare nel lettore una risata. Breve storia dell’ubriachezza è il libro perfetto da leggere senza impegno sotto l’ombrellone e sentirsi meno in colpa al secondo mojito.

Mark Forsyth
Breve storia dell'ubriachezza
Il Saggiatore, 2018
292 pp., 17 euro

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