Eterobiografie
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Eterobiografie

Le biografie non servono a conoscere quelli di cui parlano più di quanto dicano di chi le scrive. Per questo l’autobiografia è un buco nero di verità che girano al contrario; per questo uno dei più grandi ironisti della …Leggi tutto

Le biografie non servono a conoscere quelli di cui parlano più di quanto dicano di chi le scrive. Per questo l’autobiografia è un buco nero di verità che girano al contrario; per questo uno dei più grandi ironisti della letteratura, Mark Twain, inizia la sua con la premessa: «In questa Autobiografia terrò in mente il fatto che parlo dalla tomba. Alla lettera, parlo dalla tomba; poiché io sarò morto quando il libro uscirà dai torchi».

Dando per scontato che tutti i libri sono autobiografie mascherate, l’essere già morti è l’unica condizione sotto la quale la scrittura delle proprie cose può aderire alla verità, perché la reticenza e la vanità rendono impossibile la concomitanza di franchezza e vita. Per questo, ancora e al limite, l’unica biografia possibile è quella stilata dal referto di una cartella clinica, specchio della propria vicenda più di quanto lo sia qualsiasi altra testimonianza.

Esistono biografie  in grado di sorpassare il fine della conoscenza di una data persona e di darci il retro del suo arazzo, per così dire, lo sfondo della sua vita, i nodi delle sue ossessioni, manie e paure. Dal generale ci proiettano nel particolarissimo e nel quotidiano, che è il filo, anche nostro, da cui si ordisce la Storia. Le biografie altrui non sono che l’inchiostro con cui (non) scriviamo la nostra autobiografia. Siamo, tutti, patetiche figure di atleti dell’esistenza. Ne scelgo alcune di seguito.

 

 

Hitler di Joachim Fest (ed. Garzanti)

Di come la psiche muova la Storia, mobiliti eserciti, divelga popoli e incendi nazioni. Dall’infanzia di Adolf Hitler fino all’annientamento di ogni razionalità, alla sterilizzazione del principio di realtà.

«La tendenza a radicalizzare le alternative e ad esagerare qualsiasi incidente, rispondevano all’indirizzo generale del suo pensiero: la sua coscienza repressa attribuiva a tutto dimensioni trascendenti, deformava eventi di scarsa importanza in catastrofi metafisiche. Fin dai primi anni, Hitler si sentì attratto solo da istanze grandiose; la sua tendenza, ingenua e insieme estetizzantemente regressiva, all’eroico, al solenne, al decorativo, all’ideale, trova qui una delle proprie radici. Dèi, eroi, progetti colossali, superlativi orrendi: ecco ciò che lo stimolava e serviva in pari tempo a mascherare ai suoi occhi la banalità della vita che conduceva»».

(Delle memorie del Terzo Reich, spaventose, ad opera dell’architetto Albert Speer ho scritto qui).

 

Edgar Allan Poe, di Pierangelo Baratono (ed. Formiggini)

Scritta nei primi anni ’20 e edita dall’editore Formiggini (di cui ho scritto qui), una biografia lirica, tutta in bianco e nero. Bianca quando vola sull’infanzia e sulla giovinezza difficile di Poe; nera quando coincide con l’inceppamento nella vita dello scrittore, riproducendone la spezzatura, il tremito.

«Brevi sprazzi di fortuna illuminano l’ombre tetre di quegli anni di vagabondaggio allucinato. Un manuale di conchigliologia, raffazzonato per trarne un po’ di guadagno, ottiene un esito editoria-le, che nessun libro di Poe avrà, lui vivente.

Nonostante le promesse del cielo e della fortuna e dell’amore, egli è tormentato da foschi presagi. «Parlava di sé come di un’anima perduta, senza speranza di redenzione», dice un testimone di quei giorni. E Poe stesso scrive, rabbrividendo “La mia tristezza è inesplicabile“. I meno astiosi lo chiamano “scellerato di talento”, “scandaloso mostro del mondo letterario”, “maiale di genio”.

Il dionisiaco poeta non vive mai all’epoca giusta. Eppure, quasi sempre, è l’uomo più rappresentativo della sua epoca. Anche Poe, nato da una razza amalgamata e, tuttavia, intenta a foggiarsi i caratteri di una stirpe nuova, fu senza volerlo e senza saperlo, per una feroce ironia del destino, l’uomo più rappresentativo di quella medesima folla, da cui era ignorato o spregiato».

 
Erasmo da Rotterdam, di Stefan Zweig (ed. Bompiani)

Elogio della ragione, scritto in una sintassi controllata e esplosa al tempo stesso come è tipico di Zweig. Una scrittura sfiorata dal demone della razionalità e lirica fino allo spasimo.

«L’occhio di quell’azzurro delicato ed intenso che Holbein ha eternato, supera la confusa passione delle masse per guardare la nostra epoca non meno sconvolta. Una calma rassegnazione aureola la sua fronte – ahi, ben conosce l’eterna stultitia del mondo! – ed un lieve, lievissimo sorriso di certezza gli anima la bocca. L’uomo esperto non ignora che tutte le passioni finiscono coll’esaurirsi per stanchezza. È fatale a ogni fanatico annientare se stesso. La ragione, eterna ed eternamente paziente, può attendere e resistere. Talvolta, mentre gli altri infuriano ebbri, le conviene tacere. Ma viene la sua ora, e sempre ritorna».

 

Gustav Mahler, Ricordi e lettere, di Alma Mahler (ed. Il Saggiatore)

Memoria e diario, con lettere di e a Gustav Mahler, che comprende il racconto degli ultimi istanti  di vita del compositore e le sue ultime parole («Ho sempre vissuto in un mondo di carta»). Ma la sua ultima, definitiva parola, mentre batteva le dita sulla coperta a tempo di musica, fu “Mozartl”.

«Mahler aveva mal di denti ma non sapeva che dente gli faceva male. Mi fu facile trovarlo. Rimasi nella sala d’aspetto del dentista, che era molto affollata. Improvvisamente Mahler spalancò la porta e gridò: “Ehi, Alma, qual è il dente che mi fa male?”. Risa di coloro che si trovavano nella sala d’aspetto. Meraviglia di Mahler».

 

Napoleone, di Hyppolite Taine (ed. Fratelli Treves)

Ritratto troppo umano dell’“uomo più grande del mondo”.

«Quando egli sorrideva, la sua bocca, con una parte delle guance, sorrideva; la sua fronte e i suoi occhi restavano immutabilmente foschi…. Questo misto di sorriso e serietà aveva qualcosa di terribile e di spaventevole. (…). Una volta a Saint-Cloud, davanti a un circolo intero di dame, l’ho udito ripetere una ventina di volte questa stessa e unica frase: “Fa caldo!” (…). Non è mai uscita dalla sua bocca una sola parola graziosa o soltanto educata in cospetto di una donna, sebbene lo sforzo per trovarne si esprimesse spesso sul suo volto e nel suono della sua voce». (…). «Non parla che del loro abbigliamento, del quale si dichiara giudice malizioso e severo, e sul quale dice loro delle facezie poco delicate, oppure sul numero dei loro figliuoli, domandando loro in termini crudi se li hanno nutriti esse stesse al seno, o ammonendole sulle loro relazioni. Talvolta egli si diverte a sconcertarle; è maldicente e beffardo con esse, in faccia, a bruciapelo, come un colonnello coi suoi cantinieri»

 

Vita di Gabriele D’Annunzio di Piero Chiara (ed. Mondadori)

«Gabriele D’Annunzio resta chiuso nelle sue stanze (tre serrature inglesi) per due o tre giorni. A far che?… il più del tempo lo spende a ricevere ospiti, a correre il lago, a scrivere messaggi e lettere, a far pacchi di doni, a pensare il modo di far denari… Tra tante passioni, due pare siano vive in quel miracoloso uomo di 68 anni: la donna, e i vocabolari. Bruers glieli ha raccolti in una stanzetta… Dopo tre giorni di clausura resta tre o quattro ore al sole, sul Mas, a testa scoperta, o sotto la pioggia, fradicio»

(Di questa e di quella ad opera del maggiordomo di D’Annunzio Tom Antongini parlo qui)

 

Lorenzo Da Ponte, Memorie e altri scritti (ed. Longanesi)

Deliziosa, eccessiva, bugiarda come il suo autore e protagonista, avventuriero irregolare, “patetica figura di atleta dell’esistenza”, come lo definisce Piero Chiara nella prefazione, che passa dall’Italia all’Europa e all’America col suo carico di poesia, di debiti, di figli e di merci varie, sempre in lotta col destino, tra miserie e grandezze, “fino all’apoteosi finale del gran funerale per le strade di New York”.

«L’imperatore mi fece chiamare e, caricandomi di graziose espressioni di lode, mi fece dono d’altri cento zecchini, e mi disse che bramava molto di vedere il Don Giovanni. Mozzart tornò, diede subito lo spartito al copista, che si affrettò a cavare le parti, perché Giuseppe doveva partire. Andò in scienza e… deggio dirlo? Il Don Giovanni non piacque! Tutti, salvo Mozzart, credettero che vi mancasse qualche cosa. Vi si fecero delle aggiunte, vi si cangiarono delle arie, si espose di nuovo sulle scene; e il Don Giovanni non piacque. Raccontai la cosa a Mozzart, il quale rispose senza turbarsi: “Lasciam loro il tempo di masticarlo”».

 

Le vite di Dubin, di Fred Malamud (ed. Minimum Fax)

Pur non essendo una biografia ma un romanzo, può essere considerata una meta-biografia o una biografia all’ennesima potenza, una specie di chiamata in abisso dello scrivere “vite altrui” e della sua ragione d’essere. Fred Malamud inventa Dubin, biografo, un uomo che «cammina nei propri pensieri congelati», impegnato a scrivere una biografia di D. H. Lawrence.

«Sono, nei miei pensieri, un uomo distaccato e solitario, la mia indole domata dal modo in cui ho vissuto e dalle vite che ho scritto; domata dalla mano esangue del tintore.

[Lawrence] non fu mai un fautore del libero amore. Disapprovava che le persone copulassero senza scopo. Diceva che il sesso dovrebbe coglierci di sorpresa, “come una cosa terribile, intessuta di sofferenza, privilegio e mistero”. (…).

Quello che mi resta dentro, soprattutto, delle biografie che scrivo, a parte quanto si impara riguardo alla mappa delle esistenze umane, le svolte inaspettate e le pieghe drammatiche che prendono, i modi gioiosi con i quali si compiono e quelli tragici dai quali vengono funestate… – gli occhi del biografo si offuscarono per un momento e dovette liberarsi, tossendo, di una raucedine in gola, -… quello che mi resta dentro soprattutto è il fatto che la vita fugge continuamente, e che i nostri destini vengono manipolati fino a spezzarci il cuore da eventi che non possiamo prevedere né dominare, per cui siamo sempre penosamente vulnerabili di fronte a ciò che accadrà».

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