Edoardo Frittoli

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54 morti e 55 feriti: questo fu il bilancio del massacro di Mogadiscio, perpetrato l'11 gennaio 1948 contro la comunità italiana residente nella capitale della Somalia durante l'Amministrazione provvisoria britannica.

Le vittime furono tra quei cittadini italiani  rimasti nella capitale somala dopo la perdita della colonia dell'Africa Orientale Italiana nel 1941, che tentavano faticosamente di continuare a vivere e lavorare nel luogo in cui anni prima avevano cercato una nuova vita e -se possibile- la fortuna. I rapporti tra gli Italiani e buona parte dei Somali si erano mantenuti buoni anche dopo la caduta della colonia fascista e l'Amministrazione militare inglese.

Al contrario, i nuovi governatori della Somalia ex italiana avevano gestito il paese con durezza, senza che il loro pugno di ferro impedisse una forte recrudescenza del caos tribale che caratterizzava da secoli la storia del Corno D'Africa e lasciando che corruzioneviolenza riprendessero piede.

Fatto ancor più grave fu che nell'immediato dopoguerra l'Autorità militare inglese iniziò a far affluire dalla vicina colonia della Somalia britannica e dal Kenya alcuni gruppi di Somali della Syl (Lega dei Giovani Somali) oltre che Kenioti e Indiani di salda fede alla Corona britannica, accomunati da un violento sentimento anti-italiano (molti di loro avevano combattuto contro il Regio Esercito durante la guerra). Spinti dalla fame di conquista e di saccheggio le schiere dei Giovani Somali preparavano lo scontro con gli Italiani e con i connazionali che li sostenevano, proprio nel periodo in cui le Nazioni Unite discutevano sull'opportunità di affidare all'Italia l'Amministrazione fiduciaria della sua ex colonia.

La manifestazione a favore dell'Amministrazione fiduciaria italiana e la strage

Per l'11 gennaio 1948 fu indetta una manifestazione a favore dell'opzione Italiana, sostenuta da buona parte della popolazione somala di Mogadiscio. I Giovani Somali filobritannici e i loro alleati ne approfittarono per indire la propria contromanifestazione al fine di concretizzare l'attacco agli avversari. In questa situazione di per sè già esplosiva, si inserì il comportamento opportunisticamente inadeguato della forza pubblica inglese capitanata dal Tenente Colonnello Thorne, il quale vide l'opportunità di colpire indirettamente i mal sopportati Italiani, già ex-nemici e ora definitivamente sconfitti agli occhi del mondo.

Quella domenica mattina infatti, le autorità britanniche vietarono improvvisamente, dopo averla autorizzata, la manifestazione dei filoitaliani mantenendo il permesso per quella degli avversari della Syl. Poco dopo il nuovo ordine, le orde dei Somali filobritannici iniziarono una violentissima caccia agli Italiani rimasti al palo dopo la revoca dell'autorizzazione. Di fronte alle violenze e ai primi morti, le forze di sicurezza britanniche composte da King's African Rifles (i fucilieri africani scelti del Re) lasciarono che il massacro si compisse, senza reagire. Gli scontri si protrassero per due lunghissime ore (dalle 11 alle 13), rendendo il bilancio finale delle vittime ancora più grave. A fianco degli Italiani caddero anche 14 somali che si erano mossi in loro difesa tra cui una donna, Hawo Tako, che sarà celebrata in seguito come eroina nazionale. I feriti tra i sostenitori degli Italiani saranno una quarantina.

Mentre i Somali filobritannici attaccavano all'arma bianca i loro bersagli e provvedevano a bordo di autocarri al saccheggio, circa 800 italiani trovarono fortunosamente rifugio all'interno della grande cattedrale di Mogadiscio rimanendovi asserragliati per ore, in attesa che le autorità inglesi disperdessero l'orda della morte.

Alla loro liberazione gli Italiani furono prelevati dalle forze dell'ordine britanniche e custoditi in uno squallido centro di raccolta, detenzione che le vittime delle violenze furono costrette addirittura a pagare a titolo di compenso.

L'amministrazione fiduciaria all'Italia, la commissione d'inchiesta

Le vittime della strage dell'11 gennaio verranno sepolte nel cimitero di Mogadiscio dove rimasero fino alla traslazione in Italia nel 1968. Pochi mesi dopo i fatti, l'ONU assegnava all'Italia l'Amministrazione fiduciaria (AFIS), che durerà un decennio fino alla definitiva indipendenza del 1960. Esattamente ciò che i militari inglesi avrebbero voluto impedire con il comportamento tenuto durante lo svolgimento dei tragici fatti.

Come prevedibile, il Governo italiano allora presieduto da Alcide De Gasperi chiese a Londra di individuare le responsabilità della strage, incalzato dalle numerose interrogazioni come quella di Umberto Terracini. Come altrettanto prevedibile, la Commissione di inchiesta britannica (Commissione Flaxman) mantenne il silenzio sulle responsabilità dei compatrioti nonostante le drammatiche deposizioni dei testimoni del massacro.

Il Ministro degli Esteri Carlo Sforza fu costretto ad assecondare il silenzio della stampa e della diplomazia internazionale in nome del recupero delle relazioni con Londra agli albori della Guerra Fredda. Soltanto nel 2000 i documenti della commissione Flaxman saranno declassificati.Dalle pagine del rapporto è stato possibile ricostruire tardivamente le responsabilità dell'amministrazione britannica attraverso le deposizioni dei tanti testimoni, che indicarono addirittura una partecipazione attiva dei King's African Rifles e di alcuni bianchi Rhodesiani e Neozelandesi all'assalto contro gli Italiani di Mogadiscio, oltre ad alcune prove della premeditazione dell'eccidio. Una delle più evidenti è stata individuata nella facilità di fuga degli automezzi carichi di oggetti trafugati dalle case degli Italiani nonostante la presenza di numerosi posti di blocco inglesi lungo le strade dirette a nord verso la Somalia britannica e a sud verso il Kenya.

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