Claudio Trionfera

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Sublime e romantico nella sua riluttante e innocente flottanza è il viaggio nei sentimenti che Claire Denis intraprende ne L’amore secondo Isabelle (in sala dal 19 aprile, durata 95’). Dove una fulgente Juliette Binoche riempie di sé il personaggio del titolo pilotando una storia sospesa fra dramma e commedia, forse drammaticamente spiritosa o spiritosamente drammatica. Sempre finemente aggregata, comunque, ad una dimensione introspettiva delicata e profonda, modello paradigmatico di cinema al femminile.

Goffi, insicuri e ridicoli: maschietti da buttare

Amori, dunque uomini. Come sono gli uomini di Isabelle? Goffi, insicuri, ridicoli. A volte un po’ gaglioffi. Per lo più – un classico – sposati: con storie famigliari che stanno per finire e via così. C’è il banchiere Vincent (Xavier Beauvois), che pare proporsi in un rapporto solido e sul più bello confessa che non lascerà mai sua moglie; l’attore instabile nella psiche e nei progetti  (Nicolas Duvauchelle) che, invece, non ha ancora capito  cosa fare del proprio matrimonio; il tenebroso ma evanescente Sylvain (Paul Blain); il più affidabile Marc (Alex Descas) che però sarebbe da aspettare qualche mese perché deve portare i figli in vacanza; addirittura l’ex marito François (Laurent Grévill), spedito fuori dal letto dove s’è di nuovo infilato per una troppo insolita iniziativa erotica.

Bella, divorziata, pittrice di successo e infelice

Sicché la povera, fascinosa e cinquantenne Isabelle, a sua volta divorziata con figlia, si ritrova da sola ogni volta, col suo mestiere di pittrice talentuosa, tele, pennelli e colori incapaci di definire il vero colore della sua vita alla ricerca dell’effettivo, convincente e confortante amore.  In una cornice di gallerie d’arte  che al posto dei quadri sembra proporre una sequenza di défaillances quasi seriali nelle figure e figurette che la circondano.

Quell’ansia che cristallizza gli impulsi affettivi

Certo, come si dice, lei ci mette del suo. Incapace, seguendo una locuzione caratteristica nella sintassi di Claire Denis, di esprimere efficacemente passioni ed emozioni: l’ansia quasi fobica della sua caccia all’amore pare cristallizzarne gl’impulsi rendendo vano qualsiasi tentativo di comunicarle. Anzi, arrivando addirittura a far rimbalzare di continuo come in un pingpong desiderio e avversione, non di rado scatenando rimpianti e sempre approdando alla solitudine.

Depardieu psicologo-indovino accende la speranza

Una luce in fondo al tunnel? Chissà, potrebbe accenderla Gérard Depardieu nella bizzarra veste di un indovino-psicologo cui Isabelle si rivolge, estremo rimedio, per avere lumi sul proprio futuro: se qualcosa tra loro potrà nascere accadrà comunque fuori dal film, in una specie di immaginaria estensione del racconto oltre la sua stessa durata. Bijoux stilistico ed epilogo molto sofisticato a livello cinematografico orditi da una cineasta sempre incline a sorprendere, ora con le sue osservazioni acute, ora coi suoi paradossi.

La Nouvelle Vague, nel cinema francese, è mai tramontata davvero e spesso la si ritrova dietro l’angolo. Anche oggi, anche qua. Con qualche impronta di Truffaut e Rohmer senza allontanarsi, naturalmente, da quello sguardo cinematografico che la regista, a metà strada tra due segmenti di autrici (Agnès Varda, Chantel Akerman e ancor prima Marguerite Duras da una parte, Claire Simon e Sólveig Anspach dall’altra) dispensa con felpata intelligenza e partecipata sensibilità.

Voto: 4/5
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