Luciano Spalletti con gli occhi fuori dalle orbite che apostrofa un giornalista intimandogli di “non piangere”, mentre questi sta provando a fargli una domanda, assomiglia sinistramente allo Spalletti in rottura prolungata con gli inviati al seguito dell’Italia. Litiga, allude, provoca e lascia la sensazione di essere un uomo e allenatore in lotta con ciò che lo circonda. Era successo a Coverciano, anche con il gruppo azzurro prima di un tentativo di normalizzazione andato male, preannuncio di un lunga fase di distacco problematico tra lui e il proprio ambiente.
La sconfitta di Reggio Emilia, al di là delle considerazioni su come sia arrivata, sul modo dilettantesco in cui i bianconeri se la sono meritata non sapendo gestire le fasi finali della partita, apre una discussione anche sul tecnico di Certaldo. Spalletti è entrato in quella fase di contrapposizione, allusioni e rivendicazioni che altre volte ha segnato passaggi della sua carriera? E se è così, quanto margine ha Giovanni Carnevali per riportarlo alla serenità e lucidità che serve per condurre la Juventus a quella stabilità che serve per inseguire gli obiettivi stagionali?
Anche ignorando gli Spalletti Out che popolano la deriva social, è un tema attuale. Spalletti è reduce da più di un’uscita in cui si è esposto a critiche. Dopo aver avallato la scelta di Kolo Muani come erede di Vlahovic, pur avendo per mesi tratteggiato l’identikit di un attaccante diverso per caratteristiche, ha nello spazio di venti giorni pubblicamente sostenuto che non sarebbe stato un problema non aver un bomber da venti gol, poi lo ha attaccato frontalmente dopo la prima partita salvo tornare indietro, accusare gli altri di averlo mal interpretato e spiegare di essere sempre e comunque “sul carro” del francese. Il quale non segna e nemmeno tira in porta, quindi n realtà andrebbe aiutato a integrarsi senza troppe montagne russe dialettiche da parte del suo allenatore.
Lo stesso Spalletti che a maggio, e in seguito, ha definito una “grande stagione” quella chiusa fuori dalla Champions League e con il peggiore risultato dai tempi pre-Conte, che ha accolto il nuovo portiere Vicario descrivendolo come un top dopo aver trascorso tre mesi a spiegare che voleva altro o che ha spiegato di “vedere” la stellina Alajbegovic, scelto e pagato da Carnevali strappandolo a mezza Europa, come trequartista e non esterno, ruolo che lo ha rivelato al mondo.
Insomma, uno Spalletti confuso e infelice come confusa sembra la sua Juventus di questo inizio di stagione in cui la classifica è l’ultimo dei problemi. E’ la sensazione di incartamento continuo che preoccupa, il terrore di aver sbagliato un’altra sessione di mercato allungando una serie che ormai di perde nella notte dei tempi, di essere all’ennesimo Anno Zero cui seguirà un altro Anno Zero e di avere alla guida del progetto – con la piena investitura della proprietà – un uomo schiacciato dalla pressione e dal peso di cosa significa dover rimettere in carreggiata la Juventus.
La lunga sosta nazionali, prima volta con tre settimane di stop, aiuterà a resettare tutto e a fare ammenda degli errori, anche quelli comunicativi. Perché prendersela con chi fa le domande o provare a convincere i tifosi che a Reggio Emilia si può sorridere per la voglia della squadra di vincere non aiuta. Anzi. Tempo per risistemare le cose c’è, materiale un po’ meno ma proprio per questo Elkann si è affidato a un tecnico top e di provata esperienza.
Oggi Spalletti sta facendo peggio di Tudor (10 punti alla quarta, poi l’esonero), Thiago Motta e Pirlo (8) e anche dell’ultimo e vituperato Allegri (10 nell’autunno 2023). Questa è l’unica cosa che conta, non avvitarsi in guerre contro fantasmi e nemici che non esistono. Carnevali lo difende: “Cambiare allenatore non è nel mio spirito, dobbiamo cercare di programmare e costruire: bisogna dare tempo e avere pazienza, sapendo che bisognerà ingoiare bocconi amari”. Tutto giusto, ma fallire un’altra stagione è vietato.
