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Gli Houthi alzano la pressione sul petrolio: la nuova tenaglia dell’Iran sui mari

Gli Houthi alzano la pressione sul petrolio: la nuova tenaglia dell’Iran sui mari
A vessel transits the Bab el-Mandeb Strait off the coast of southern Yemen on July 25, 2026. A spokesman for Yemen’s Houthis had said on July 24 that the rebels were not blocking traffic through the strategic Bab al-Mandeb Strait, after they declared a maritime embargo this week on their foe Saudi Arabia. The Iran-backed group attacked a Saudi ship in the nearby Red Sea after announcing the blockade, which threatens the top oil exporter’s ability to get its supplies to the world following Iran’s parallel blockade of the Strait of Hormuz, the kingdom’s only other maritime route. (Photo by Khaled ZIAD / AFP via Getty Images) /

L’avanzata dei miliziani sostenuti da Teheran porta sotto pressione due delle rotte marittime più strategiche del pianeta. L’Arabia Saudita vede restringersi le vie per esportare il greggio, mentre Washington cerca di evitare l’apertura di un nuovo fronte

Due delle arterie petrolifere più importanti del pianeta sono ormai sotto la pressione dell’Iran e dei suoi alleati. Dopo lo Stretto di Hormuz, anche Bab al-Mandeb è entrato nel cuore dello scontro: l’avanzata degli Houthi in Yemen ha trasformato una guerra a lungo considerata periferica in un nuovo fronte della crisi tra Stati Uniti e Iran, restringendo le vie attraverso le quali l’Arabia Saudita può esportare il proprio greggio e aumentando i rischi per gli approvvigionamenti energetici mondiali. La conquista di posizioni strategiche attorno a Bab al-Mandeb da parte dei miliziani sostenuti da Teheran modifica infatti la geografia del conflitto. Lo Yemen, uno dei Paesi più poveri e martoriati della regione, non è più soltanto il teatro di una guerra civile dimenticata. È diventato un tassello fondamentale di una serie di crisi sempre più interconnesse, capaci di mettere sotto pressione le forze americane e contemporaneamente aumentare il peso negoziale dell’Iran. Lo scontro tra Washington e Teheran aveva già contribuito alla riapertura del fronte libanese tra Israele e Hezbollah e al ritorno in campo delle milizie irachene. Adesso l’offensiva degli Houthi aggiunge un altro fronte e soprattutto mette contemporaneamente sotto pressione due dei principali colli di bottiglia marittimi del Medio Oriente: Hormuz e Bab al-Mandeb.

Per l’Arabia Saudita il problema è enorme

Riad è uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e un alleato fondamentale degli Stati Uniti, ma vede ridursi le alternative sicure per far arrivare il greggio sui mercati internazionali. Secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, funzionari iraniani hanno inoltre sostenuto che la guerra e le restrizioni alla navigazione non termineranno senza una soluzione complessiva delle crisi regionali. Una posizione che allontana la prospettiva di una rapida de-escalation.Le monarchie del Golfo avevano sperato che lo scontro potesse concludersi velocemente. Ora devono invece confrontarsi con la possibilità di una guerra molto più lunga e senza una chiara strategia d’uscita. Nel frattempo gli Stati Uniti sono già impegnati nella protezione delle petroliere che attraversano il Golfo Persico e nell’applicazione del blocco contro i porti iraniani. Un incontro tra rappresentanti dei Paesi del Golfo, dell’Iran e dell’Oman avrebbe dovuto svolgersi lunedì nel Sultanato per affrontare proprio la crisi di Hormuz. Alla vigilia dei colloqui, però, Mascate ha deciso di rinviarli. Anche Riad cerca un maggiore coinvolgimento americano. La scorsa settimana il principe ereditario Mohammed bin Salman ha parlato telefonicamente con Donald Trump chiedendo sostegno contro gli Houthi. Secondo fonti informate citate dal Wall Street Journal, il presidente americano avrebbe promesso assistenza in diversi settori, escludendo tuttavia una partecipazione diretta degli Stati Uniti agli attacchi. Washington avrebbe comunque fornito intelligence e assistenza nell’individuazione degli obiettivi, inviando anche decine di consiglieri militari. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Central Command e responsabile delle operazioni americane in Medio Oriente, si è inoltre recato in Arabia Saudita per manifestare il sostegno di Washington. Trump, parlando sabato con i giornalisti, ha sostenuto che gli Houthi avrebbero chiesto agli Stati Uniti di non intervenire, mostrandosi fiducioso sulla possibilità di riportare la situazione sotto controllo. Ma Washington conosce bene i costi di un confronto diretto con il movimento yemenita. All’inizio del secondo mandato di Trump gli Stati Uniti condussero una campagna di bombardamenti durata 53 giorni, conclusa con un cessate il fuoco dopo la violenta risposta degli Houthi. Oggi il Pentagono deve inoltre fare i conti con disponibilità limitate di intercettori antimissile e munizioni di precisione. L’obiettivo americano è quindi evitare l’apertura di un altro fronte proprio mentre le forze statunitensi sono già impegnate contro l’Iran.

Gli Houthi hanno dimostrato di possedere notevoli capacità militari

Durante la guerra civile riuscirono a resistere all’intervento guidato dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Dopo la tregua del 2022 non smobilitarono, ma continuarono a reclutare uomini, rafforzare le proprie strutture e prepararsi militarmente. L’equilibrio ha retto fino allo scorso luglio, quando forze legate all’Arabia Saudita hanno bombardato una pista per impedire a un velivolo iraniano di atterrare a Sana’a, capitale controllata dagli Houthi, violando il blocco aereo imposto dai sauditi. Da quel momento sono ripresi i combattimenti. I miliziani hanno annunciato un blocco navale contro le navi saudite nel Mar Rosso chiedendo contemporaneamente la fine delle restrizioni aeree. Il mese successivo è arrivato il salto di qualità. Migliaia di combattenti sono stati concentrati attorno a Mokha, porto strategico vicino a Bab al-Mandeb, successivamente conquistato. Il giorno seguente gli Houthi hanno preso anche Perim, isola situata proprio nel cuore dello stretto. Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, l’avanzata sarebbe stata favorita anche dalla capacità dei miliziani di intercettare le comunicazioni delle forze sostenute da Riad. Gli Houthi controllano importanti infrastrutture della telefonia mobile di Sana’a e avrebbero inoltre avuto accesso ai cellulari appartenenti a combattenti sauditi catturati.

Le stesse fonti riferiscono che i miliziani riuscivano ad ascoltare le conversazioni tra i comandanti avversari, ottenendo informazioni sui loro piani e movimenti. In alcuni casi avrebbero addirittura contattato direttamente i combattenti nemici invitandoli alla resa. Le testimonianze raccolte sul terreno dal Wall Street Journal descrivono caos e disorientamento nelle unità avversarie durante le fasi cruciali dell’offensiva. La battaglia per lo Yemen ha però conseguenze che vanno molto oltre i suoi confini. La pressione sul sistema energetico mondiale continua ad aumentare. Domenica un’imbarcazione che attraversava Hormuz è stata colpita, provocando un incendio e costringendo l’equipaggio all’evacuazione. L’episodio è arrivato dopo numerosi attacchi contro infrastrutture energetiche saudite e contro il fondamentale oleodotto Est-Ovest, che secondo Riad sarebbe stato colpito attraverso un’azione partita dall’Iraq. L’oleodotto rappresenta una delle principali alternative saudite a Hormuz perché permette di trasferire il petrolio dal Golfo Persico verso il Mar Rosso. Ma se contemporaneamente anche la rotta occidentale diventa vulnerabile agli Houthi, Riad rischia di trovarsi stretto tra due passaggi entrambi esposti. Gli effetti sono già visibili.

Secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia, ad agosto le esportazioni saudite di greggio attraverso il principale porto sul Mar Rosso sono precipitate a circa 2,5 milioni di barili al giorno, rispetto ai 4,6 milioni di luglio. Anche la produzione complessiva è diminuita: circa sei milioni di barili quotidiani ad agosto contro una media di 9,4 milioni nell’anno precedente. Resta quindi una domanda fondamentale: quanto dell’offensiva degli Houthi è stato deciso direttamente da Teheran? Funzionari e analisti sauditi discutono sul reale livello di coordinamento. La tempistica, tuttavia, alimenta i sospetti. Il movimento yemenita ha aumentato la propria aggressività all’inizio di luglio, proprio mentre l’intesa preliminare tra Stati Uniti e Iran cominciava a deteriorarsi. In questo contesto sono cresciute la pressione sulle infrastrutture energetiche e la presenza navale americana attorno a Hormuz. Behnam Ben Taleblu, responsabile del programma Iran della Foundation for Defense of Democracies, ha spiegato al Wall Street Journal che la rete legata a Teheran sembra intenzionata a impedire ai Paesi della regione di ridurre la propria dipendenza da Hormuz attraverso rotte alternative. In questa prospettiva, anche Bab al-Mandeb diventa uno strumento di pressione strategica. Gli Houthi mantengono comunque una propria agenda e non possono essere considerati semplicemente esecutori degli ordini iraniani. Ed è proprio questa autonomia a rendere lo scenario ancora più difficile da controllare. La guerra tra Stati Uniti e Iran sta infatti riattivando tensioni e conflitti rimasti per anni parzialmente congelati. Lo Yemen non è più una guerra dimenticata ai margini del Medio Oriente: è diventato uno dei punti dai quali può dipendere la sicurezza delle principali rotte energetiche mondiali.

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