C’è stato un periodo in cui sembrava impossibile immaginare qualcuno capace di insidiare Roger Federer e Rafael Nadal. Dominavano tutto, alternavano i titoli Slam come si cambia una camicia, e il resto del circuito sembrava condannato a giocarsi le briciole. Poi arrivò Novak Djokovic, e sappiamo tutti come andò a finire.
Oggi Jannik Sinner e Carlos Alcaraz ispirano lo stesso senso di imprendibilità. Due macchine da tennis diverse per stile e temperamento, ma entrambe devastanti. Difficile trovare crepe nei loro giochi (nonostante le recenti sconfitte di Jannik), difficile immaginare chi possa ridurre il gap in tempi brevi. Un Djokovic, al momento, non si vede all’orizzonte. Ma i segnali che qualcosa si stia muovendo ci sono, eccome.
Djokovic non è apparso dal nulla. Ci ha messo anni a costruire la propria solidità mentale e fisica, ha perso partite importanti prima di capire come vincerle, prima di scoprire di essere celiaco e cambiare radicalmente dieta, prima di diventare il giocatore più titolato in assoluto a livello di trofei importanti.
La storia del tennis insegna che i dominatori quasi mai vengono scalzati dall’oggi al domani. Chi li insegue deve accumulare esperienza, risultati, consapevolezza. E spesso ci vuole più tempo di quanto si pensi.
Le Next Gen Finals
C’è un torneo che negli anni ha assunto un ruolo curioso nel dibattito sul futuro del tennis: le Next Gen Finals, la rassegna riservata ai migliori Under 21 della stagione. Da una parte ha lanciato campioni veri, Sinner e Alcaraz su tutti, che da quelle esperienze hanno tratto linfa per la carriera successiva. Dall’altra ha visto sfilare talenti che sembravano pronti a tutto e poi si sono come smarriti lungo la strada, Hyeon Chung e Denis Shapovalov tra i casi più noti. Il torneo non garantisce nulla, ma filtra. Chi arriva a Gedda con continuità ha già dimostrato qualcosa.
I futuri Sinner e Alcaraz
Jakub Mensik è il primo grande nome. Il ceco sembra aver raggiunto una piena maturità nel 2026: titolo ad Auckland, semifinale a Doha con lo scalpo di Sinner, e un Australian Open interrotto solo dagli acciacchi fisici dopo aver raggiunto per la prima volta la seconda settimana di uno Slam. L’anno scorso aveva già vinto il 1000 di Miami. Quando trova continuità col servizio, può fare paura a chiunque.
Diverso il percorso di Joao Fonseca, classe 2006 e già idolo di un Brasile che non aspettava un tennista così dai tempi di Guga Kuerten. Passionale, estroso, capace di vincere il 250 di Buenos Aires e il 500 di Basilea nel giro di pochi mesi, ma anche di uscire al primo turno dell’Australian Open contro un avversario abbordabile. I pregi sono cristallini, i difetti pure: problemi alla schiena ricorrenti e qualche passaggio a vuoto nei match che finisce per pagare caro.
Arthur Fils, a vent’anni, si era preso due 500 in un colpo solo: Amburgo e Tokyo. Aveva raggiunto il quattordicesimo posto nel ranking. Poi la frattura da stress alla schiena lo ha costretto a saltare il Roland Garros 2025. Ma il francese ha metabolizzato in fretta: ha saltato anche l’ultimo Australian Open per precauzione, poi ha riaperto la bottega e subito raggiunto la finale a Doha.
Learner Tien ha il profumo del predestinato. Origini vietnamite, genitori conosciutisi su un campo da tennis (padre istruttore, madre tesista), americano di nascita e tennista per vocazione. Ha eliminato Medvedev tre volte nelle ultime due stagioni, è già a ridosso della top 20, ha vinto le ultime Next Gen Finals e raggiunto una finale a livello 500 a Pechino, persa contro Sinner. Insomma, pare faccia sul serio.
C’è anche una promessa italiana
Sarebbe ingiusto non citare due giovani talenti che completano il quadro e che si sono già incrociati direttamente. Justin Engel, tedesco classe 2007, ha vinto a 18 anni il Challenger di Amburgo lo scorso ottobre, in finale proprio contro Federico Cinà, siciliano della stessa annata. Engel ha già collezionato vittorie su tre superfici diverse in tornei ATP, è entrato in top 200 e ha stabilito primati di precocità che non si vedevano dai tempi di Boris Becker. Cinà, soprannominato «Pallino» sin dall’infanzia, viene da una famiglia di tennis (padre ex coach di Roberta Vinci, madre ex professionista) e ha già vinto una partita in un Masters 1000, il Miami Open 2025, a soli 17 anni.
Il possibile futuro del tennis
Nessuno sembra in grado, almeno oggi, di costruire quella traiettoria inesorabile che portò Djokovic a scavalcare i due fenomeni che sembravano inamovibili. Ma Federer e Nadal, mentre dominavano, non si sarebbero scommessi un centesimo sul fatto che un ragazzo di Belgrado li avrebbe un giorno superati entrambi per numero di Slam.
Sinner e Alcaraz dominano, e probabilmente domineranno ancora a lungo. Ma il tennis ha la memoria corta, e la storia è piena di ragazzi che nessuno si aspettava. Vale la pena ricordare anche i casi di chi, come Stan Wawrinka, ha impiegato anni prima di esplodere definitivamente, conquistando tre titoli Slam dopo i trent’anni. A dimostrazione che nel tennis i conti non tornano sempre in fretta, ma prima o poi tornano. Per il momento, un Djokovic non si vede. Però chissà.
