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Rocchi e la macchina del fango: inchiesta archiviata, restano i danni della gogna mediatica

Rocchi e la macchina del fango: inchiesta archiviata, restano i danni della gogna mediatica
Gianluca Rocchi (Ansa)

La Procura di Milano chiude senza richiesta di processo il filone sulle (molto) presunte designazioni pilotate. Il resto va a Monza. Cosa resta di due mesi di rumors, pochissimi riscontri e un treno che ha travolto l’unica vera vittima del sistema.

Dove eravamo rimasti? Qui. Gianluca Rocchi non combinava le designazioni arbitrali per favorire l’Inter o qualunque altra squadra, era ed è una persona perbene, un designatore che ha commesso errori (come tutti) ma che ha avuto il merito di ricostruire una squadra arbitrale ereditata all’Anno Sottozero dalle gestioni precedenti. Fallibile ma onesto. Trasparente. Limpido. Il suo più grave errore, peraltro riconosciuto nelle confidenze con chi non lo ha barbaramente scaricato, non aver chiuso prima la sua esperienza da guida tecnica degli arbitri italiani. Un anno prima, quando è parso evidente che i vertici della sua associazione avevano altri piani e lui è finito in un tritacarne di gelosie, invidie e recriminazioni su cui ha preso forma l’inchiesta della Procura di Milano per la quale ora la stessa procura chiede l’archiviazione.

Eravamo rimasti qui. A Gianluca Rocchi e a un onore da restituirgli dopo mesi di fango e linciaggio mediatico e non solo. Non combinava le designazioni per favorire l’Inter o chissà chi altro, non prendeva ordini dai dirigenti delle squadre con i quali nemmeno parlava se non in occasioni pubbliche, non era il personaggio da avanspettacolo descritto nelle carte che, in maniera parziale e spesso illogico, sono finite in pasto ai giornali. Non faceva “gioca jouer” alla Cecchetto e non modificava a piacimento i voti di arbitri e assistenti per salvare quelli del suo circolino. Al massimo è stato il designatore più trasparente della storia del calcio italiano, primo e forse ultimo a doversi presentare ogni santa settimana (lui o per interposta persona) a dichiarare gli errori dei suo ragazzi in un mondo che fatica ad ammettere anche il più evidente degli sbagli e che usa gli arbitri, sempre e comunque, come alibi per i propri fallimenti.

Gianluca Rocchi era ed è una persona perbene finita dentro una cosa più grande di lui alla quale ha risposto con dignità e sofferenza. La dignità di fare un passo indietro, pur avendo ricevuto solo un avviso di garanzia, peraltro molto debole e confuso, e la sofferenza di chi ha trascorso mesi interrogandosi sul perché il suo mondo lo avesse ripudiato. Abbastanza esperto per conoscere i meccanismi della politica sportiva ma non a sufficienza per non chiedersi se davvero non ci fosse altro modo di fargli sentire almeno un po’ di vicinanza umana nel momento della difficoltà.

Per due mesi Rocchi è rimasto come congelato nel tempo. Chiuso nel silenzio a contare i danni di un’inchiesta che lo ha azzoppato nel momento in cui stava pensando al futuro. Non in Italia, perché Rocchi non avrebbe comunque più fatto il designatore della Serie A (il successore era pronto da mesi), ma aveva le carte in tavola per farlo altrove. Il suo lavoro, fatto bene. Non meritava di uscire di scena così e la richiesta di archiviazione che la Procura di Milano ha avanzato sulla parte più delicata dell’indagine gli restituisce almeno l’onore di chi non ha avuto nulla da nascondere.

Quasi da subito l’inchiesta del pubblico ministero Ascione è parsa piena di controsensi, illogica e lacunosa. Indagati in concorso senza i “concorrenti”, ipotesi di reato incompatibili con un’attività andata avanti almeno (un giorno diranno) per oltre un anno. Dossier ed esposti da regolamento di conti interno trasformati in atti d’accusa. Intercettazioni a singhiozzo. Potenziali testimoni nemmeno convocati per essere sentiti. Nessun dispositivo sequestrato. I possibili beneficiari della frode mai indicati. Un porto delle nebbie che ha avuto il solo effetto di gettare altro fango sul calcio italiano e di dare in pasto a chi ne voleva essere nutrito la convinzione di aver assistito per anni a campionati truccati.

Non è così, ovviamente. Alla fine della storia non c’era nulla per la giustizia penale se non un presunto colpevole da esporre in pubblico. Quella sportiva ora leggerà le carte e farà sapere, utilizzando criteri propri che differiscono da quelli dei processi ordinari. Il punto di partenza ed arrivo, però, deve essere condiviso e cioè che l’industria del calcio non si può permettere di consegnarsi per mesi a chi, come minimo, fatica a comprenderne linguaggi e meccanismi di funzionamento. E’ già successo in passato con la Juventus o con vicende simili al contrario ignorate. Adesso basta. E chiedete scusa a Gianluca Rocchi.

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