Adesso possiamo dirlo ad alta voce: nulla è precluso alla nazionale italiana di rugby. Nessun risultato, nemmeno l’idea che in un futuro non troppo lontano si possa giocare davvero per vincere il Sei Nazioni. Anche il muro inglese è caduto. Sette marzo 2026, stadio Olimpico di Roma: il giorno e il luogo della prima, storica, vittoria dell’ItalRugby contro l’Inghilterra che mai aveva perso contro gli azzurri e che spesso e volentieri ci aveva impartito sonore lezioni.
E’ finita 23 a 18 con un crescendo entusiasmante nella ripresa. Gli inglesi che avevano chiuso avanti il primo tempo (10-12) e che avevano allungato mettendo un’ipoteca sulla sfida, si sono piano piano sfaldati. Piegati nell’animo, nella tattica e anche nel fisico: costretti a una doppia inferiorità numerica nel momento che ha segnato il match anche se la meta dell’apoteosi è arrivata in parità numerica. Gli azzurri avevano lavorato a lungo ai fianchi i maestri che alla fine hanno ceduto.
Un’impresa storica, che porta il rugby italiano in una dimensione nuova. Che il gruppo del ct Gonzalo Quesada sia candidato a diventare il più forte di sempre nella storia della palla ovale italiana si era capito da tempo, ma la crescita nelle ultime due stagioni è stata impetuosa. C’è un gruppo di giovani che ormai frequenta stabilmente i migliori campionati europei, ha talento e amore per la maglia, conosce ritmi e durezze che fino a qualche ano fa erano considerati proibitivi alle nostre latitudini.
Dal 1996 l’Italia provava a battere l’Inghilterra venendo respinta sempre e spesso con perdite. Un totale di 32 tentativi a vuoto prima della gioia dell’Olimpico e dei volti persi dei nazionali di Sua Maestà: l’Italia è ormai seduta al tavolo delle nobili del rugby e perdere a Roma non dovrebbe essere vissuto come un’umiliazione. La prima volta, però, non si scorda mai.
