Antonio Conte e l’Italia si sono già presi o sfiorati due volte. Ed è sempre stato grande amore, senza scossoni e soprattutto senza tradimenti, anche nel momento dell’addio. Un rapporto vero e che ha resistito all’usura del tempo ed è questa la ragione per cui la chiusura della storia con il Napoli dopo due scudetti e una Supercoppa Italiana mette il tecnico leccese in pole position per raccogliere i cocci lasciati dalla terza mancata partecipazione al Mondiale.
Lui, Roberto Mancini e forse nessun altro a meno che Max Allegri non decida davvero di averne le scatole piene del Milan e delle sue liti interne e si renda disponibile. Tre nomi pesanti per un compito pesantissimo perché nell’agenda del prossimo presidente della Figc, prima ancora delle riforme e di tutto quanto serve per rimettere in piedi il calcio italiano, c’è l’urgenza di garantire la partecipazione all’Europeo del 2028 e al Mondiale del 2030. Entrambe le cose sono tutt’altro che scontate come abbiamo imparato sulla nostra pelle. Giova ricordare che a Euro 2024 l’Italia è entrata per il rotto della cuffia contro l’Ucraina.
Conte e la sua storia da ct della nazionale
Per Conte non sarebbe una prima volta perché già nell’estate 2014 arrivò a Coverciano dopo un disastro. Allora essere stati buttati fuori dal Mondiale nella fase a gironi e per colpa di una sconfitta con l’Uruguay era sembrato il punto più basso, con dimissioni immediate del presidente federale Abete (proprio lui) e del ct Prandelli. Conte aveva appena rotto con la Juventus, lasciandola all’improvviso dopo poche ore di ritiro. Stava in barca in Croazia e lì, non senza difficoltà, lo aveva raggiunto Carlo Tavecchio.
Il resto è storia. Un contratto “inventato” da Tavecchio con aiuto dello sponsor tecnico, due stagioni di crescita verticale e qualche borbottio, i soliti indirizzati verso i club che non aiutano e cose simili, fino ad arrivare ad un Europeo entusiasmante guidando una delle nazionali tecnicamente più povere della storia italiana. Eppure Conte aveva fatto innamorare tutti di quell’Italia, trapanando in testa al gruppo e all’intera nazionale che quell’Europeo si sarebbe anche potuto vincere se nei quarti non ci avesse buttato fuori la Germania ai rigori.
Tra Conte e la nazionale è finita quella sera, ma il finale non è stato tumultuoso. Aveva voglia di tornare ad allenare quotidianamente e lo aveva detto per tempo al presidente Tavecchio e a tutto il mondo. Dunque, nessuna fuga di notte.
Quando Conte poteva sostituire Mancini nel 2023…
La porta di Coverciano si è di nuovo socchiusa, non riaperta completamente, nell’agosto del 2023 quando Roberto Mancini se n’è andò dalla mattina alla sera. E anche in quell’occasione, Conte ha dimostrato con i fatti di amare la nazionale e di essere pronto a mettersi a disposizione della Figc.
Gabriele Gravina aveva due nomi nell’agenda: Luciano Spalletti e Antonio Conte. Spalletti aveva appena dominato il campionato con il Napoli, si era lasciato (male) con Aurelio De Laurentiis e rappresentava la prima scelta. Conte era l’alternativa e, pur essendo uomo di grande carattere e orgoglio, per amore della maglia azzurra aveva accettato senza problemi la situazione dando disponibilità a Gravina.
Dunque, non esiste alcun ostacolo che proviene dal passato perché oggi i nodi della storia si possano tornare ad incrociare. Conte sarebbe la scelta migliore per Malagò perché garantirebbe la capacità di ottimizzare quello che offre in questo momento il campionato alla nazionale, che è poco ma quasi certamente meglio di quanto non fosse nel 2016. In tanti c’è la sensazione che con una guida complessivamente diversa anche la corsa al prossimo Mondiale avrebbe potuto avere un esito non infausto.
Comprare tempo attraverso la competenza del migliore degli acceleratori di un progetto sportivo. Ecco cosa rappresenta l’ipotesi Conte alla guida della nazionale a partire dalla prossima estate. Ed è anche la ragione per cui è ragionevole credere che chi è stato disponibile a tornare una volta lo possa essere a maggior ragione adesso. I soldi non saranno un problema insormontabile come non lo sono stati nel 2014 e, successivamente, per Mancini e Spalletti.
