Chi, se non Ken Paisli poteva raccontare davvero la storia dei Guns N’ Roses? Paisli è una figura anomala nel giornalismo musicale contemporaneo: neozelandese, non appare mai in pubblico, non mostra il proprio volto e costruisce i suoi libri come inchieste narrative, mescolando testimonianze, retroscena e ricostruzioni quasi cinematografiche. Il suo stile è diretto, pieno di dettagli e dialoghi, a metà tra il reportage rock e il romanzo nero americano. Ed è forse proprio questo approccio a renderlo lo scrittore ideale per raccontare la band più famosa, complessa e ingestibile della storia della musica. Panorama lo raggiunge al telefono mentre è a Dublino: «La misura della loro grandezza sta nel fatto che sono nel pantheon del rock con tre soli dischi realizzati tra il 1987 e il 1992. E ancora oggi, dopo essersi riuniti nel 2016, riempiono gli stadi in tutto il mondo» spiega l’autore del best seller ,Guns N’ Roses – The Truth (edizioni Il Castello).
«Sono l’ultima grande band ad aver vissuto molto pericolosamente, e non per modo di dire. Per il libro ho fatto mille verifiche sulle storie folli che si raccontavano sui loro esordi quando erano cinque sconosciuti squattrinati. Beh, la maggior parte erano vere. Una su tutte: devono suonare a Seattle, partono da Los Angeles con un furgone scassato che presto li lascia a piedi. Decidono di proseguire in autostop, li carica un camionista strafatto di anfetamine che un certo punto li abbandona in mezzo al nulla per per procurarsi altra droga. Hanno fame, mangiano cipolle crude trovate in un campo fino a quando il camionista, sempre più strafatto, riappare e li scarica vicino a Seattle. Lì due ragazze hippie li sfamano e gli danno qualche dollaro. Poi, finalmente suonano. Sembra un estratto da On The Road di Kerouac, ma è successo davvero».
Quando nel 1988 arriva il successo, ha l’impatto di un tornado. Sono la band numero uno al mondo, le classifiche parlano la loro lingua, ogni concerto è un delirio collettivo. Una macchina da soldi impressionante con l’impressionante capace di autodistruggersi proprio nel momento del massimo successo. Nel 1993 è tutto finito, restano solo macerie, anni di controversie, e un senso di decadenza senza fine. «È andata così per mille motivi. Il primo erano i demoni mai sopiti di Axl Rose, il cantante, molestato dal padre quando aveva due anni e poi sottoposto a un regime educativo tirannico dal patrigno ultra religioso: sberle se guardava una donna poco vestita in tv, botte se ascoltava musica rock. Traumi mai superati a cui si aggiungevano i gravi problemi di dipendenza da alcol e eroina degli altri del gruppo corredati da risse, ritardi, concerti interrotti, hotel devastati. Se lo ricordano i tredicimila di Stoccolma che, a inizio anni Novanta, per qualche ora attendono l’inizio dello show. «Pare che Axl uscito dalla stanza d’albergo in tempo per lo spettacolo, si sia prima attardato a giocare alla roulette nel casinò dell’hotel e poi abbia chiesto all’autista di fermarsi per strada perché voleva vedere i fuochi d’artificio di un festival locale». Poco tempo dopo al bassista Duff McKagan, viene espressamente detto che se avesse bevuto ancora un goccio d’alcol sarebbe morto. «Lui depone la bottiglia e diventa uno sportivo salutista di ferro» ricorda Paisli. Ma ormai la band è sfasciata.
Dopo il 1993 il gruppo diventa un fantasma del rock, sospeso tra leggenda e silenzi: uno a uno i componenti del gruppo se ne vanno o vengono licenziati da Axl, che resta solo e si imbarca in un’impresa folle e solitaria, un album chiamato Chinese Democracy. I Guns si trasformano in una sorta di creatura personale del cantante e Chinese Democracy diventa rapidamente un’ossessione e, a tratti, un incubo. «Registrato per oltre dieci anni, costato decine di milioni di dollari e continuamente rimandato, il disco si trasforma in una oscura leggenda ancora prima di uscire. Ogni produttore, tecnico o musicista (tra gli altri Moby e Brian May dei Queen) coinvolto raccontava versioni diverse: canzoni rifatte infinite volte, musicisti sostituiti, registrazioni ricominciate da zero, crisi di nervi e un perfezionismo quasi paranoico da parte di Axl» sottolinea Paisli. Il progetto si trasforma nel disco più costoso e misterioso mai realizzato nella storia del rock. Quando finalmente esce nel 2008, viene accolto come un evento epocale, ma anche come il simbolo definitivo della trasformazione dei Guns N’ Roses: non più una gang pericolosa di strada, ma il progetto solitario e visionario di un uomo rimasto solo con i propri fantasmi.
La distanza con Slash, il chitarrista, e gli altri, è siderale e l’ipotesi di una reunion non viene nemmeno considerata. Le offerte economiche per rivederli su un palco sono stratosferiche, tutti li vogliono, ma loro non si parlano. «Persino Keith Richards dei Rolling Stones, chiacchierando con Slash, si lascia scappare una frase impegnativa: “se non aveste litigato, oggi sareste come noi”» racconta Paisli. Poi all’improvviso nel 2016 la notizia bomba: Axl e Slash dopo vent’anni di odio e incomprensioni rimettono insieme i cocci del gruppo. Una pace che vale un miliardo di dollari. Senza canzoni nuove significative (solo qualche singolo a spot che appare nelle piattaforme streaming) gli stadi di tutto il mondo vanno sold out. Nel 2016, negli anni successivi e ancora oggi. I Guns sono un brand che non muore mai, ma soprattutto rappresentano qualcosa che l’addomesticato rock contemporaneo sembra aver perso: il caos, il rischio, la sensazione costante che tutto possa deragliare da un momento all’altro. Sul palco come nella vita.
