Home » Attualità » Sport » Calcio business, l’Europa vola mentre la Serie A rallenta (e i diritti tv allarmano)

Calcio business, l’Europa vola mentre la Serie A rallenta (e i diritti tv allarmano)

Calcio business, l’Europa vola mentre la Serie A rallenta (e i diritti tv allarmano)

Un report della Uefa svela le debolezze della Serie A nella competizione con il resto d’Europa: siamo indietro su stadi e ricavi commerciali, appesi ai diritti tv che però si stanno deprezzando.

Avanti piano, quasi fermi mentre tutto intorno il mondo del calcio corre a doppia velocità. La Serie A ristagna, non perde ma nemmeno guadagna spazi di mercato e piano piano vede proseguire l’opera di erosione della sua (fu) centralità nel panorama del Vecchio Continente. Quello dove ancora si pratica il football di maggiore successo, anche se l’asse centrale del pallone mondiale inesorabilmente si sposta verso Oriente a caccia di nuove risorse. E’ la fotografia che emerge dall’edizione 2026 dello “Uefa European Club Finance and Investment Landscape”, il report che la Uefa pubblica ogni anno per mettere in numeri e tabelle il valore economico e finanziario del prodotto calcio.

L’immagine complessiva è quella di un’industria che corre. Per la prima volta è scritto nero su bianco che i ricavi totali dei club di massima divisione europei supereranno a breve la soglia dei 30 miliardi di euro, segno che chi ha investito negli anni scorsi ha fatto la scelta giusta: meno di dieci anni fa (2017) il giro d’affari si fermava a 20 miliardi e nel 2007 era addirittura di 10. La locomotiva della crescita sono i ricavi commerciali, il peso dei diritti tv scende e solo i sistemi che si sono adeguati al cambiamento ne stanno beneficiano. Essendo l’Italia rimasta molto indietro nella partita delle nuove infrastrutture, volano per aumentare appetibilità e valore dei brand calcistici, non deve sorprendere il continuo arretramento.

Serie A, quanto fattura e quanto (poco) cresce

Tradotto in numeri, ecco che i 2,9 miliardi di euro di fatturato complessivo della Serie A siano una cattiva notizia; siamo il campionato tra le leghe top che cresce meno di tutti (+1%), ormai staccati non solo dalla Premier League inglese che domina con i suoi 7,5 miliardi, ma anche da Bundesliga tedesca (3,9) e la Liga spagnola (3,88) con la Ligue1 francese che incalza (2,53 ma +7%) e mercati in forte espansione con i quali ormai i nostri club si confrontano anche sul mercato come la Turchia che è cresciuta del 64%.

La ragione prima della decrescita (poco) felice della Serie A va ricercata nella struttura del suo fatturato. I nostri club, senza stadi moderni come volano, continuano a dipendere troppo dai diritti tv, dal player trading e dalla stagionalità dei ricavi garantiti dall’accesso alle competizioni europee e in particolare alla Champions League. Stare fuori è un dramma, per tutti. Farlo con continuità significa non poter investire ed essere costretti a ripiegare, alimentando il circuito poco virtuoso che penalizza i risultati sportivi impedendo di risalire. Quasi la metà del fatturato complessivo della Serie A (circa un miliardo di euro) nasce dai diritti tv e solo il 27% dalla voce commerciale.

Il problema per tutti, e per l’Italia in particolare, è che la torta dei broadcaster ha smesso da tempo di crescere e la competizione con altre forme di intrattenimento, non solo calcistico e sportivo, si è fatta durissima. La nascita di nuove competizioni, l’ultima il Mondiale per Club allargato della Fifa, l’aumento delle partite del format della Champions League e la parcellizzazione dei mezzi di diffusione del prodotto (non solo la tv tradizionale) sta incidendo per tutti e anche qui la Serie A rincorre con affanno.

Diritti tv, così la torta del mercato si sta restringendo

L’ultima asta ha portato la Lega Serie A a ottenere da Dazn 4,5 miliardi di euro in cinque stagioni, il ciclo si concluderà nel 2029: circa 900 milioni di euro all’anno dai diritti domestici che rappresentano una leggera perdita rispetto al ciclo precedente dal 2021 al 2024: 2,783 miliardi di euro. Faticano tutti, ma noi di più con l’eccezione della Ligue1 francese i cui errori strategici degli anni scorsi hanno causato un crollo del valore domestico con ripercussioni enormi su tutto il sistema tranne il solito Psg che vive una realtà a parte.

Come botteghino veniamo per quarti alle spalle dei soliti. Alla voce ricavi commerciali siamo addirittura quinti dietro anche alla Francia e tallonati pericolosamente da altre realtà. Una fotografia che rende comprensibile le difficoltà delle squadre italiane quando si presentano in Champions League e non riescono ad esprimere almeno una realtà da corsa come capitato in tempi recenti dalla Juventus (2015 e 2017) e dall’Inter (2023 e 2025). Siamo quello che produciamo, cioè poco. La scommessa è che la spinta dell’Europeo del 2032 da organizzare proprio con la Turchia sia l’occasione estrema per agganciare il treno prima che sia troppo tardi.

Dopo Milano con le vicende infinite del nuovo San Siro, pendono ancora una serie di ricorsi al Tar di chi vorrebbe far saltare la vendita a Inter e Milan e riportare le lancette indietro al 2019, ora anche Roma sembra aver accelerato. La Giunta di Roma Capitale, dopo mesi di discussioni, ha finalmente approvato la delibera sull’impianto che la Roma vuole costruire a Pietralata con un investimento da oltre un miliardo di euro; un dossier che ora passa nelle mani delle commissioni e dell’Assemblea capitolina con l’obiettivo di superare l’incrocio di veti già decisivo per far cadere il progetto a Tor di Valle.

© Riproduzione Riservata