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Smart working, la vera domanda non è se finirà ma come cambierà il lavoro

Smart working, la vera domanda non è se finirà ma come cambierà il lavoro

Una nuova generazione di lavoratori e aziende sta ripensando lo smart working dopo il Covid. Non più emergenza, ma un modello organizzativo che ridefinisce cultura, leadership e vita professionale.

Per mesi il dibattito sullo smart working è stato raccontato come una contrapposizione quasi ideologica: ufficio contro remoto, presenza contro libertà. Una lettura semplice, ma anche profondamente riduttiva, che non coglie la trasformazione più ampia che sta attraversando il mondo del lavoro negli anni successivi alla pandemia.

Il punto, infatti, non è stabilire se il lavoro debba tornare in ufficio oppure restare a distanza. Il punto è che la relazione tra lavoro e luogo fisico si sta progressivamente sganciando, aprendo scenari completamente nuovi per le organizzazioni, per i lavoratori e per il concetto stesso di carriera.

Per oltre un secolo la vita professionale si è strutturata attorno a un presupposto implicito: il lavoro coincide con un luogo preciso. La fabbrica, l’ufficio, la sede aziendale erano il perno attorno al quale ruotavano gerarchie, processi decisionali e dinamiche sociali. La pandemia ha incrinato questo schema con una rapidità che pochi avrebbero immaginato, costringendo milioni di lavoratori a sperimentare modelli alternativi nel giro di pochi mesi.

Oggi, a distanza di qualche anno, è sempre più evidente che il cambiamento non è stato temporaneo, ma ha aperto una fase di ridefinizione molto più profonda.

Dalla presenza alla responsabilità

Una delle trasformazioni più significative riguarda il passaggio da una cultura della presenza a una cultura della responsabilità. Per decenni la produttività è stata misurata attraverso la visibilità: essere in ufficio, partecipare alle riunioni, occupare fisicamente uno spazio all’interno dell’organizzazione.

Il lavoro remoto rompe questo schema perché rende evidente una verità spesso ignorata: la presenza non coincide necessariamente con il valore prodotto.

«Il lavoro remoto non significa semplicemente lavorare da casa», osserva Matteo Papa, Regional Director Europa di Airalo, una scale up internazionale che ha costruito la propria organizzazione interamente attorno a un modello distribuito. «È un sistema operativo completamente diverso. Molte aziende provano a trasferire online lo stesso modello d’ufficio, moltiplicando riunioni e controlli senza ripensare davvero processi e strumenti, e il risultato è spesso frustrazione e affaticamento».

Il punto, quindi, non è la distanza in sé, ma la capacità delle organizzazioni di ripensare il proprio funzionamento. Quando il lavoro remoto viene trattato come una semplice estensione dell’ufficio tradizionale, inevitabilmente genera inefficienze. Quando invece diventa parte di una progettazione più ampia, può trasformarsi in un vero acceleratore organizzativo.

La nuova geografia del talento

Un altro effetto evidente riguarda la geografia del lavoro. Se il luogo smette di essere il centro dell’organizzazione, anche il mercato del talento smette di essere confinato entro i limiti della città o del Paese in cui ha sede l’azienda.

Airalo rappresenta un esempio interessante di questa trasformazione. L’azienda, attiva nel settore delle eSIM per viaggiatori, opera oggi in oltre duecento destinazioni e conta più di quattrocento collaboratori distribuiti in oltre cinquanta Paesi. Tra questi figurano quindici persone con base in Italia e diciassette professionisti italiani che lavorano da altre parti del mondo, una composizione che riflette la natura intrinsecamente globale dell’organizzazione.

«Fin dall’inizio volevamo costruire un’azienda internazionale capace di attrarre talenti ovunque si trovino», spiega Papa. «Serviamo una comunità globale di viaggiatori e avere un team distribuito in diverse aree geografiche è stata una conseguenza naturale».

Questo approccio consente alle aziende di ampliare enormemente il bacino di competenze disponibili, superando i vincoli geografici che per decenni hanno limitato il mercato del lavoro. Allo stesso tempo apre nuove opportunità per i professionisti, che possono scegliere dove vivere senza dover necessariamente rinunciare a percorsi di carriera internazionali.

La cultura aziendale non nasce più nei corridoi

Se la tecnologia rende possibile il lavoro distribuito, la vera sfida riguarda però la cultura aziendale. Negli uffici tradizionali gran parte della cultura organizzativa nasce in modo spontaneo: conversazioni informali nei corridoi, pause caffè condivise, incontri casuali che rafforzano relazioni e fiducia reciproca.

Nel lavoro remoto questi momenti non esistono automaticamente e devono quindi essere progettati in modo intenzionale.

«In un’organizzazione distribuita la cultura non può essere lasciata al caso», sottolinea Papa. «Se in ufficio si sviluppa anche attraverso la prossimità fisica, nel remoto deve essere costruita con attenzione».

Per questo alcune aziende stanno introducendo ruoli dedicati alla progettazione dell’esperienza interna del team. In Airalo esiste una figura chiamata Remote Experience Manager, incaricata di sviluppare iniziative che rafforzino il senso di comunità anche in un ambiente completamente digitale.

Negli ultimi mesi, ad esempio, sono stati organizzati oltre mille incontri casuali online tra colleghi appartenenti a reparti diversi, pensati per ricreare quelle interazioni spontanee che in un ufficio nascerebbero naturalmente davanti alla macchinetta del caffè. Accanto a questi momenti esistono spazi digitali dedicati agli interessi personali, perché — come sottolinea Papa — «le persone non sono solo il loro ruolo professionale, ma individui con passioni, curiosità e relazioni che desiderano condividere».

La generazione post-Covid

Parallelamente, la pandemia ha contribuito a ridefinire le aspettative dei lavoratori, soprattutto tra le generazioni più giovani. Per molti professionisti entrati nel mercato del lavoro negli ultimi cinque anni, la flessibilità non rappresenta più un beneficio accessorio ma una componente fondamentale della qualità della vita.

Il lavoro non è più percepito esclusivamente come uno spazio di carriera, ma come parte di un equilibrio più ampio che include tempo personale, relazioni e possibilità di scelta.

Secondo una survey interna relativa all’ultimo trimestre del 2025 tra i dipendenti Airalo, il 91% afferma di non avere paura di essere sé stesso sul lavoro, mentre l’84% dichiara di avere un buon equilibrio tra vita privata e professionale.

«Quando una percentuale così alta di persone dichiara di potersi esprimere liberamente significa che esiste una forte sicurezza psicologica», spiega Papa. «E quando la maggioranza percepisce un buon equilibrio tra lavoro e vita privata vuol dire che il modello organizzativo riesce davvero a sostenere le persone».

Libertà e appartenenza

Anche nelle organizzazioni più distribuite resta tuttavia un elemento che nessuna piattaforma digitale può sostituire completamente: il contatto umano.

Per questo molte aziende remote organizzano momenti periodici di incontro fisico. In Airalo esiste un appuntamento annuale chiamato Airalo Away, durante il quale il team globale si riunisce in presenza per rafforzare relazioni e creare memoria collettiva. Negli ultimi anni questi incontri si sono svolti in diverse parti del mondo, da Phuket a Cancun fino all’isola vietnamita di Phu Quoc.

«La libertà senza appartenenza può trasformarsi in isolamento», osserva Papa. «Ma anche l’appartenenza senza libertà rischia di diventare controllo».

Secondo questa visione il vero equilibrio nasce dall’alternanza tra autonomia quotidiana e momenti intenzionali di connessione dal vivo, una combinazione che consente alle organizzazioni distribuite di mantenere coesione e identità pur operando su scala globale.

Il lavoro del futuro non sarà uguale per tutti

Il dibattito sullo smart working tende spesso a semplificare una trasformazione che in realtà è molto più articolata. Non tutte le aziende potranno funzionare in modo completamente remoto e non tutte le professioni lo permetteranno. Allo stesso tempo, però, appare sempre più evidente che il lavoro non tornerà semplicemente al modello precedente.

La pandemia ha aperto una fase di sperimentazione globale che continua ancora oggi. Alcune organizzazioni stanno ridefinendo i propri modelli di leadership, altre stanno ripensando il ruolo degli uffici e molte stanno esplorando nuove forme di collaborazione distribuita.

Nel mezzo si sta delineando un mondo del lavoro più fluido, meno legato ai luoghi e molto più centrato sulle persone, nel quale la vera sfida non sarà scegliere tra remoto o presenza, ma costruire modelli capaci di conciliare libertà, responsabilità e appartenenza.

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