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Siamo davvero diventati tutti allergici? I veri numeri (che vi sorprenderanno) dietro la mania delle allergie

Siamo davvero diventati tutti allergici? I veri numeri (che vi sorprenderanno) dietro la mania delle allergie

Arriva la primavera e anche gli starnuti di chi soffre per la presenza di pollini nell’aria. Ma ormai tutto l’anno cresce l’esercito di chi ritiene di essere intollerante a latte, glutine, arachidi. Peccato siano pochi quelli che si sottopongono a dei veri test…

Intolleranti al glutine, o allergici al lattosio, al nichel, al lievito. E ancora alle arachidi, alle proteine del latte o ai formaggi – ma solo freschi – o solo a quelli stagionati. O a muffe e betulle. L’allergia-mania ormai dilaga: anche solo organizzare una cena tra amici, e non parliamo del pranzo di Pasqua, può richiedere qualcosa di simile alla logistica di un reparto di allergologia.

Se vi sedete in aereo e avete con voi snack che «possono contenere frutta a guscio», cioè praticamente tutti, attenzione: se a bordo c’è un soggetto sensibile alle arachidi (vero o presunto) non potrete consumarli, hai visto mai la sostanza incriminata si dovesse diffondere nell’aria e andare a colpirlo, magari a 15 file di distanza da voi. Di punto in bianco, mezzo mondo è diventato allergico, e l’altra metà deve vivere in funzione di questo.

Ma siamo sicuri che sia tutto vero? I numeri raccontano altro: «I dati ci dicono che le reazioni gravi, come quelle anafilattiche da allergie alimentari, riguardano una minoranza di casi, tra lo 0,4 e il 2 per cento della popolazione» dice a Panorama Federica Rivolta, allergologa dell’Irccs Ospedale Policlinico di Milano. «Ingigantire il tema porta al rischio concreto di banalizzarlo: le forme severe esistono e possono essere pericolose o letali, ma non vanno confuse con le situazioni molto più diffuse, come le intolleranze. Condizioni fastidiose, certo, ma che non mettono a rischio la vita e che quindi vanno riportate nel giusto contesto di ragionevolezza. Un’intolleranza al lattosio può causare disturbi gastrointestinali, ma non porterà mai a uno shock anafilattico».

Non basta quindi faticare a digerire la pizza o sentire un peso allo stomaco dopo la colazione con il cappuccino per dichiararsi intolleranti o allergici a qualcosa: per avere una diagnosi occorrono analisi strutturate. «Il percorso diagnostico non si esaurisce nei classici prick test cutanei (le “prove” in cui gli allergeni vengono applicati sulla pelle con una lieve puntura: se compare un pomfo significa che il sistema immunitario reagisce a quella sostanza, ndr): sono utili, ma non bastano», continua Rivolta. «Oggi abbiamo a disposizione esami come l’ImmunoCAP o l’Alex Test, che permettono di identificare le singole molecole allergeniche e distinguere tra proteine termolabili e termoresistenti, quindi di stimare il rischio clinico. Se le proteine a cui si è sensibili vengono inattivate dalla cottura, il paziente sarà in grado di tollerarle negli alimenti cotti o da forno e dovrà evitare solo quelli crudi. La vera allergia è quella IgE-mediata, la reazione del sistema immunitario in cui gli anticorpi chiamati IgE riconoscono una sostanza innocua come pericolosa».

Ciò provoca una risposta immediata, con il rilascio di istamina, e tutto il resto va inquadrato senza creare allarmismi: quando parliamo di allergia autentica, infatti, ci si riferisce a prurito orale, gonfiore, orticaria, fino a segnali più seri come difficoltà respiratoria, senso di costrizione alla gola e perdita di coscienza. Fin qui i dati e le evidenze scientifiche: il resto è una zona grigia fatta di influencer, autodiagnosi, test discutibili e mode. Il paradosso è che mentre le allergie vere meritano attenzione e diagnosi (perché se si sbaglia qualcosa si rischia la vita), a forza di citarle a sproposito diventano “etichette” inflazionate.

E cosa dire della demonizzazione del glutine? Sembrerebbe che l’Italia sia ormai tutta intollerante, mentre crescono i consumi dei carissimi prodotti gluten-free anche da parte di chi non ne ha bisogno: la celiachia infatti riguarda solo circa l’1 per cento della popolazione italiana, non più di 265 mila persone. Molti però se la autodiagnosticano, spesso con mezzi fantasiosi, e dopo essersi convinti di avere la patologia cercano l’aiuto dei medici. «Non è infrequente che il paziente arrivi alla visita gastroenterologica dopo aver eseguito uno, se non più test di intolleranze alimentari che non hanno alcun fondamento scientifico», dice Paoletta Preatoni, responsabile dell’unità funzionale di gastroenterologia clinica dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. «Le uniche due condizioni che abbiamo la necessità di confermare o escludere sono l’allergia al glutine intesa come malattia celiaca, che ha un percorso diagnostico basato su test sierologici e istologici (come la biopsia duodenale), e quella al lattosio, che si individua con il breath test. È indispensabile un corretto inquadramento dei sintomi, per arrivare a una diagnosi accurata e quindi a una terapia adeguata».

E riguardo alla moda di consumare alimenti gluten-free ancora prima di avere una diagnosi, ebbene, è inutile. «Seguire una dieta gluten-free, di per sé, non comporta particolari rischi, ma è importante fare scelte consapevoli», conclude Preatoni. «Molti prodotti industriali rivolti ai celiaci sono più processati e con un indice glicemico più elevato rispetto agli equivalenti tradizionali. Allo stesso tempo, è fondamentale non eliminare il glutine prima di una diagnosi certa: nella malattia celiaca, infatti, la dieta gluten-free rappresenta l’unica terapia ed è da seguire per tutta la vita, mentre nella sola sensibilità può essere prevista, dopo un periodo di esclusione, una graduale reintroduzione del glutine sotto controllo medico».

Parallelamente, la ricerca sta studiando nuove molecole in grado di ridurre la risposta immunitaria al glutine: prospettive ancora lontane, ma che lasciano aperta la possibilità, in futuro, di soluzioni alternative per i veri pazienti celiaci.

Ma ovviamente non di solo cibo si “nutrono” le allergie: c’è anche il clima. Se starnutite a ripetizione e gli occhi vi lacrimano e bruciano senza tregua già adesso che è appena iniziato aprile, non vi preoccupate: è normale. In questo 2026 già abbastanza sfidante per molti motivi, anche i pollini (complice un inverno particolarmente mite) hanno pensato bene di arrivare in anticipo. «Per chi è allergico a pollini, parietaria, graminacee, betullacee o ambrosia la sintomatologia prevalente è l’oculorinite,» dice ancora Rivolta. «Talora è presente anche l’asma. Per prevenire i sintomi consigliamo di arieggiare la casa al mattino presto e sera tardi, utilizzare filtri antipolline in auto e tenere chiusi i finestrini. All’aperto usare occhiali da sole ed eventualmente una mascherina. L’unica terapia in grado di modificare l’andamento della malattia (a parte i rimedi che alleviano solo i sintomi) è l’immunoterapia specifica». E ricordarsi sempre che se tutto diventa allergia, niente lo è più. Nel rumore delle autodiagnosi eccessive e modaiole, il rischio è perdere di vista le poche, vere urgenze cliniche.

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