Home » Attualità » Politica » La sinistra del No e il vizio antico di bloccare tutto

La sinistra del No e il vizio antico di bloccare tutto

La sinistra del No e il vizio antico di bloccare tutto
MESSINA, ITALY AUGUST 09: People hold ”No to the bridge” as they gather to stage a protest against the recently approved Strait of Messina Bridge project in Messina, Italy on August 09, 2025. The plan, endorsed by the Inter-ministerial Committee for Economic Planning and Sustainable Development (CIPESS) on August 8, envisions a 3,300-meter central span suspension bridge to be built by Webuild for 13.5 billion, with property expropriations on both the Sicilian and Calabrian sides. (Photo by Valeria Ferraro/Anadolu via Getty Images)

Dalle rinnovabili all’alta velocità, dal nucleare al Ponte sullo Stretto, dai rigassificatori alla metropolitana sopraelevata per la Val Bisagno… Il Campo largo avversa ogni tentativo di innovare l’Italia. Le loro alternative? Risibili.

Hanno esultato come Tardelli alla finale dei Mondiali dell’82. Braccia al cielo, pugni chiusi, urlo liberatorio. L’inchiesta sul Ponte è meglio di un gol al novantesimo. «Bisogna fermare i lavori» tripudia il pentastellato Giuseppe Conte. «Opera dannosa dal punto di vista ambientale» esulta la piddina Elly Schlein. «Quei quattordici miliardi devono essere restituiti agli italiani» gioisce il verde Angelo Bonelli. «Sottrazione indegna di risorse al Mezzogiorno» gongola il compagno Nicola Fratoianni. «Se riescono a rubare prima ancora di aver iniziato meritano il Nobel» conclude l’immaginifico Matteo Renzi.

Duellano su tutto: primarie, programma, alleanza. Su una cosa, però, i moschettieri del Campo largo restano uniti come un sol uomo: la stentorea avversione alle grandi opere.

Ferocemente contrari a ogni modernità. No, no e ancora no. Cominciò il Pci, negli anni Settanta, con la demoniaca tv a colori. La pubblicità variopinta, per i comunisti, avrebbe spinto a consumismo smodato e inevitabile bancarotta. I tempi cambiano, ma l’insofferenza resta. Così il Ponte sullo Stretto diventa il male assoluto. Persino nel 1876 l’allora ministro dei Lavori pubblici, Giuseppe Zanardelli, però sognava: «Sopra i flutti o sotto i flutti, la Sicilia sia unita al continente». Ma già Plinio il Vecchio raccontava di un collegamento galleggiante, costruito con barche e botti. Correva l’anno 251 avanti Cristo.

Nell’anno domini 2026, invece, il centrosinistra preferisce ancora il “ferribbotte” tra Messina e Villa San Giovanni. Come osano progettare quel mostro di acciaio se ci vogliono ancora cinque ore e trentasei minuti di treno per andare da Siracusa a Palermo? E vogliamo parlare delle malridotte autostrade? O delle estenuanti liste d’attesa negli ospedali? Ecco, appunto. Quei sonanti miliardoni, intimano le più illuminate menti della coalizione, vengano piuttosto investiti nella sanità. D’altronde, al primo punto del nascituro programma dovrebbero stampigliare a caratteri cubitali una parola: benaltrismo.

Nella vana speranza di risolvere l’atavico, la Sicilia resti quindi ben separata dal continente. A maggior ragione adesso, con l’inchiesta per corruzione che incombe: i tre indagati avrebbero cercato di condizionare il parere della Corte dei conti sull’opera. Ma anche il Mose è stato bersagliato da scoppiettanti inchieste. Prima le polemiche e le contestazioni e poi, nel 2014, furono arrestate 49 persone. Oggi non c’è abitante che non ringrazi il Signore. Il sistema di paratie mobili ha salvato Venezia da funeste inondazioni. E la Salerno-Reggio Calabria? Negli anni il numero di ‘ndranghetisti arrestati ha superato di gran lunga i suoi 443 chilometri. Prima però servivano almeno sei ore per percorrerla. Ora ne bastano meno di quattro.

Ponti, autostrade, ferrovie. Il Pd predica radicalismo ambientale. I più fedeli alleati restano i turboambientalisti di Avs. E l’asse con Maurizio Landini, indomabile segretario cigiellino, diventa cruciale. Il partitone del No a tutto spera di bloccare l’Italia. E due settimane fa è arrivata in pompa magna pure Ilaria Salis. Dopo due battaglieri anni a Bruxelles, ha preso la tessera di Sinistra Italiana: «Stiamo costruendo una vera alternativa a questa brutta destra», annuncia. Non solo patrimoniale, case requisite, basta carcere. È pure una ribalda e storica no Tav. La reginetta della Val di Susa porta difatti in dote indomiti centri sociali e scalmanati suburbani. Tipo quei gentiluomini di Askatasuna, che hanno approfittato delle ultime vacanze pasquali per dedicarsi all’ennesimo attacco ai cantieri piemontesi dell’alta velocità. Del resto, ricorda l’aspirante leaderina No Global, «quello spirito collettivo continuerà sempre ad ardere».

Salis, comunque, vanta illustri predecessori. «Chi se ne frega di andare da Torino a Lione!» deflagrava nel febbraio 2019 Danilo Toninelli, indimenticabile ministro alle Infrastrutture nel governo giuseppino. Nemmeno Schlein, a dire il vero, palpita per l’indispensabile «corridoio mediterraneo». Tanto che la posizione della segretaria, in ossequio alla sua usuale vaghezza, è stata così rinominata: Boh Tav. Su una cosa però l’ondivaga Elly ha idee chiarissime: le rinnovabili. «Bisogna accelerare per ridurre costo dell’energia e la dipendenza dal gas» informa. «Sarà la prima misura che adotterà un eventuale governo di centro sinistra», promette.

L’intento è condiviso, tanto da diventare un vessillo. Per Avs pale eoliche e pannelli solari sono imprescindibili. I 5 stelle lo ripetono da sempre. Peccato che quattro delle sei regioni più in ritardo sulle rinnovabili siano amministrate dal Campo largo. Sul podio c’è la Sardegna, guidata dalla pentastellata Alessandra Todde. È la più smaccatamente ostile alle fonti pulite: negli ultimi due anni non ha concesso un’autorizzazione. Segue il granducato rosso di Toscana, governato da Eugenio Giani. Poi la Puglia di Antonio Decaro, campionissimo Dem, dove restano in attesa oltre settecento progetti. A seguire l’Umbria di Stefania Proietti, criticata perfino da Legambiente e Wwf: «Sembra preoccupata solo a trovare cavilli».

Beppe Grillo, deposto fondatore del Movimento, compendia: «Il cosiddetto Campo largo blocca di fatto le rinnovabili, con il caso emblematico della Sardegna». Eppure, pentastellati e Pd svelenano. Il ribaltamento di fronte è strepitoso. Ecco Patty L’Abbate, vicepresidente della commissione Ambiente: «Quello che non convince è il progressivo declassamento delle fonti rinnovabili». Avversate dalla collega Todde. E il nucleare, che il governo considera indispensabile? «Non rappresenta una risposta utile né tempestiva». Pure Annalisa Corrado, responsabile Conversione ecologica del Pd, è lapidaria: «Le rinnovabili sono l’unica scelta che abbiamo». Ma illustri amministratori piddini cavillano. E i mini reattori appena approvati in parlamento? «Arriverebbero nella prima metà degli anni Trenta. Che risposte diamo oggi alle famiglie e alle imprese?». Insidiosa domanda a cui evita di rispondere.

Insomma: avanti tutta su eolico e solare. Supercazzole rosse permettendo, s’intende. E niente nucleare. Intanto il primo ministro britannico, Keir Starmer punta proprio sull’atomo per raggiungere l’indipendenza energetica. E anche Pedro Sánchez, premier spagnolo e idolo dei progressisti tricolore, vuole le centrali. Persino Papa Leone apre: «Il nucleare sia al servizio della vita e della pace». Nemmeno il pontefice, però, induce i nostri eroi in tentazione.

Rinnovabili, nucleare, trivelle, rigassificatori. No pasaran! Il diniego è trasversale. Parte dall’estrema sinistra della ruspante Ilaria Salis, che si presentò a Bruxelles con le scarpe a zeppa, per arrivare alla sofisticatissima Silvia Salis, che non ha mai sbagliato una mise. La supersonica sindaca di Genova si è battuta senza riserve contro lo skymetro, la metropolitana sopraelevata per la Val Bisagno. Il ministero aveva già stanziato quasi quattrocento milioni. Salis ha sdegnosamente rifiutato: l’impatto ambientale, assicura, sarebbe devastante.

E poi gli alleati, 5 stelle ed ecologisti vari, sono da sempre contrari. Dopo lungo meditare, è stata dunque presentata alla città l’attesa alternativa. Un tram tradizionale? Macché. Una cabinovia. Come a Cortina o Courmayeur. Vuoi mettere con i proletari vagoni? Certo: costicchia, mancano le palanche e i piloni sarebbero un obbrobrio. Lei s’è infuriata: «Non voglio più sentire nessuno che si lamenta di quanto ci mette ad andare in centro».

I soliti mugugnoni genovesi. Per fortuna Salis ha ben altri piani. Altro che puzzolenti caruggi. Quando sarà a Palazzo Chigi, magari, potrebbe riproporre la cabinovia: tra Scilla e Cariddi, stavolta. D’altronde, nell’estate 2020, l’allora premier Conte aveva avanzato un’alternativa altrettanto fantasiosa: «Dovremmo pensare a un miracolo di ingegneria», spiegava. «Una struttura ecosostenibile, leggera, che tuteli l’ambiente…». Dunque? «Penso a un tunnel sottomarino».

Audace. Adesso, invece, predica intransigenza. Il Ponte no: «È irrealizzabile». Nell’attesa del prodigio giuseppino, si continui a usare il “ferribbotte”.

© Riproduzione Riservata