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Se la giustizia non tutela le divise

Se la giustizia non tutela le divise
Legnano, Italy – June 22, 2014: Rear view of a woman police officer while making a military salute. The photo was taken during the opening ceremony of a new statue dedicated to the fallen of World War II. Photo taken in a public street.

La Corte d’appello di Milano riduce la pena a Fares Bouzidi, alla guida nella fuga in cui morì Ramy Elgaml: una decisione che riapre il caso sul rapporto tra giustizia, forze dell’ordine e responsabilità.

La notizia è passata quasi sotto silenzio, ma la Corte d’appello di Milano ha ridotto la pena a cui, in primo grado, era stato condannato Fares Bouzidi: 18 mesi invece di 32, mille euro di risarcimento per le parti civili invece di duemila. A voi forse il nome di questo ragazzo di origine tunisina non dirà molto, ma si tratta del 24enne che, a Milano, due anni fa scappò da un posto di blocco dei carabinieri, rendendosi protagonista di una folle corsa per le vie del centro. La fuga si concluse contro il palo di un semaforo e l’amico che viaggiava con lui, Ramy Elgaml, perse la vita nell’incidente. La Procura aveva chiesto la condanna per resistenza a pubblico ufficiale e il giudice per le indagini preliminari, applicata la riduzione di un terzo per la scelta dell’imputato di farsi processare con il rito abbreviato, lo aveva condannato a due anni e 8 mesi, aggiungendo un risarcimento di duemila euro a testa a ciascuno dei carabinieri che, a rischio della propria incolumità e in adempimento di un dovere istituzionale, erano stati costretti a inseguirlo.

Una condanna in fin dei conti lieve, tenuto conto non soltanto che Bouzidi aveva qualche precedente ma, soprattutto, in ragione dell’amico morto. Considerando che l’omicidio stradale è punito con una pena da due a 18 anni, al tunisino in fondo era andata bene. Ma i legali del giovane, che in primo grado avevano sostenuto l’arbitrarietà e la sproporzione dell’inseguimento da parte dei carabinieri, non contenti, hanno fatto appello. E i giudici, in parte, hanno dato loro ragione. Gli avvocati contestavano l’applicazione della recidiva, dovuta al fatto che Bouzidi aveva due precedenti condanne per ricettazione. Secondo loro, essendo un reato diverso quello per cui il tunisino era giudicato, non avrebbe dovuto influire sul procedimento. La Corte d’appello, tuttavia, ha ritenuto che per l’aggravamento della pena non fosse necessario che il reato per cui era a processo fosse della stessa natura. Ciò nonostante, gli ha concesso uno sconto per via della giovane età e perché avrebbe deciso di mutare le proprie condizioni di vita trasferendosi in un’altra città. Secondo i giudici, Bouzidi sarebbe fuggito davanti all’alt dei carabinieri, mettendo in pericolo la vita dell’amico, dei militari e dei passanti, a causa di una «fragilità emotiva» che lo avrebbe portato ad assumere una «reazione irrazionale e incontrollata, non determinata dalla volontà di occultare altri reati».

La stessa Corte d’appello ha riconosciuto la gravità del danno e del pericolo cagionati. «La fuga», è scritto nella sentenza di secondo grado, «è avvenuta ad altissima velocità per le vie di Milano e la visione dei video in atti dimostra che solo per un caso l’imputato non ha provocato danni maggiori a sé o ad altri».

Però, alla fine, tutto è liquidato con una pena lieve. Non importa che per mesi i carabinieri, per avere fatto il loro dovere, siano stati accusati della morte di Ramy Elgaml. Né conta che, per effetto delle accuse mosse nei confronti dei componenti delle pattuglie dell’Arma coinvolte nell’inseguimento, ai militari costerà di più pagarsi gli avvocati di quanto incasseranno come risarcimento da Fares Bouzidi. Così non ha valore che pochi mesi fa, ossia a febbraio, il giovane tunisino sia stato arrestato per il furto di una moto, in quanto avendo risarcito il proprietario, nei suoi confronti è stata emessa una sentenza di non luogo a procedere. Io non so se davvero, come dicono i giudici, Bouzidi abbia cambiato vita; tuttavia, mi domando che giustizia sia quella che è comprensiva nei confronti di chi commette un reato, mentre è inflessibile quando deve valutare chi è chiamato a reprimerlo. Ai carabinieri che, quella notte, inseguirono il ventiquattrenne e il suo amico sono contestati la frode e il depistaggio, perché non avrebbero riferito compiutamente i fatti. Due reati per cui il codice prevede pene che vanno dai tre agli otto anni. In pratica, rischiano più i carabinieri di chi, con un comportamento «dissennato» – così dicono i giudici -, ha provocato come diretta, anche se non voluta, conseguenza la morte di Elgaml.

E mi chiedo anche: perché un rappresentante delle forze dell’ordine deve rischiare la pelle, come ha fatto il vigile urbano rimasto ucciso a Milano, se poi la giustizia è più dura con agenti e carabinieri che con chi vìola la legge? Il messaggio che se ne ricava è uno solo: cari poliziotti e militari, la prossima volta, quando vedete un delinquente, voltatevi dall’altra parte. Rischierete di meno.

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