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I nuovi italiani per vincere i Mondiali? Il razzismo inconsapevole della sinistra che vede il calcio «per neri»

I nuovi italiani per vincere i Mondiali? Il razzismo inconsapevole della sinistra che vede il calcio «per neri»
Il campo del Meazza di MIlano durante Milan-Barcellona, 28 marzo 2012. Il prato del Meazza non è stato innaffiato per “le condizioni di elevata umidità del campo stesso” e le sue condizioni generali “sono state ritenute idonee sia dagli arbitri sia dai delegati Uefa”: così il Milan, in una nota, ha replicato alla protesta ufficiale inoltrata alla Uefa dal Barcellona per le condizioni del campo di San Siro ieri sera. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Dopo il terzo fallimento dell’Italia nella corsa ai Mondiali, Aldo Cazzullo propone di puntare sui «nuovi italiani» come risorsa per rilanciare il calcio azzurro. Una tesi che, secondo questo commento, finisce però per riproporre stereotipi biologici e una visione ideologica dell’immigrazione, trasformando l’antirazzismo in una nuova forma di discriminazione

Siamo arrivati alla nuova frontiera della retorica migratoria. Fino a qualche tempo fa ci veniva detto che gli stranieri erano necessari per svolgere «i lavori che gli italiani non vogliono più fare». Adesso siamo al gradino successivo: gli stranieri ci possono servire per i lavori che gli italiani non sanno più fare bene. E tra questi lavori c’è quello del calciatore.

L’ardita tesi è sostenuta da una firma di pregio del Corriere della Sera, ovvero Aldo Cazzullo, che prende spunto dai Mondiali di calcio a cui per l’ennesima volta l’Italia non si è qualificata.

«Forse, se l’Italia per la terza volta ha fallito la qualificazione ai Mondiali, è anche perché non ha saputo attingere al potenziale dei nuovi italiani», sostiene Cazzullo. «È un pallino del nuovo capo del nostro calcio, Giovanni Malagò. Negli altri sport, dall’atletica alla pallavolo, è accaduto; e i risultati sono straordinari.
Perché nel calcio non ancora?

C’è stato Mario Balotelli, grande promessa incompiuta; ma era il figlio adottivo di una famiglia borghese di Brescia.

Cosa aspettiamo ad aprirci ai figli dell’immigrazione? Vale per il calcio come per gli altri settori della vita sociale; poliziotti e carabinieri, ad esempio, non lavorerebbero meglio in certi quartieri difficili se avessimo più neri e arabi in divisa?».

Certo, continua Cazzullo, non si possono negare le piccole difficoltà presentate dal percorso di integrazione: «Se i pronostici saranno rispettati e la Francia vincerà il Mondiale (ma deve resistere Adrien Rabiot, l’unico che difende a centrocampo), si temono gli incidenti che scoppiano a ogni vittoria del Psg: l’ultima Champions è costata un morto. Non sarà facile. Camminiamo tutti in una terra incognita. Faremo errori. Imboccheremo strade sbagliate. L’integrazione non si fa in un giorno, e non è mai riuscita per sempre. Ma l’integrazione è come il futuro; non lo determiniamo, eppure è l’unico posto in cui possiamo andare».

Verrebbe da dire che l’integrazione, in realtà, è semplicemente l’unico posto in cui non dobbiamo andare, se non altro perché non esiste un solo esempio nel mondo occidentale di integrazione riuscita, soprattutto con i numeri mostruosi dell’immigrazione di massa. Ma è inutile perdere tempo con ragionamenti sociologici che tanto non verrebbero ascoltati dai fautori della accoglienza senza limiti.

Più interessante è semmai esaminare la tesi cazzulliana secondo cui per sopperire alle mancanze del nostro calcio dovremmo servirci degli stranieri altrimenti detti «nuovi italiani».

L’editorialista del Corriere parte da un presupposto che a suo parere è granitico. «C’è una frase che viene detta a mezza voce davanti alla tv, che gira sui social, che ripetono i politici più spregiudicati: il calcio è diventato come l’atletica, uno sport “per neri”», scrive il nostro. «Il Mondiale come la finale dei 100 metri olimpica. Non soltanto nove squadre africane sono arrivate ai sedicesimi; le squadre europee sono innervate dai figli dell’immigrazione. A cominciare dalla più forte, la favolosa Francia, favorita per la vittoria finale».

Di fronte a una simile affermazione viene da chiedersi se i lettori dello storico quotidiano di via Solferino si rendano conto del razzismo feroce che esprime. È il difetto di tutte le tirate politicamente corrette sull’antirazzismo: servono soltanto a riportare in auge la discriminazione su base biologica tipica del razzismo positivista e di parte del razzismo novecentesco. Nei fatti, Cazzullo sostiene che i neri siano più bravi a giocare a calcio. Che è un po’ come scrivere che i neri hanno il ritmo o la pallacanestro nel sangue.

Qualcuno dovrebbe spiegarci, a questo punto, da che cosa derivi la bravura nel calcio delle persone di colore. Da caratteristiche genetiche? A logica, questa è l’unica risposta possibile se si segue il discorso di Cazzullo. Egli dice, deduciamo, che dovremmo valorizzare i «nuovi italiani» perché sono neri o comunque scuri, e in virtù del pigmento saranno anche più capaci di giocare al pallone. Altrimenti non si spiega.

Questo nemmeno troppo velato razzismo biologico si somma alla consueta superiorità morale e antropologica tipicamente progressista. La stessa che fa dire a qualcuno che «abbiamo bisogno» degli stranieri per raccogliere i pomodori o per pagarci le pensioni o per compensare la nostra sterilità diffusa. Come se gli stranieri fossero un prodotto da acquistare, merce sempre disponibile. E se il nuovo italiano non vuole raccogliere pomodori o giocare al pallone che si fa? In quel caso lo si remigra? E con gli orientali come la mettiamo? Li accoglieremo in massa quando inizieremo a perdere i mondiali di arti marziali?
La verità è che dovremmo davvero piantarla con questa retorica sui nuovi italiani e le meraviglie che ci porteranno in dono. Se l’integrazione fosse problematica ma bella come sostiene Cazzullo, nessuno avrebbe problemi a sostenerla. La realtà è che è solo problematica e per lo più disastrosa. Se per vincere i Mondiali dobbiamo rassegnarci al multiculturalismo imposto (e razzista), meglio stare a casa e giocare a carte. Attività in cui i vecchi italiani sono ancora eccellenti, senza nemmeno l’aiuto di oriundi della briscola.

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