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Altro che partito femminista: le donne lasciano il Pd di Schlein

Altro che partito femminista: le donne lasciano il Pd di Schlein

Mentre la segretaria parla di femminismo e solidarietà, è fuga delle sue “amazzoni”: Furlan, Madia, Gualmini, Picierno l’hanno già mollata, Tinagli frigge per la linea green. Ma è in Europa che i dem rischiano l’implosione

«Trovo che il tentativo di mettere le donne in contrapposizione sia un gioco molto diffuso nelle società patriarcali». Nazareno, abbiamo un problema. Appena atterrata, Elly Schlein era la segretaria marziana, come il Kunt di Flaiano. Adesso sembra l’Evita Perón de’ noantri: mentre propaganda femminismo e solidarietà, le amazzoni emarginate vanno via dal Pd. A Roma lasciano Annamaria Furlan, ex segretaria della Cisl, e Marianna Madia, già ministra renziana. Ma l’avversatissima discriminazione di genere si consuma soprattutto a Bruxelles: prima ha abbandonato Elisabetta Gualmini e ora Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo. Sul gruppo continentale dei Dem non incombono solo divisioni e rivalità, ma pure insidiose inchieste. Il Parlamento ha già revocato l’immunità ad Alessandra Moretti, la «Ladylike» che rivendicava il diritto all’apparenza in politica, e si appresta a fare lo stesso con Matteo Ricci, già aspirante governatore delle Marche.  

Per carità: in patria, tra primarie e alleanze, pretoriani e ostili, le cose non vanno certo magnificamente. La delegazione estera è però l’emblema della sconfitta. L’inclusiva leader è più divisiva che mai. Una dopo l’altra, si allontanano le troppo riformiste e poco radicali. Ma anche Giorgio Gori, l’ex sindaco di Bergamo, pare sempre più insofferente. Tanto da meditare una sua candidatura alle primarie, che rischierebbe di consegnare il campo largo a Giuseppe Conte, leader pentastellato. Mezzo partito a Bruxelles non condivide la linea della segretaria, portata faticosamente avanti da fedelissimi. Come la turboecologista Camilla Laureti: sostiene con audacia che le migliorie per le case green, circa 50 mila euro ad abitazione, avrebbero fatto considerevolmente risparmiare gli italiani. Previa vendita dei reni per saldare l’importo. O l’alfiere arcobaleno, Alessandro Zan, che in Aula denuncia le «condizioni generali discriminatorie di Meta nei confronti della comunità LGBTQIA+».

La compagnia, d’altronde, è straordinariamente malassortita. Il manipolo fu scelto per portar voti e allontanare i cacicchi. Le ultime Europee erano decisive per le sorti della segretaria. E i devotissimi restano sconosciuti adesso, figurarsi allora. Meglio, quindi, puntare sull’usato sicuro. I potentoni locali, soprattutto: come Stefano Bonaccini, già presidente dell’Emilia-Romagna, e Antonio Decaro, che ha poi lasciato per guidare la Puglia. Poi, qualche vecchia gloria giornalistica: Lucia Annunziata, Marco Tarquinio, Sandro Ruotolo. Infine i riconfermati, non certo ortodossi: a partire da Picierno, appunto.

Il primo psicodramma fu sul voto per il riarmo. Delegazione spaccata a metà. I bellicisti polemizzano contro i pacifinti: omologarsi agli ex grillini rischia di allontanare il Pd dal socialismo europeo. Ancora oggi restano divisi praticamente su tutto: sviluppo, giustizia, green deal. Picierno ragguaglia: «Ho lasciato il Pd rivendicando le stesse ragioni per cui il campo largo non è oggi un’alternativa credibile alle destre: troppo populismo e poca cultura di governo». Insomma, siamo alle solite: la supposta subalternità a 5 stelle e Avs. E chi sarà vicepresidente al posto di Pina? Schlein avrebbe promesso il posto all’accomodante capo delegazione: Nicola Zingaretti. Solo che adesso, a riprova del mefitico ambientino, medita di concedere la poltronissima a Bonaccini, disallineato presidente del partito.

Picierno era stata preceduta da Gualmini, che aveva criticato la «mutazione genetica» schleiniana: «Un riposizionamento nella sinistra radicale che taglia fuori la cultura del riformismo». Si era premurata di dettagliare le ambiguità: dall’Ucraina al referendum sulla giustizia. Venne difatti pubblicato un post per sostenere il No, spiegando che persino CasaPound era favorevole. «Il video del Pd che dice chi vota Sì è un fascista raggiunge forse il punto più basso di qualsiasi polemica politica» ragguagliò. Qualche giorno dopo, decise di lasciare.

La docente universitaria bolognese aveva già scansato lo scorso dicembre il Qatargate, controversa indagine su supposti favori al Paese emiratino. Il Parlamento le confermava l’immunità, decidendo l’opposto per Moretti, a cui sono state revocate le guarentigie. Nel dicembre 2022 «Ladylike» era stata citata nell’inchiesta che aveva portato agli arresti un ex collega, Pier Antonio Panzeri, e l’allora vicepresidente dell’europarlamento, Eva Kaili. Adesso tocca a Ricci, già sindaco di Pesaro, coinvolto nell’inchiesta Affidopoli. Un suo vecchio collaboratore avrebbe rivelato favori ad alcune cooperative in cambio di voti. La Procura chiede di sequestrare tutta la corrispondenza con Massimiliano Santini, l’ex coordinatore degli Eventi nel comune e principale indagato. Ricci ha già chiesto ai colleghi socialisti in commissione di votare per la revoca della sua immunità. Anche se Gioacchino Genchi, avvocato del grande accusatore, eccepisce: chat e messaggi potrebbero già essere consegnati spontaneamente alla procura.

Cosa ne pensano i manettari alla Ruotolo, già indignato speciale nelle trasmissioni televisive di Michele Santoro? L’onorevole baffone, responsabile informazione del Pd, non perdona. Per conto della segretaria, ha combattuto le battaglie più disperate, come quella contro i cacicchi. Sempre respinto con perdite. Altra vecchia gloria giornalistica voluta fortissimamente da Elly a Bruxelles è Annunziata, eletta da indipendente. Adesso, però, deriva e addii sembrano imbarazzarla: «Qualunque sia la ragione, il dissenso non si può eliminare dalla vita di un partito» spiega al Foglio.

Anche la transizione ecologica fa tribolare. Ultrà da una parte. Realisti dall’altra. Gli ideologici vengono avversati da ex amministratori e nordisti. Lo stop ai motori termici nel 2035, perorato dai socialisti, è uno dei temi più divisivi. Per le imprese italiane sarebbe una catastrofe, ma la leader dei Dem è irremovibile: urge spingere sulle auto elettriche, oggi più che mai. Il lombardo Gori dissente. Così come Irene Tinagli, economista di fede lettiana. Il passaggio forzato consegnerebbe il mercato continentale alla Cina, distruggendo migliaia di posti di lavoro in Italia. Elementare Watson. Persino Mario Draghi, ex premier italiano e presidente della Bce, lo scorso autunno aveva predetto: «Attenersi rigidamente all’obiettivo potrebbe rivelarsi irrealizzabile». Intanto, la Commissione europea ha rinviato la decisione, aprendo ai biocarburanti. E pure sulle case green continua a prendere tempo.

Gli intransigenti per conto segretaria l’hanno presa malissimo. La più autentica interprete del massimalismo ambientale resta Annalisa Corrado, responsabile per la conversione ecologica del Pd, già imbarcata sulla Flotilla. «L’attacco al green deal è antistorico», assalta. «L’Europa non può e non deve abbandonare le proprie ambizioni climatiche». Mentre viene conclamato il disastro economico, lei rilancia. Più schleiniana di Elly. Più bonelliana di Angelo. S’è recentemente distinta a Bruxelles anche per un’audace interrogazione contro il taglio alle accise sul carburante, dopo la guerra in Medio Oriente. La benzina sfiorava i 2,5 euro al litro, gli impoveriti italiani smadonnavano alla pompa, il pieno costava uno sproposito. Ma Corrado in aula svelenava: basta tagli alle accise. Come si permette il governo italiano di aiutare i poveri cristi? Inaudito. «Costituirebbe un aiuto di Stato e comprometterebbe gli obiettivi di decarbonizzazione», allertava. «Si distorce la concorrenza nel mercato interno dell’elettricità».

La ribalda eurodeputata, del resto, ha scritto il bestseller Le ragazze salveranno il mondo. Negli ultimi vent’anni, informa, c’è stata una canagliesca cospirazione tra esecutivi e petrolieri per affossare le rinnovabili. L’apice di questo patto scriteriato, ovviamente, s’è raggiunto con i mascalzoni climatici di centrodestra. Ma la colpa è anche un po’ del maschio che «manifesta senza remore l’ambizione tossica e voglia di potere, sia verso la donna che per l’ambiente». Persino in bolletta: basta patriarcato. Peccato solo per le vituperate colleghe. Forse le ragazze salveranno il mondo, ma non il Nazareno.

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