Visto che, ormai, tanti importanti colleghi ammettono di aver frequentato il ristorante di Valter Lavitola, bistrò che – a quanto pare – era divenuto crocevia di giornalisti, artisti e imprenditori, io devo dire di non averci mai messo piede. Ho guardato online le immagini del locale, l’esterno alberato nel quartiere Monteverde e il menù con una serie di proposte allettanti, ma neppure sapevo che l’uomo condannato per tentata estorsione a Silvio Berlusconi avesse aperto una locanda.
E dire che Lavitola lo conoscevo bene, anche se negli ultimi anni l’avevo perso di vista. Prima che la Procura di Roma lo indagasse per strage e si sapesse della sua nuova attività e dei suoi nuovi amici, tra i quali ho scoperto il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, Valter si spacciava per editore. Il mio incontro con lui risale a quasi trent’anni fa, ben prima che diventasse il principale accusatore di Gianfranco Fini per la casa di Montecarlo, immobile lasciato in eredità dalla contessa Colleoni per «una buona battaglia» e finito, invece, nella disponibilità del cognato del leader di An. Nel 1997, dopo essere stato licenziato dal Tempo per aver osato fare un’inchiesta su Oscar Luigi Scalfaro, lavoravo al Giornale come editorialista. E Vittorio Feltri, di cui ero stato il condirettore, mi chiese di occuparmi di un’iniziativa editoriale a Napoli. In pratica, un nuovo quotidiano che sarebbe dovuto diventare la costola campana della testata milanese. A propiziare l’iniziativa era Antonio Martusciello, ex dirigente di Publitalia 80 che, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi, si ritrovò paracadutato alla Camera, deputato di Forza Italia.
Quando mi recai a Napoli, per adempiere al compito affidatomi, invece dell’onorevole mi trovai davanti due tizi, che mi furono presentati come imprenditori. Il primo era Sergio De Gregorio, cronista che, qualche anno prima, era riuscito a intercettare Tommaso Buscetta mentre, con la famiglia, si godeva una crociera nel Mediterraneo. Di lui, qualche anno dopo, si parlerà non per gli scoop giornalistici ma per le inchieste giudiziarie che lo vedranno protagonista. L’altro tizio, invece, era Lavitola, pomposamente definito editore de L’Avanti. Non era lo storico quotidiano del Partito socialista italiano, ma una sua imitazione: come le finte borse Vuitton made in Napoli, era il finto organo del Psi made in Lavitola.
Valterino già allora era svelto di parola, un affabulatore che immaginava una folla di lettori alle edicole e aveva già pronta la lista dei redattori da ingaggiare. Non parlava di investimenti, di chi fossero i finanziatori e neppure di quanto denaro disponesse, ma immaginava le inchieste e, credo, gli affari che si sarebbero potuti fare con il nuovo giornale.
A convincermi, però, che i due fossero inaffidabili non furono i soldi, che pure non c’erano, ma una frase di De Gregorio il quale, a un certo punto, disse che nel Casertano sarebbe stato necessario pagare la camorra, per evitare che rubasse le copie del giornale prima della loro distribuzione alle edicole. Tornato a Milano, sconsigliai di dare il via al progetto, in quanto sia De Gregorio che Lavitola mi sembravano due simpatici lestofanti. L’edizione campana nacque comunque, ma durò poco, perché – a dicembre del 1997 – divenni direttore del Giornale e sciolsi ogni legame con quell’iniziativa.
Quanto a Lavitola e De Gregorio, si impegnarono presto a fare altri danni. Il primo, non so come, riuscì a entrare nelle grazie di Berlusconi, il secondo si fece eleggere con Di Pietro, salvo passare anch’egli alla corte del Cavaliere. Prima di finire nei guai per i contributi pubblici e per la tentata estorsione, tornai a incrociare Valterino allorquando svelò le carte della casa di Montecarlo. Mentre De Gregorio, dopo la sua ascesa e caduta parlamentare, me lo ritrovai davanti nello studio di Michele Santoro (si vede che entrambi, lui e Lavitola, subiscono la fascinazione dei tribuni del popolo, o viceversa), arruolato come accusatore di Berlusconi, dopo aver beneficiato dei suoi soldi. Gli rammentai l’episodio della camorra e lui, in versione Immacolata concezione, provò a negare qualsiasi rapporto con quel mondo. Al che gli chiesi: gli inquirenti hanno trovato i miei assegni o i suoi a casa di un camorrista? Punto sul vivo, minacciò una querela. La sto ancora aspettando.
