Dal 6 giugno per uno straniero è molto più difficile diventare cittadino svedese. Intanto ci vogliono almeno otto anni di residenza (prima erano cinque). E naturalmente bisogna che in questi anni la vita sia stata sempre «ordinata e onesta»: in caso di irregolarità o, peggio, in caso di reati scatta un ulteriore tempo di «riqualificazione». Inoltre bisogna dimostrare di essere in grado di mantenersi: quindi avere un reddito lordo di almeno 20 mila corone al mese, cioè 1.800 euro, e bisogna dimostrare che quel reddito è stabile.
Inoltre non bisogna aver ricevuto sussidi per oltre sei mesi negli ultimi tre anni. Infine è necessario superare un test di cittadinanza. Il primo test si terrà ad agosto: il Consiglio svedese per l’istruzione superiore fa sapere che ci saranno sessanta domande cui bisognerà rispondere per iscritto in novanta minuti. Fra gli argomenti da conoscere: la storia della Svezia, le regole della democrazia e anche le festività e le tradizioni locali. In pratica non si diventa cittadini svedesi senza sapere che cosa sono Pentecoste e Ognissanti, in che giorno si celebra Santa Lucia e qual è il piatto tipico della festa di mezz’estate. Che non è il cous cous e nemmeno il kebab, ma aringhe con fragole.
Svezia, addio al paradiso dell’accoglienza e test di cultura locale
Sembra un programma vannacciano. Se lo proponesse il generale alla convention di Futuro nazionale sarebbe immediatamente bollato come fascista e razzista. Invece è la legge appena entrata in vigore in quello che è sempre stato il paradiso socialdemocratico d’Europa, il tempio dell’accoglienza, l’eldorado dell’immigrazionismo.
A Stoccolma, però, da qualche tempo hanno deciso di invertire la rotta: il governo guidato dal partito moderato, e sostenuto da una formazione di destra, ha introdotto misure sempre più severe nei confronti degli stranieri. L’appena citata legge sui requisiti per la cittadinanza, infatti, è solo uno dei tasselli della nuova linea politica, insieme ad altri provvedimenti tutti studiati per frenare l’immigrazione: l’abolizione del permesso di soggiorno a tempo indeterminato (in vigore dal 12 luglio), l’innalzamento degli incentivi monetari per il rimpatrio e la sospensione degli aiuti ai Paesi che non accettano di riprendersi i loro fuoriusciti. Tu chiamale, se vuoi, remigrazioni.
La crisi del welfare e l’esplosione della criminalità
Non sembra vero che sia lo stesso Paese in cui, nel 2014, il primo ministro invitava ad accogliere tutti gli stranieri all’insegna dell’«aprite i vostri cuori». Gli svedesi l’hanno ascoltato. Infatti nel 2016 il Paese ha avuto il maggior numero di immigrati, tra gli Stati europei, subito dopo la Germania. E oggi è arrivato ad avere circa il 20% della popolazione nata all’estero.
Risultato? Un disastro. Il mitico sistema del welfare, sotto la spinta dei nuovi arrivati, è andato in crisi (altro che immigrati che pagano le pensioni). La crescente comunità islamica ha creato sempre più tensioni. E la criminalità è esplosa. Stoccolma è arrivata ad avere un tasso d’omicidi superiore di 25 volte a quello di Londra. E il fenomeno delle gang criminali giovani è diventato incontrollabile, con oltre 30 mila maranza arabo-scandinavi armati e violenti a seminare il panico nelle città. È per questo che gli illuminati svedesi sono stati costretti a innestare la retromarcia, passando dall’”aprite i vostri cuori” al “chiudete le vostre porte”.
Il tramonto dell’integrazione e il confronto con l’Italia
Così laddove si predicava l’accoglienza senza se e senza ma, ora si è pronti a respingere chiunque non sappia che Santa Lucia si festeggia il 13 dicembre e che alla festa di mezza estate si mangiano aringhe con le fragole. A pensarci, in fondo, è abbastanza naturale: sono i Paesi che per primi hanno predicato e praticato l’accoglienza i primi a verificarne, sulla loro pelle, il fallimento. È successo in Francia con l’esplosione delle banlieue. Sta succedendo in Gran Bretagna con le rivolte dei cittadini. È successo in Germania, dove non a caso l’Afd sta crescendo a dismisura mentre il governo prova a mettere qualche modesta toppa. Ed è successo in Svezia, che si è illusa di poter inserire l’intero mondo dentro il suo sistema di welfare, e poi è andata a sbattere contro la realtà dei problemi economici, degli omicidi e delle baby gang.
La morale è molto semplice: l’immigrazione, senza regole e senza limiti, si è rivelata un attacco alla nostra società. E la favola dell’integrazione si sta dimostrando quel che è: una pia illusione. I primi ad accorgersene sono proprio quelli che ci hanno creduto di più. In Italia è il caso dell’Emilia-Romagna. Una delle regioni leader dell’accoglienza, sempre in prima fila nel predicare le porte aperte, adesso si trova con gli attentati a Modena, gli aspiranti terroristi a Reggio Emilia, gli imam estremisti a Bologna, le baby gang che la fanno da padrone a Parma. L’unica differenza è che, in Svezia, hanno capito il problema e hanno invertito rotta. Da noi, invece, si preferisce buttare la croce sui presunti “razzisti”. Come se la colpa del disastro fosse di chi lo denuncia e non di chi l’ha fatto. Così ci prepariamo a soccombere.
