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Referendum giustizia, chi diserterà le urne, poi non si lamenti

Referendum giustizia, chi diserterà le urne, poi non si lamenti

Il rischio bassa affluenza è quello che spaventa di più i comitati per il Sì al referendum. Gli elettori di centrodestra, adesso, non hanno più scuse.

È una corsa, da ambo le parti, a dire che quello sulla giustizia non è un referendum politico, che bisogna prendere in considerazione soltanto il merito del testo. Ovvio che si dica così, né la destra proponente né la sinistra opponente bramano per intestarsi una eventuale sconfitta, anzi la temono come il fuoco e già questo è, invece, un fatto prettamente politico. Ma c’è di più: decidere se riformare oppure no la giustizia è una scelta “di parte”, una decisione che ha che fare con l’idea che ognuno ha di società e democrazia.

Usciamo quindi dall’ipocrisia: quello del 22 e 23 marzo prossimi è un voto politico e come tale va preso in considerazione, non tanto perché debba produrre conseguenze immediate ma perché certamente condizionerà il futuro cammino dell’attuale maggioranza. Per due motivi. Il primo è che sarà un banco di prova della tenuta del patto tra il centrodestra e i suoi elettori di riformare questo sciagurato Paese: gli esponenti dei partiti che abbiamo mandato in Parlamento a rappresentarci il loro dovere, una volta tanto, l’hanno fatto e ora sta a noi cittadini sostenerli e confermare le loro scelte. Il secondo motivo è addirittura vitale, se si vuole provare a condurre l’Italia stabilmente su binari liberali e conservatori.

Gli effetti politici del risultato

Mi spiego: checché se ne dica, è inevitabile che una vittoria del No non solo sarebbe una sconfitta del centrodestra ma potrebbe fare cambiare l’aria che ancora oggi – dopo oltre tre anni di governo – spira in suo favore, come dimostrano tutti i sondaggi. In altre parole, se il Sì dovesse perdere, la vittoria dell’attuale maggioranza alle elezioni politiche del prossimo anno non sarebbe più scontata, il che non è certo una bella prospettiva. Ma non solo: se non si vincono le prossime elezioni si perde l’occasione storica di avere i numeri parlamentari per eleggere il presidente della Repubblica che nel 2029 sostituirà Sergio Mattarella e allora addio al sogno di avere per la prima volta, nella recente storia del Paese, al Quirinale un esponente della cultura liberale e conservatrice. In altre parole, rischiamo di fare morire all’alba il sogno di allineare i poteri dello Stato sulla direttrice che ci sta a cuore, perché sia chiaro a tutti che senza un capo dello Stato in piena sintonia con il governo ogni sforzo di quest’ultimo sarà vano o fortemente limitato.

L’appello al voto e la posta in palio

Ecco, tutti questi rischi possiamo evitarli solo noi cittadini elettori andando a votare Sì alla riforma della giustizia. È un sacrificio enorme? Non credo proprio, non lo è in assoluto e non lo è se prendiamo coscienza di quale sia la vera posta in palio che va ben oltre la separazione delle carriere dei magistrati e altre tecnicità del genere. I sondaggisti sostengono che la vittoria dipenderà dall’affluenza: più saranno gli italiani che andranno alle urne più il Sì sarà sicuro di portare a casa il risultato. Perciò, altro che week-end al mare, bando ai se, ai ma, ai dubbi e alle distrazioni: il 22 e il 23 tutti ai seggi, è il modo migliore – l’unico modo – di pensare davvero agli affari nostri.■ © riproduzione riservata

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