Ci sono 27 milioni di motivi per dire “sì” alla riforma della giustizia del ministro Carlo Nordio, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e il 23 marzo con un referendum. I 27 milioni di motivi sono la cifra media che ogni anno lo Stato italiano paga per ingiusta detenzione, ovvero per i cosiddetti arresti facili. Persone che finiscono in galera sulla base di un’accusa che poi si rivela falsa. Gli indennizzi a volte servono per ripagare persone messe in carcere per periodi brevi, in altre per “riparare” a una detenzione lunga anni, come quella di Beniamino Zuncheddu, un pastore sardo che ha trascorso dietro le sbarre 33 anni della sua vita prima di essere riconosciuto innocente. Aveva 27 anni quando scattarono le manette e all’epoca ancora non esistevano i telefoni cellulari e neppure Internet. In pratica, lo Stato si è preso la sua vita, facendogli osservare il mondo dietro a un’inferriata.
Ovviamente non penso che la riforma della giustizia metterà fine agli errori giudiziari. Tuttavia, c’è la concreta possibilità che stronchi la carriera di chi è responsabile di quell’ingiusta detenzione. Tra le novità che lasciano sperare in un cambiamento, oltre alla separazione delle carriere di pm e giudici, con Csm separati ed eletti grazie a un sorteggio, c’è l’alta Corte disciplinare. In pratica, non sarà più una sezione interna al Consiglio superiore, i cui membri sono espressione delle correnti politiche delle toghe, a decidere se un giudice o un pm hanno commesso un illecito e devono essere sanzionati. Sarà un’apposita istituzione, i cui componenti verranno in parte nominati dal presidente della Repubblica, in parte dal Parlamento, mentre gli altri saranno estratti a sorte fra tutti i magistrati, ma con una prevalenza di giudici rispetto ai pm: sei contro tre, a cui si aggiungeranno i sei membri laici scelti dal capo dello Stato e dalle Camere. La legge voluta da Carlo Nordio (che, è bene ricordarlo, prima di approdare nel governo Meloni ha fatto per una vita il magistrato) punta a porre fine a un sistema che per anni ha praticamente consentito l’impunità di magistrati in servizio anche in presenza di comportamenti inaccettabili. Nelle pratiche aperte e chiuse dalla sezione disciplinare si trova di tutto. Dal giudice che picchia la moglie a quello che scambia la stalker con la vittima, dal molestatore a quelli ad alto tasso alcolico o ad alto consumo di cocaina. Tutti rimasti regolarmente al proprio posto, a continuare ad amministrare la giustizia, come se il loro comportamento non influisse in alcun modo sulle decisioni.
Chi fa il magistrato, a prescindere dal ruolo, è in grado, con le proprie sentenze, di rovinare la vita delle persone, decidendo di mettere in galera un innocente, oppure di condannarlo a una pena ingiusta o, ancora, negandogli un risarcimento o stabilendone uno ingiustificato. È evidente che se si svolge un così delicato incarico si deve possedere uno straordinario equilibrio, che non è certo riscontrabile in qualcuno che picchia la moglie, che commette errori clamorosi o fa uso di sostanze. La disciplinare è il nodo cruciale. Se non c’è una sezione indipendente a stabilire chi può fare il pm e chi deve cambiare mestiere perché abusa del proprio potere, o semplicemente è negligente, è ovvio che la giustizia non funzionerà mai.
Sono trascorsi quasi 43 anni da quando Enzo Tortora fu arrestato sulla base di testimonianze fasulle. A quei tempi lavoravo a Bergamo e proprio nella prigione della città orobica il conduttore fu trascinato in manette con l’accusa di far parte della camorra e di essere un trafficante di droga. Ricordo una foto rubata nel cortile del carcere di via Gleno, a petto nudo per il caldo, con i capelli rasati a zero. Una gogna, che non è certo stata cancellata da una sentenza arrivata anni dopo assolvendolo da ogni accusa. Il caso Tortora fu l’emblema degli errori giudiziari, di inchieste fatte alla carlona, senza verificare alcunché prima di decidere per gli arresti. I magistrati che ne disposero la traduzione in carcere sotto gli occhi di decine di fotoreporter non hanno cambiato mestiere, ma hanno fatto carriera. E oggi le cose vanno allo stesso modo di allora. Chi sbaglia non paga.
