Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni ha davanti a sé una sfida enorme. Non si tratta di concludere la legislatura, arrivando viva alla primavera del 2027, ma di iniziare la nuova, restando a Palazzo Chigi. Lo so che parlare del governo che verrà, senza avere la certezza che quello attuale rimanga, possa apparire un modo per distaccarsi dalla realtà, ma credo che il vero traguardo per la presidente del Consiglio non sia il prossimo anno, ma il 2029, ovvero quando scadrà il mandato di Sergio Mattarella e si dovrà eleggere il nuovo capo dello Stato.
Vi state domandando perché? Lo spiego brevemente. La legislatura è iniziata in un periodo accidentato, con una guerra alle porte dell’Europa che, non soltanto ha minacciato la stabilità energetica del Vecchio continente, ma ha richiesto un’inversione di marcia sul tema della Difesa dopo quasi ottant’anni di pace. Prima che la Russia attaccasse l’Ucraina, la Germania non era in recessione e non aveva frenato la crescita di gran parte dei Paesi Ue. Un anno dopo il conflitto scatenato da Putin, in seguito all’assalto di Hamas e alla strage del 7 ottobre, Gaza è stata occupata dalle truppe israeliane, con le conseguenze che sappiamo. A questi elementi già preoccupanti si è poi aggiunta la guerra commerciale scatenata da Donald Trump e da ultimo quella vera, nel senso che è condotta con i missili e le bombe, contro l’Iran. In altre parole, gli ultimi tre anni e mezzo non sono stati affatto tranquilli e la vita a Palazzo Chigi non dev’essere stata per niente facile. «Mi è toccato il periodo peggiore», pare abbia confidato Giorgia Meloni. Difficile darle torto. Oltre a dover fare i conti con una situazione economica complessa, dove l’eredità lasciata dai precedenti governi è consistita principalmente in debiti (gli ultimi accumulati con il Superbonus), la premier è costretta a misurarsi con continue crisi. Dunque, per oltre tre quinti la legislatura è stata una estenuante rincorsa a tappare le falle che si sono aperte, nei conti dello Stato o nelle relazioni internazionali, per non parlare di gas e benzina. A questo quadro, già a tinte fosche, si è poi aggiunta la pennellata nera del No alla riforma della giustizia, una batosta che ha incrinato l’immagine vincente del primo ministro, al punto che qualcuno ha addirittura ventilato la possibilità che la leader di Fratelli d’Italia volesse dimettersi, per anticipare le elezioni e ricevere un nuovo mandato.
Può darsi che mi sbagli, ma io non credo che la premier stia davvero pensando a gettare la spugna. Un po’ perché ritengo che voglia giungere alla fine dei cinque anni allo scopo di cogliere un obiettivo che nella storia della Repubblica non è mai stato conquistato, ovvero di fare coincidere la vita del governo con quella della legislatura. Si tratta di una cosa normale per qualsiasi Paese, ma da noi – abituati a esecutivi balneari, di larghe o strette intese – non lo è affatto. Però, oltre a voler passare alla storia come la prima presidente del Consiglio che ha concluso l’intero periodo, Meloni sa che a decidere le elezioni non è chi sta a Palazzo Chigi bensì chi vigila dall’alto del Colle, e siccome le ammucchiate, come i premier tecnici, sono sempre in agguato, chi si dimette non è detto che sia chiamato a fare il bis. È già successo – con Monti e con Draghi – e potrebbe ricapitare.
Dunque, lasciamo perdere il voto anticipato, ma sgombriamo anche il campo dall’appuntamento del 2027, perché non può essere quello il traguardo di Giorgia Meloni. Se davvero la premier si vuole intestare il cambiamento di questo Paese, in seguito alla sconfitta referendaria deve puntare a rivincere le elezioni e fare in modo che, dopo anni di presidenti della Repubblica vicini alla sinistra, ne arrivi uno moderato. In Italia la svolta non si imprime con una legislatura, ce ne vogliono almeno due. Il che ci avvicinerebbe ad altri Stati, dove chi siede al governo ha la possibilità di rimanervi per almeno dieci anni. È chiedere troppo, sperare che una volta tanto anche in Italia si copi ciò che all’estero funziona?
