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Il Giappone lo chiama shinrin-yoku: perché il forest bathing d’autunno è sinonimo di lusso

Il Giappone lo chiama shinrin-yoku: perché il forest bathing d’autunno è sinonimo di lusso
Stylish woman in trench coat strolling through autumn park with bouquet of brightly colored fallen leaves at sunset. Woman enjoys stroll through outdoor park. Concept of relaxation, and weekends.

Nato in Giappone nel 1982, il forest bathing trasforma il bosco in uno spazio di benessere. Tra scienza, foliage, fitoncidi e nuovi retreat alpini, ecco perché l’autunno è la sua stagione perfetta

La prima cosa da sapere sul forest bathing è che non prevede acqua, costume da bagno o immersioni di alcun genere, perché quello che oggi viene venduto nei retreat di montagna, inserito nei programmi wellness degli hotel e trasformato in una delle esperienze più riconoscibili del nuovo turismo del benessere nasce in realtà da un piccolo artificio linguistico giapponese tanto semplice quanto geniale: 森林浴, shinrin-yoku, dove shinrin significa “foresta” e yoku “bagno”, con quella seconda parola scelta proprio per evocare qualcosa che in Giappone esisteva già nella lingua attraverso il bagno termale, quello di mare e persino quello di sole, trasferendo però l’idea dell’immersione dal corpo immerso nell’acqua al corpo immerso in un bosco. Nel 1982 fu la stessa Agenzia forestale giapponese a proporre il termine come invito a frequentare le foreste per rilassarsi e ritrovare un rapporto più diretto con la natura, senza sapere probabilmente che quella formula sarebbe diventata, quarant’anni dopo, una parola internazionale del wellness.

È forse proprio qui che si trova la ragione del suo successo, perché forest bathing suona molto più potente di “passeggiata nel bosco”, pur partendo esattamente da lì, e soprattutto cambia la postura mentale di chi entra in una foresta, dal momento che non suggerisce di attraversarla, conquistarla, misurare quanti chilometri siano stati percorsi o raggiungere necessariamente una vetta, ma di restarci dentro abbastanza a lungo da percepirne luce, temperatura, odori, rumori e consistenze, facendo diventare il bosco non il fondale dell’attività fisica ma l’attività stessa.

In autunno questo meccanismo acquista una forza particolare, perché la foresta smette di essere soltanto verde e si trasforma continuamente, la luce si abbassa, le foglie modificano il paesaggio giorno dopo giorno, l’umidità rende più riconoscibili gli odori della terra e del legno, mentre una stagione che culturalmente viene associata alla ripartenza, al ritorno al lavoro e alla progressiva riduzione delle ore di luce trova nel bosco una sorta di movimento contrario, un invito a rallentare proprio quando tutto ricomincia ad accelerare. È intorno a questa idea che, per l’autunno 2026, diversi resort alpini hanno costruito programmi che vanno dal forest bathing vero e proprio allo yoga tra gli alberi, dal tennis circondato dagli abeti fino ai massaggi nel bosco e ai rituali di wellness in strutture dove il verde non è più semplicemente il panorama fuori dalla finestra, ma parte dell’esperienza.

Tutto comincia nel 1982, in una foresta di cipressi vecchi tre secoli

La storia moderna dello shinrin-yoku conduce ad Akasawa, nella prefettura di Nagano, una foresta di circa 760 ettari situata nella valle di Kiso, a oltre mille metri di altitudine e dominata dagli hinoki, i celebri cipressi giapponesi, alcuni dei quali hanno più di trecento anni. Proprio qui, in un territorio forestale protetto per secoli e designato già nel 1970 come prima recreation forest del Giappone, nel 1982 si svolse quello che viene indicato dal governo giapponese come il primo evento ufficiale di shinrin-yoku, motivo per cui Akasawa continua a essere considerata la culla del forest bathing contemporaneo.

Il contesto storico è importante, perché lo shinrin-yoku non nasce inizialmente come medicina alternativa né come rituale spirituale esportato da una tradizione millenaria, definizione che spesso gli viene appiccicata retroattivamente per renderlo più esotico, ma come una moderna politica di promozione dell’uso ricreativo delle foreste, dentro un Paese in cui circa il 70 per cento del territorio è coperto da boschi e dove la rapida urbanizzazione aveva reso particolarmente evidente la distanza crescente tra vita quotidiana e ambiente naturale.

Soltanto successivamente è arrivata la medicina forestale, con una parte importante degli studi sviluppata dagli anni Duemila e resa nota internazionalmente anche dal lavoro di Qing Li, medico e ricercatore che ha indagato gli effetti dell’esposizione alla foresta su stress, sistema immunitario e attività delle cellule Natural Killer; da allora il fenomeno si è progressivamente spostato dalla cultura del tempo libero a quella del benessere, fino a essere studiato in Giappone, Corea del Sud, Cina, Taiwan ed Europa e a entrare nel lessico dei resort, delle spa e persino della medicina preventiva.

La cosa interessante è che la scienza non dice esattamente ciò che promette Instagram

È qui che il forest bathing diventa più interessante, perché la sua diffusione ha prodotto anche una serie di promesse sempre più nette — abbassa il cortisolo, potenzia le difese immunitarie, migliora il sonno, riduce la pressione, aumenta la concentrazione — mentre la letteratura scientifica racconta una storia più sfumata e, proprio per questo, probabilmente più credibile.

Una meta-analisi dedicata al cortisolo ha riscontrato livelli mediamente inferiori nei gruppi esposti alla foresta rispetto a quelli osservati in ambiente urbano, pur sottolineando la limitatezza dei dati e il possibile ruolo delle aspettative; una revisione di venti studi e 732 partecipanti ha invece osservato valori pressori inferiori negli ambienti forestali, mentre analisi più recenti confermano effetti promettenti soprattutto sullo stress percepito, sull’ansia e sull’umore, ma insistono sulla forte eterogeneità degli studi e sulla necessità di non trasformare il forest bathing in una terapia clinica universale.

In altre parole, il bosco sembra fare bene, ma la scienza è molto più prudente delle brochure, e proprio questa distinzione è fondamentale quando una pratica di wellness inizia a usare il vocabolario della medicina: passare tempo nella natura può avere effetti misurabili sull’attivazione fisiologica e sul benessere psicologico, ma non significa che due ore tra gli abeti curino una patologia o possano sostituire interventi medici, così come non esiste una dose universale di foresta prescrivibile allo stesso modo a chiunque.

I fitoncidi: quando gli alberi rilasciano nell’aria il proprio sistema di difesa

C’è però un dettaglio quasi invisibile che ha contribuito enormemente alla fascinazione scientifica intorno allo shinrin-yoku, ed è rappresentato dai cosiddetti fitoncidi, parola altrettanto curiosa del forest bathing, introdotta nel secolo scorso dal biologo russo Boris Petrovich Tokin e costruita attraverso phyton, pianta, e il suffisso -cide, uccidere.

Il nome suona aggressivo perché descrive sostanze prodotte dalle piante anche come sistema di difesa contro microrganismi, insetti e altri agenti esterni, ma nella pratica si tratta di un insieme molto vasto e non perfettamente omogeneo di composti, tra cui diversi composti organici volatili rilasciati nell’aria; nelle foreste di conifere entrano in gioco, per esempio, molecole come alfa-pinene, beta-pinene e limonene, parte di quel cocktail chimico che contribuisce anche al profumo immediatamente riconoscibile di pini e abeti.

Alcuni studi suggeriscono un’associazione tra esposizione a questi composti e variazioni dell’attività delle cellule NK e di altri parametri immunitari, ma attribuire l’intero effetto del bosco ai fitoncidi sarebbe una semplificazione, perché il forest bathing combina contemporaneamente olfatto, suono, luce, temperatura, movimento, qualità dell’aria, aspettative e riduzione degli stimoli urbani, producendo un’esperienza multisensoriale molto più complessa della semplice inalazione di una sostanza.

Poi arriva il petricore, la parola bellissima per l’odore della pioggia

L’autunno aggiunge al forest bathing un altro elemento che possiede una storia linguistica quasi perfetta, perché quell’odore di terra che diventa più intenso quando comincia a piovere ha un nome preciso: petricore.

La parola petrichor venne introdotta nel 1964 dai ricercatori australiani Isabel Joy Bear e Richard Thomas in un articolo pubblicato su Nature dedicato proprio al caratteristico odore prodotto quando terreni e rocce asciutte vengono bagnati; il termine unisce il greco petra, pietra, a ichor, l’icore, cioè il fluido che nella mitologia greca scorreva nelle vene degli dei, costruendo così una delle definizioni scientifiche più poeticamente riuscite del Novecento: qualcosa come “il sangue degli dei nelle pietre”.

Non esistono prove solide per sostenere che il petricore, da solo, rappresenti una sorta di antidepressivo naturale, come qualche versione semplificata del wellness ama suggerire, ma l’olfatto è intimamente collegato alla memoria e all’elaborazione emotiva e, in un’esperienza come il forest bathing, l’odore della terra bagnata diventa uno dei segnali sensoriali che interrompono la continuità con l’ambiente urbano.

Anche il foliage funziona meglio se liberato dalla necessità di attribuire a ogni colore un effetto psicologico preciso: non è necessario sostenere che il giallo “produca rinascita” o l’arancione “generi trasformazione” per capire perché trovarsi dentro un paesaggio che cambia continuamente possa aumentare attenzione e contemplazione, perché l’autunno possiede già la straordinaria capacità di rendere visibile il passaggio del tempo e di trasformare una passeggiata ordinaria in un’esperienza nella quale lo sguardo torna a osservare davvero. Il comunicato da cui parte questo itinerario insiste proprio sulla dimensione multisensoriale dell’autunno, mettendo insieme foliage, profumo di resina, terra bagnata, movimento lento e pratiche di presenza mentale.

La regola numero uno del forest bathing è che non bisogna arrivare da nessuna parte

Ed è probabilmente questo il vero cambio di prospettiva rispetto al trekking, perché una sessione di shinrin-yoku non viene giudicata dal dislivello, dalla velocità, dal numero di passi o dal raggiungimento di una destinazione, ma dalla qualità dell’attenzione, cosa che per una cultura del fitness abituata a trasformare qualsiasi movimento in dati, anelli da chiudere e performance misurabili rappresenta quasi una piccola provocazione.

Si può camminare lentamente, fermarsi, ascoltare, toccare la corteccia, osservare la luce, respirare senza trasformare la respirazione in un esercizio, sedersi e non fare assolutamente nulla, perché la pratica non richiede necessariamente una guida e non pretende neppure una foresta remota, anche se i programmi strutturati utilizzano spesso esercizi sensoriali per aiutare chi partecipa a spostare l’attenzione verso l’ambiente.

È proprio da questa assenza di obiettivo che l’hospitality contemporanea sta costruendo una nuova forma di lusso, nella quale il privilegio non consiste più nel riempire ogni ora con attività esclusive, ma nell’avere abbastanza spazio, verde e silenzio da poter smettere di produrre qualcosa persino durante il tempo libero.

In Val di Non il bosco entra nel programma di longevità

Al Pineta Nature Resort, nella frazione di Tavon in Val di Non, il forest bathing è stato inserito all’interno del programma settimanale Pineta Nature Therapy, incluso nel soggiorno e costruito come percorso di benessere e longevità che combina movimento, meditazione e contatto con l’ambiente naturale, passando dai 7.000 passi quotidiani alle passeggiate consapevoli, fino ai massaggi realizzati nel bosco.

L’esperienza più esplicitamente legata allo shinrin-yoku utilizza esercizi guidati nel bosco che circonda il resort, con camminate lente, contatto con muschio e aghi di pino, ascolto dei suoni e pratiche che invitano a interrompere la logica della prestazione, mentre i sentieri intorno alla struttura permettono di trasferire la stessa impostazione anche fuori dalle sessioni programmate. La tariffa indicata per l’autunno parte da 160 euro a persona a notte in camera doppia Comfort Betulla, con pensione tre quarti.

Il dettaglio interessante non è tanto l’ennesima proposta di camminare nel verde, ma il tentativo di organizzare un soggiorno in cui il bosco non rappresenti la pausa tra due trattamenti wellness, diventando esso stesso parte della proposta di benessere e riportando il concetto molto più vicino alla logica giapponese originaria.

Allo Gnollhof il forest bathing si fa con una racchetta in mano

Poi esistono interpretazioni decisamente meno ortodosse, come quella dello Gnollhof – Mystic Place Dolomites, in Alto Adige, dove il principio dell’immersione nella natura viene trasferito perfino sul campo da tennis.

A 1.160 metri di altitudine, sopra la Valle Isarco, la struttura dispone infatti di un campo in terra rossa completamente circondato dagli abeti rossi, con racchette e palline disponibili direttamente in hotel, trasformando una partita in qualcosa di molto diverso dal tennis praticato in un club urbano, perché suono, temperatura, profumo del legno e isolamento diventano parte del gioco e la concentrazione richiesta da ogni scambio finisce per funzionare quasi come una forma di meditazione in movimento.

La stessa filosofia attraversa il risveglio meditativo, lo yoga praticato sul prato ai margini del bosco e le escursioni, costruendo un modo più dinamico di interpretare il rapporto tra natura e benessere, mentre le tariffe indicate partono da 126 euro a persona con pensione tre quarti.

A Vipiteno il lusso è un giardino di 6.000 metri quadrati

All’Engels Park – Cuore Felice, a Vipiteno, l’esperienza cambia ancora, perché non serve nemmeno allontanarsi davvero dalla città per costruire una sensazione di isolamento: l’hotel si trova a pochi passi dal centro storico della città più settentrionale d’Italia, appena quindici chilometri dal confine austriaco, ma è immerso in un parco privato di 6.000 metri quadrati, fatto di laghetti, rose, sentieri, prati e angoli protetti dalla vegetazione.

Qui il forest bathing viene interpretato in maniera più morbida, quasi domestica, attraverso passeggiate, letture all’aperto, camminate a piedi nudi sull’erba, tisane, sauna, bicicletta e momenti nei quali l’obiettivo dichiarato è semplicemente recuperare tempo, un modello di me-time che racconta bene quanto il vocabolario del lusso stia cambiando: non più soltanto metri quadrati della suite, servizio o esclusività materiale, ma disponibilità di silenzio e possibilità di non essere raggiunti continuamente da stimoli.

Le tariffe indicate partono da 111 euro a persona a notte con mezza pensione.

In Tirolo il forest bathing diventa eco-luxury

La versione più estrema, anche sul piano dell’hospitality, è probabilmente quella del Bio-Hotel Stanglwirt, cinque stelle del Tirolo austriaco situato a Going am Wilden Kaiser, tra le Alpi di Kitzbühel e il massiccio del Kaiser, dove la natura è diventata da tempo parte dell’identità stessa della struttura.

A 773 metri di altitudine, il resort lavora con materiali naturali, utilizza acqua di sorgente ed energia da fonti rinnovabili e ha costruito un modello di eco-luxury che affonda le radici negli anni Ottanta, affiancando all’ambiente alpino una spa di 12.000 metri quadrati e trattamenti tecnologici come il TGC Oxygen Booster; il paradosso, soltanto apparente, è che accanto a una macchina wellness così sofisticata continui a essere proposta come esperienza centrale una delle attività più semplici possibili, cioè uscire, camminare tra gli abeti, attraversare il foliage, respirare e ascoltare.

Le tariffe indicate partono da 300 euro a persona in camera doppia classica con colazione e accesso all’offerta benessere, ma è proprio questo incontro tra altissima ospitalità e un’attività che non richiede praticamente alcuna attrezzatura a spiegare perché il forest bathing sia diventato così interessante per il luxury travel: il prodotto più esclusivo finisce per essere qualcosa che, tecnicamente, è gratuito.

Il nuovo lusso costa molto, ma la cosa che vende non costa niente

È forse questo il cortocircuito più affascinante di tutta la storia, perché una pratica inventata nel 1982 da un’agenzia pubblica giapponese per convincere le persone a frequentare le foreste è diventata quarant’anni dopo una delle parole chiave di un’industria globale del benessere che vende retreat, guide, programmi, spa, hotel e destinazioni costruite intorno alla necessità di recuperare il rapporto con qualcosa che per millenni non richiedeva alcuna mediazione.

Eppure liquidare il fenomeno come l’ennesimo trucco del wellness sarebbe altrettanto semplicistico, perché dietro la parola alla moda rimane un’intuizione sorprendentemente contemporanea: non tutto ciò che fa bene deve essere trasformato in prestazione, non ogni passeggiata ha bisogno di diventare allenamento e non ogni momento libero deve produrre un risultato misurabile.

Il forest bathing funziona forse proprio perché propone il contrario, usando una parola giapponese nata per analogia con il bagno per suggerire che in un bosco non sia necessario fare qualcosa, ma lasciarsi attraversare da ciò che è già lì, dalla luce alle molecole aromatiche degli alberi, dal suono delle foglie al petricore dopo la pioggia, fino a quel cambiamento quasi impercettibile del ritmo con cui si cammina quando non esiste una destinazione da raggiungere.

In autunno, quando il bosco rende visibile il passaggio del tempo attraverso foglie che cambiano colore e cadono, questa idea acquista probabilmente la sua forma più potente, perché il lusso non consiste più nell’allontanarsi dalla natura per essere protetti dal freddo, dalla terra e dall’umidità, ma nel tornare abbastanza vicini da poterli percepire senza avere fretta di andarsene.

Ed è curioso che ci sia voluta una parola inventata quarantquattro anni fa dall’amministrazione forestale giapponese per ricordare qualcosa di molto più antico: a volte per stare meglio non bisogna andare più veloci, più lontano o più in alto, ma soltanto entrare in un bosco e rimanerci abbastanza a lungo da accorgersi che, nel frattempo, il proprio ritmo è cambiato.

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