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“Le roi” del giallo che arresta i cliché buonisti      

“Le roi” del giallo che arresta i cliché buonisti      
R2XYP5 THE CRIMSON RIVERS (2000) JEAN RENO MATHIEU KASSOVITZ (DIR) TRISTAR/MOVIESTORE COLLECTION LTD

Nelle pagine del francese Grangé, lungi da essere un conservatore, non si fanno sconti: la giustizia che combatte il male si deve sporcare con esso.

Jean-Christophe Grangé ha le carte in regola per risultare antipatico a tutti, e anche soltanto per questo motivo varebbe la pena di scoprirne l’opera. Per anni, i critici lo hanno liquidato come un autore di bestseller, cioè come uno che piace al pubblico e vende tanto, e dunque non può meritare troppa considerazione sul piano letterario. Altri si sono avvicinati al suo lavoro dopo avere visto i film che questo ha ispirato, non proprio dei capolavori se si esclude I fiumi di porpora (diretto nel 2000 da Mathieu Kassovitz e ancora oggi estremamente appassionante). Facile dunque farsi travolgere dai pregiudizi negativi. Poi ci sono le interviste, e la politica. Grangé dovrebbe essere tendenzialmente un uomo di sinistra, una sorta di liberal-socialista:  non ha amato granché i Gilet gialli, non sembra apprezzare troppo la destra e spesso e volentieri regala ai giornalisti uscite che paiono terzomondiste. Eppure…

Eppure a ben vedere è decisamente più indipendente e scorretto di quanto si potrebbe pensare. Se parla spesso della povertà nel cosiddetto Sud del mondo è perché, da giornalista, lo ha attraversato e raccontato, e lo usa di frequente come filtro per osservare l’Occidente. Quanto alle idee di sinistra, beh, di sicuro non gli piacciono la retorica e le prese di posizioni ideologiche. Insomma è una mente libera, che sa sconcertare quando parla di attualità. E, soprattutto, sa trasferire nei romanzi questa capacità di smontare le grandi costruzioni retoriche. Leggere per credere L’oscurità su Parigi (Garzanti), appena tradotto in italiano. È un giallo potente e insieme la ricostruzione suggestiva di un periodo storico molto particolare, ovvero gli anni Ottanta. Grangé racconta l’ambiente omosessuale francese di quel periodo, esplora una cultura sotterranea fatta di locali, trasgressione e prostituzione maschile. E riesce in una impresa incredibile: a differenza di praticamente tutte le opere uscite negli ultimi dieci anni, il suo romanzo non ha un grammo di sudditanza ideologica. Non celebra l’universo Lgbt perché va di moda farlo. Non è ostile, non giudica e certo non ha pregiudizi di alcun tipo. Ma allo stesso tempo evita le menate degli attivisti fissati con l’omofobia e la discriminazione. Non scodella una storia strappalacrime utile a celebrare una minoranza combattiva. Propone anzi un thriller efficacissimo e scritto divinamente, con personaggi per niente stereotipati, e racconta luci e ombre della comunità omo, fregandosene di ogni cautela e di ogni potenziale polemica.

I personaggi omosessuali del libro non sono per forza puri e buoni eroi perseguitati dalla intollerante società etero-patriarcale. Come tutti hanno luci e ombre, e l’autore non ha remore nell’esplorarne il lato oscuro, nel mettere in scena eccessi e drammi di quell’ambiente fotografato appena prima della definitiva esplosione dell’Aids. Un ambiente che si costruisce sulla pagina attraverso odori, luci sfavillanti e soprattutto musica: Bowie, la disco, il funk…

Si può dire che nessuno, almeno in tempi recenti, sia stato in grado di produrre un libro del genere, così lontano da ogni banalità e così totalmente e fieramente libero da condizionamenti.

Del resto la correttezza politica non è certo uno stagno in cui Grangé possa sguazzare. Al cronista di Le Point che gli ha posto recentemente una domanda a riguardo, il romanziere francese ha risposto deciso: «Sai benissimo che il politicamente corretto significa che non possiamo più nemmeno essere cattivi con i cattivi! Vedi questa costante ipocrisia… Il politicamente corretto è una terribile dittatura. Ti rendi conto che dietro ogni frase sui giornali c’è una sorta di giudizio perpetuo. È l’eredità borghese e moralista, e sta diventando stancante. Quindi, creare eroi a cui non importa niente di tutto questo, che sono cattivi quanto i cattivi perché il loro compito finale sarà quello di fermarli, è piuttosto divertente. Il mio lato fascista, quindi, consiste nel non rimanere entro i limiti di una bella e lineare indagine. Consiste nel dimostrare che non bisogna trattenersi o rispettare le regole. Tutto è lecito. È il contatto totale dell’indagine».

A questo “lato fascista”, di nuovo incurante del giudizio altrui, Grangé ha dato libero sfogo parlando della polizia con toni che scandalizzerebbero la gran parte degli scrittori italiani di grido:  «La forza dei miei investigatori sta nel fatto che anche loro hanno un lato oscuro», ha spiegato. «Hanno una sorta di intuizione per il male, entrano in sintonia con il criminale. Altrimenti, come potrebbero seguirne le tracce? Non sarebbero in grado di comprenderne il movente o gli istinti. I miei eroi devono essere squilibrati. Ecco il mio lato “fascista”. Con questo intendo dire che, per dare la caccia a un criminale, qualsiasi mezzo è giustificato, persino la tortura dei testimoni. Entrare nell’arena del male significa accettare che non esistano più leggi. Perché, in fin dei conti, questo è il problema principale per la polizia. Devono costantemente catturare i criminali che non rispettano la legge, mentre loro stessi sono completamente intrappolati da regole e divieti. Non appena un poliziotto commette un errore, il caso viene archiviato. Le forze dell’ordine e il sistema giudiziario sono ostacolati dal Codice civile. È come avere, in una foresta, una preda per la quale tutto è permesso, e poi un cacciatore con un braccio legato o una gamba ingessata. Non è possibile. Questo cacciatore, il mio eroe, deve essere libero come la preda che sta cacciando».

Non sono esattamente ragionamenti che si addicano a un progressista. Eppure Grangé non teme di svolgerli in pubblico, e talvolta di trasferirli nelle sue opere. Non è un caso che la stampa di sinistra lo abbia definito un reazionario, soprattutto dopo l’uscita di quel piccolo gioiello che è Karma rosso sangue. Lo scrittore francese è diventato famoso in tutto il mondo grazie a romanzi che flirtavano con il mistero e le più classiche delle suggestioni esoteriche. Qualcuno, quando il grandissimo pubblico cominciò ad apprezzarlo, volle farne un Dan Brown francese, paragone che non gli ha giovato. Ma da qualche tempo Grangé ha scelto altre strade. Ha scritto un thriller storico ambientato nella Germania nazista. Poi è tornato in Francia per raccontare il Maggio del 1968. E, di nuovo, si è distinto per anticonformismo.

Karma rosso sangue è in giallo coinvolgente e gustoso da leggere, si diventa amici dei personaggi, ci si cala perfettamente in un’altra èra e in un altro clima. Ma allo stesso tempo c’è una robusta riflessione politica che attraversa le pagine. Per Grangé il Sessantotto è stato una scusa per distruggere tutto. Un sommovimento borghese guidato da figli di papà interessati più che altro al sesso libero e alla violenza gratuita. Più che una rivoluzione, la caricatura di una lotta per la libertà. Non avendo una vera guerra da combattere, sembra dire il nostro, gli studenti del Maggio se ne sono inventata una.

Grangé si fa pasoliniano e solidarizza con i poliziotti proletari, poi inizia a passare in rassegna i vari movimenti politici. Ci sono i trotzkisti, i leninisti, i maoisti fanatici che adorano lo studente figlio di ricchi che si fa assumere alla Citroën per giocare all’operaio. Da una parte scorre l’indagine su un mostruoso omicidio, dall’altra si disegna una sorta di inchiesta sul panorama politico del tempo, condotta dal romanziere col piglio del cronista. E, a dirla tutta, anche con l’insofferenza del libertario nei riguardi dei fanatici.

Non è di destra, Grangé, ma detesta l’ipocrisia progressista, il suo farsi fede cieca, la sua presta di cambiare, più che il mondo, l’uomo. In Karma rosso sangue la fede politica sfocia nel culto vero e proprio: i militanti si abbandonano non solo alle droghe ma anche alle suggestioni orientali, di nuovo con piglio fanatico. Ed è in fondo questo a mandare in bestia Grangé. Che non è un conservatore, ma un pensatore a cui le costrizioni non piacciono. Soprattutto se esercitate in nome del bene comune.

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