La guerra tra Stati Uniti e Iran torna a infiammare uno dei punti più strategici del pianeta. Lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio mondiale, è nuovamente teatro di un attacco che rischia di far deragliare il delicato negoziato avviato tra Washington e Teheran. Secondo Axios, che cita un alto funzionario statunitense, nella notte tra domenica e lunedì il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha lanciato almeno due missili contro navi mercantili in transito nello stretto, segnando una nuova escalation proprio mentre le diplomazie tentano di porre fine al conflitto. L’attacco arriva in un momento particolarmente delicato. In Iran sono infatti ancora in corso le manifestazioni di lutto per Ali Khamenei, l’ex Guida Suprema uccisa nei primi giorni della guerra, mentre all’interno del regime continua lo scontro tra chi punta a una soluzione diplomatica e l’ala più radicale rappresentata dai Pasdaran.
Negli ultimi giorni proprio le Guardie Rivoluzionarie avevano intensificato le minacce contro il traffico commerciale. Attraverso comunicazioni radio rivolte alle navi in navigazione avevano intimato di non utilizzare il corridoio marittimo protetto dalla Marina statunitense lungo la costa dell’Oman. «I nostri missili e i nostri droni sono pronti a colpirvi», recitava il messaggio, la cui registrazione è stata acquisita dal Wall Street Journal. Secondo diversi osservatori, la decisione di colpire navi civili mentre sono in corso i colloqui dimostra quanto sia forte il potere dell’IRGC all’interno del sistema iraniano. Le Guardie Rivoluzionarie vengono infatti considerate il principale ostacolo a qualsiasi accordo con gli Stati Uniti. Il Wall Street Journal riferisce che proprio i vertici dei Pasdaran stanno frenando ogni tentativo di compromesso nonostante il memorandum d’intesa firmato il mese scorso, che prevede sessanta giorni di negoziati per arrivare a un’intesa definitiva.
Tra le imbarcazioni finite sotto attacco vi sarebbe la Al Rekayyat, una petroliera per il trasporto di gas naturale liquefatto appartenente e gestita da Nakilat, la compagnia di navigazione dell’industria del GNL del Qatar. La società non ha rilasciato commenti.Nelle prime ore di martedì l’equipaggio di una nave ancorata nelle vicinanze ha ricevuto via radio una richiesta di soccorso proveniente proprio dalla Al Rekayyat. Nella registrazione, pubblicata dal Wall Street Journal, viene riferito che il missile ha colpito il lato sinistro della nave, nella parte superiore della sala macchine. «Incendio in sala macchine e fumo ovunque. Impossibile valutare ulteriori danni. Tutto l’equipaggio è al sicuro e si è radunato sul lato destro dell’imbarcazione», comunica il comandante nel messaggio di emergenza. Secondo i dati di localizzazione, l’attacco è avvenuto all’imboccatura dello Stretto di Hormuz, nel Golfo dell’Oman. I sistemi di monitoraggio di LSEG indicano inoltre che la petroliera non trasmette il proprio segnale GPS dal 18 giugno. Anche l’agenzia britannica UK Maritime Trade Operations ha confermato di aver ricevuto una segnalazione relativa a una petroliera colpita da un proiettile non identificato circa otto miglia nautiche a est di Limah, in Oman. L’impatto ha provocato un incendio a bordo mentre la nave era diretta verso sud. Non risultano feriti né danni ambientali. Gli attacchi arrivano proprio mentre il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz stava lentamente tornando ai livelli precedenti. Negli ultimi giorni il numero dei transiti giornalieri si era stabilizzato tra trenta e sessanta attraversamenti, nonostante gli episodi registrati il mese scorso contro una nave mercantile e una petroliera.
Mentre il Golfo torna a vivere ore di paura, l’Iran ha celebrato i funerali di Ali Khamenei
Secondo la CNN, centinaia di migliaia di persone hanno accompagnato il corteo funebre lungo un percorso di circa venti chilometri attraverso Teheran. In assenza di dati ufficiali, l’emittente americana parla di una partecipazione enorme, con fedeli arrivati anche dalle principali città del Paese. La cerimonia si è trasformata anche in una manifestazione politica. Dalla folla si sono levati gli slogan «Morte all’America» e richieste di vendetta contro Donald Trump e Israele. Tra i partecipanti è stato notato anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, la cui presenza smentisce definitivamente le numerose indiscrezioni che nei mesi scorsi lo avevano dato per morto, come ricorda la BBC citando i media iraniani. Il momento di maggiore tensione si è registrato quando alcuni manifestanti hanno esposto un fantoccio raffigurante Donald Trump, successivamente impiccato davanti alla folla. Su uno striscione campeggiava una minaccia esplicita: «Uccideremo Trump». Dal fronte americano, però, il presidente degli Stati Uniti non sembra intenzionato ad allentare la pressione. Parlando nello Studio Ovale, Trump ha ribadito di non puntare formalmente a un cambio di regime, pur lasciando intendere che il risultato della guerra potrebbe produrlo comunque. «Non cerco un cambio di regime in Iran, anche se questo lo è», ha dichiarato. Trump ha inoltre sostenuto che le capacità nucleari iraniane sono ormai state completamente distrutte. «Andremo a raccogliere la polvere nucleare. Quello è rimasto», ha affermato, prima di rivolgere un nuovo ultimatum a Teheran. «O faremo un accordo o finiremo il lavoro. In un modo o nell’altro vinceremo». Un messaggio che lascia intendere come, nonostante i negoziati ancora aperti, la Casa Bianca continui a considerare l’opzione militare pienamente sul tavolo.
