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La religione laica del concerto sotto il sole

La religione laica del concerto sotto il sole
Alcuni fan del cantante Ultimo mentre raggiungono líarea del concerto a Tor Vergata. Roma 4 luglio 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Nei mesi più caldi, le masse di devoti fan delle popstar si spostano come pellegrini a caccia del loro oggetto di fede. In quest’epoca de-sacralizzata è sufficiente l’emozione di un verso a rendere felici. Una salvezza effimera

D’estate due enormi serpentoni di gente attraversano il nostro Paese, al di là della vecchia distinzione tra stanziali e vacanzieri. Inseguono entrambi l’Evento, si danno appuntamento per una manifestazione che è l’occasione per il loro pellegrinaggio. Sì, il popolo dei concerti e il popolo dei festival tematici non somigliano ai villeggianti e ai turisti di una volta, o a coloro che vanno al mare o in montagna per le “ferie”; ma ai pellegrini, ai devoti che un tempo andavano al Santo, alla Madonna, al Santuario o alle feste patronali, con le processioni, le tradizioni, i fuochi d’artificio e le bancarelle. Anzi, per essere più precisi, molti vanno al concerto con lo stesso spirito di chi andava in pellegrinaggio al Santuario e molti vanno ai festival letterari, librari o di varia umanità con lo stesso spirito di chi andava alle feste patronali. Fenomeni a loro modo religiosi, in cui il fattore devozione è più spiccato nei primi eventi, mentre il fattore turismo religioso alimenta le sagre letterarie, come succedanei delle feste patronali.

Ha destato impressione la confluenza di 250 mila devoti o seguaci (follower) al concerto di Ultimo a Roma. Che non è un mito, un’icona storica come Vasco Rossi, o Claudio Baglioni, Renato Zero ed altri grandi cantautori del passato; ma mobilita folle immense e genera un fenomeno di devozione esteso e sorprendente. Lo deduco da due elementi che sono stati messi in evidenza dai media: da una parte, quel popolo di devoti che si è recato sul posto del concerto una settimana prima, con tende e letti a sacco, nell’attesa dell’apparizione e dell’evento; e, dall’altra, le motivazioni che si ascoltavano negli intervistati, che non erano mossi dal semplice piacere di ascoltare e vedere un cantante a loro gradito ma che confessavano di aver trovato illuminazioni, verità di vita, esperienze emozionali, chiavi per affrontare il mondo, l’amore, i loro problemi psicologici, le loro fragilità, nelle parole e nelle canzoni di Ultimo.

Questi due fattori configurano una militia fidei, una testimonianza di devozione che evoca più il rapporto fiduciario e identitario, proiettivo e protettivo, con i santi e la religione, che il gusto della gita per il cantante preferito o che semplicemente ci piace. Un fervore di fede e una voglia di autenticità accompagna questi devoti e li lega tra loro, come accadeva ai movimenti religiosi, carismatici, a cavallo tra le religioni e le sette new age. Una religione che sconfina nella psicoterapia, e nella ludoterapia; una musica che veicola e mima risvegli dell’anima e ritorni all’infanzia con parole comuni, semplici, veraci, nel gergo dell’autenticità ripetute come mantra, balsami e versetti dai commossi adepti. Mancano maestri, guru, santi e santoni, madonne e divinità; al loro posto ci sono i cantautori-influencer, che col mezzo semplice, diretto, universale della musica veicolano parole chiave che «mi fanno stare bene», che «ci fanno sentire insieme»; pillole e placebo per lenire le ferite della vita e offrire piccoli surrogati di motivazioni. La parola chiave, naturalmente, è quella di emozionarsi; non più credere, pensare, conoscere, capire, ma emozionarsi, semplicemente emozionarsi. Ossia arrivare direttamente al cuore senza passare dalla mente e senza soffermarsi sulle ragioni; l’emozione è primitiva, facile, ha effetto rapido, non richiede educazione, cultura, rielaborazione e sacrifici, arriva subito ai centri sensibili della vita, e procura momenti vitali intensi e significativi.

Addentrandoti ulteriormente in questi fenomeni ti accorgi che alla fine delle tradizioni, dei riti, delle liturgie, delle devozioni antiche, hai perso le motivazioni finali, non credi più e rifiuti la sofferenza e il sacrificio a cui erano associati; ma cerchi di riprodurre il cammino, ne imiti le forme, i pellegrinaggi e le icone, cerchi parole di salvezza, pur effimera, non rivolta all’eternità ma a questa sera o poco più. Religione momentanea, diremmo con alcuni studiosi delle religioni, occasionale, estemporanea; déi transitori, o in tournée, coi loro culti, apoteosi e iter di fede; che offrono salvezze psicologiche, alternative ai farmaci e alle sedute psicanalitiche; o integrative, supplementari. Le religioni tramontano ma lasciano una scia lunghissima, un alone persistente, disseminano di tracce superstiti e superstiziose, il loro antico cammino.

Qualcuno dirà che è piuttosto scarso il senso della vita che si ricava da queste devozioni pop di fan; ma il sacro, la religione, viene da sempre ridotta a misura dei suoi credenti e devoti, della loro comprensione o ignoranza, delle loro menti e della loro immaginazione. I filosofi atei, come Ludwig Feuerbach e Karl Marx dicevano che Dio era un bisogno fittizio proiettato nei cieli, una specie di Super-Io, di gigantografia dei nostri bisogni proiettata nei cieli. Quel che di vero possiamo trarre da quella lezione è che, indipendentemente se Dio esista o no, ognuno poi si immagina Dio a misura della sua mente, dei suoi limiti, dei suoi bisogni e della sua immaginazione.

La proiezione continua, ma non si affida più a entità celesti, riti sacri e architetture teologiche; ma più modestamente a cantanti, concerti e canzoni. Ora siamo al grado Ultimo.

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