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Il caso Lagarde scuote la Bce: burnout, favoritismi e accuse di censura

Il caso Lagarde scuote la Bce: burnout, favoritismi e accuse di censura
Christine Lagarde, president of the European Central Bank (ECB), at a Eurogroup meeting in Brussels, Belgium, on Thursday, July 9, 2026. The European Union’s US trade deal is set to go into effect after the bloc gave its final sign-off, banking that the pact will ensure some stability despite ongoing economic tensions. Photographer: Omar Havana/Bloomberg via Getty Images

Promozioni di amici, libertà di parola negata, salute dei dipendenti a rischio. Un dossier interno inchioda la numero uno della Bce. Che sul suo futuro in politica non la dice giusta.

Draghi lavorava per la Bce, mentre la signora ha fatto in modo che la Bce lavorasse per lei». Non sono pochi i dipendenti della Banca centrale europea che all’indomani dell’intervista a Les Echos con la quale Christine Lagarde smentiva sé stessa annunciando il probabile addio anticipato alla presidenza dell’Eurotower, commentavano così, in modo sarcastico, le sue parole. Sarcasmo misto a sconcerto, perché nel botta e risposta con il principale quotidiano economico francese, Madame Lagarde è riuscita in un sol colpo a confermare tutte le critiche che hanno accompagnato il suo mandato, ormai quasi settennale, a Francoforte.

A partire dalla scarsa credibilità personale. Pochissimi mesi fa, eravamo a febbraio, il presidente con il tailleur aveva parlato con il Wall Street Journal per negare indispettita le indiscrezioni del Financial Times che la davano in uscita prima dell’ottobre del 2027, naturale termine del suo incarico. Probabilmente non era ancora il momento giusto per uscire allo scoperto. Per non parlare di quanto questa gestione stia danneggiando l’immagine e la reputazione della Banca centrale. E qui ci sono diversi punti di innesco. Quando Lagarde motiva l’addio anticipato con la necessità di far sentire «una voce europea» nel dibattito per l’Eliseo, fa una scelta di campo contro le forze sovraniste francesi, portando quindi nell’agone politico lo stesso istituto di Francoforte che ha sempre fatto dell’indipendenza e dell’autonomia dei punti di forza.

Ma c’è di più. Perché conferma indirettamente il sospetto che in alcune sue decisioni possa esserci stata una venatura (per usare un eufemismo) politica sottostante. Quando, per esempio, ha spinto, come mai successo in passato, le politiche green volute dall’Europa e fortemente osteggiate invece da Rassemblement National, il partito, sovranista appunto, di Marine Le Pen e Jordan Bardella. Oppure nel momento in cui (settembre 2025) ha rassicurato i mercati sulla stabilità della Francia nonostante l’alto rapporto deficit/Pil (sopra il 5%), l’instabilità politica, l’impennata dei rendimenti degli Oat (i titoli di Stato) e il rating a rischio, ricordando l’esistenza di uno scudo anti-spread come il Tpi (acquisti illimitati di bond sovrani da parte della Bce) facilmente attivabile. All’epoca era appena caduto il governo Bayrou, l’appeal politico di Emmanuel Macron era ai minimi storici e si parlava di elezioni anticipate che avrebbero aperto un’autostrada alla destra sovranista.

Insomma, mai rassicurazioni furono più politicamente “impattanti”. O peggio ancora se, come in molti pensano, la Lagarde dovesse decidere di dimettersi per lasciare che sia Macron ad avere un ruolo nella scelta del prossimo presidente della Bce. Per la serie, non vogliamo neanche sapere quale potrebbe essere il candidato all’Eurotower di Marine Le Pen. Sospetti che sono stati enfatizzati dai dipendenti della Banca centrale europea, che soprattutto attraverso l’Ipso, il sindacato dell’istituto, hanno a più riprese criticato l’operato dell’ex numero uno del Fondo monetario internazionale. «Negli ultimi anni» spiegano dall’International and european public services organisation a Panorama, «è peggiorato non solo il clima, ma anche la governance dell’istituzione. La libertà di espressione del personale è diminuita. Il presidente non ha agito sulle questioni individuate, in particolare sulle preoccupazioni relative al favoritismo nei confronti del personale. Per la prima volta nella storia della Bce, si sono verificate intimidazioni dirette nei confronti dei rappresentanti del personale per zittirli, oltre a modifiche alle regole elettorali e al quadro di rappresentanza del personale per cercare di ottenere risultati elettorali diversi. Tutto questo mentre ufficialmente si lodano lo Stato di diritto e la democrazia».

Conseguenze? «Questa situazione sta facendo ammalare molte persone. Così il tasso di burnout (esaurimento fisico, emotivo e mentale, ndr) è passato dal 33% circa nel 2021 al 39% nel 2024 e i rischi di tendenze suicide sono raddoppiati rispetto a quello che succedeva con la presidenza Draghi». Il favoritismo innanzitutto. Secondo il sindacato è successo spesso in questi anni che la Bce disponesse di procedure di assunzione e promozione che solo apparentemente sembravano basate sul merito, mentre in realtà rappresentavano un approdo sicuro per “accontentare” un candidato prestabilito. Non che con Draghi fosse tutto rose e fiori, intendiamoci, ma con la gestione dell’ex numero uno del Fondo monetario internazionale, molti argini sono caduti.

Se confrontiamo un sondaggio interno sul tema condotto dallo stesso Ipso nell’aprile del 2025 con quello del 2015, quando la Bce era guidata dall’ex premier italiano, il risultato è impietoso. Il 77% degli intervistati (circa 1.400 lavoratori) oggi pensa che per far carriera nella Banca centrale europea sia necessario «conoscere le persone giuste», ben 12 punti percentuali in più rispetto a una decina d’anni fa. Mentre solo il 34% ritiene che le posizioni si raggiungano «svolgendo bene il proprio lavoro», contro il 46% del 2015. Non proprio un trionfo della meritocrazia anche perché appena il 19% ritiene che la Bce faccia un buon lavoro nel promuovere «le persone più competenti». Può sembrare una questione marginale, ma non lo è. Perché se la stragrande maggioranza dei dipendenti è convinta che l’andazzo sia questo, va da sé che in futuro preferirà dedicarsi all’attività di networking piuttosto che al lavoro. E non è che se il discorso si sposta sulla libertà di espressione e il livello di democrazia interna, le cose vadano meglio. «Non tutti sanno che poco dopo l’insediamento della Lagarde», spiegano ancora dall’Ipso, «è stato chiuso il forum anonimo del Comitato del personale. Uno spazio in cui le persone potevano discutere internamente sulle questioni relative al lavoro. Pare che alla neo presidente non sia andata giù una conversazione che metteva in dubbio le sue competenze a ricoprire l’incarico. Risultato? L’Ipso ha creato un proprio forum anonimo su Internet». Naturale quindi che secondo un recente sondaggio solo il 38% del personale (se si escludono i tirocinanti) ritenga di potersi esprimere liberamente senza subire ritorsioni.

La storia di Carlos Bowles, presidente del comitato del personale (Staff Committee) e vicepresidente dell’Ipso non è nuova ma merita di essere raccontata. Anche perché si tratta di uno storico rappresentante dei diritti dei lavoratori che spesso ha incrociato i guantoni con i piani alti dell’istituzione di Francoforte ma mai era arrivato a questo punto di scontro. In un’intervista al quotidiano tedesco Börsen-Zeitung di poco più di un anno fa, il sindacalista commentava, numeri dei sondaggi alla mano, i problemi di democrazia interna, burnout e favoritismi. Per la Bce e per la Lagarde quell’intervista ha rappresentato una chiara violazione del dovere di lealtà, mentre evidentemente Bowles riteneva solo di fare il suo mestiere. Le parti adesso sono in causa.

Così come non sono passati inosservati i viaggi del presidente rispetto ai quali si fa fatica a capire la relazione con le decisioni di politica monetaria. Per esempio a Parigi, in occasione dei Giochi Olimpici del 2024, quando ha rilasciato un’intervista in cui ha raccontato di come l’aver praticato nuoto sincronizzato a livello agonistico le abbia insegnato a «stringere i denti e sorridere». O in Ucraina, siamo nel giugno 2025 a Kiev, con la Lagarde che si premura di rassicurare il presidente Zelensky sul sostegno finanziario Ue. E infine con la recentissima partecipazione (giugno 2026) a un convegno ad Aix-en- Provence dove la signora con il tailleur ha tenuto il discorso Women and leadership: widening the pipeline (Donne e leadership: allargare il bacino di talenti). Lodevole, ci mancherebbe altro, ma si fa fatica a capire il legame di tutto ciò con l’inflazione e con la decisione di alzare, abbassare o tenere fermi i tassi di interesse. A voler essere maliziosi, si potrebbe pensare che fossero incontri di “immagine” e che quindi andassero a rafforzare il ruolo politico più che quello da “monetarista” di Madame.

E gli eventi di questi giorni, evidentemente, confermano che a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

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