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Quando nascere è una lotteria: il boom di morti post parto allarma il Regno Unito

Quando nascere è una lotteria: il boom di morti post parto allarma il Regno Unito
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Un recente rapporto svela un incredibile boom di decessi tra neonati negli ospedali di Nottingham. Ma la situazione in tutto il Regno Unito è critica: il Paese è ai primi posti in Europa per mortalità post parto. Una grana ancora non risolta dal governo laburista

La piccola Caitlin Stringer era nata prematura, nel 2021, al Nottingham City Hospital e, dopo 30 giorni, aveva sviluppato un gravissimo problema gastrointestinale che aveva messo in pericolo la sua vita. I suoi genitori ritengono responsabile lo staff per non essere intervenuto immediatamente, provocandole così danni cerebrali permanenti. Adesso, le sue aspettative di vita sono molto ridotte. «Ci hanno detto che non sopravviverà all’infanzia», ha spiegato la madre Emily, «attualmente ha una paralisi cerebrale e a casa ha sofferto di numerosi arresti cardiaci. L’ultimo anno è stata ricoverata in terapia intensiva 13 volte e sappiamo che una delle prossime volte sarà quella fatale. È terribile».

Quinn Parker è morto nello stesso ospedale appena 36 ore dopo la nascita. Sua madre Emmie, nell’ultima fase della gravidanza, si era recata nella struttura per ben quattro volte con delle emorragie e ha raccontato che tutte le sue richieste di un parto cesareo sono state ignorate. «Quello che stava accadendo era che Quinn moriva lentamente, ma nessuno ha voluto intervenire», ha affermato il padre Ryan Parker, «dopo il parto mi avevano detto che madre e figlio stavano bene, ma il piccolo è morto in nemmeno due giorni».

Wynter Andrews è deceduta nel 2019 al Queen’s Medical Centre perché non affluiva abbastanza ossigeno al cervello, una condizione che avrebbe potuto essere evitata se lo staff avesse fatto partorire prima sua madre Sarah. «Quando sono andata in travaglio ho chiamato l’ospedale e per sei giorni la risposta è stata sempre la stessa: rimanga a casa», ha raccontato la signora. «Quando hanno deciso di farmi partorire con il cesareo hanno scoperto che una grave infezione era in atto da giorni. Mio marito Gary ed io siamo rimasti a guardare per 23 minuti mentre i sanitari tentavano di rianimare senza successo nostra figlia. In seguito l’unica spiegazione che ci è stata data è che “qualche volta purtroppo i bambini muoiono”». «Uno degli operatori», ha proseguito Sarah, «ci ha detto “se dovessimo ascoltare le preoccupazioni di ogni genitore, ne saremmo sopraffatti”». Sentendo queste storie, verrebbe da dire che l’Inghilterra non è più un Paese per mamme. I genitori di Caitlin, Quinn e Wynter non saranno mai più gli stessi dopo questa tragica esperienza e, come loro, centinaia di altre coppie.

Negli ultimi 13 anni, infatti, 444 donne e 76 neonati sono morti o hanno subito gravissimi danni alla salute a causa del trattamento ricevuto nell’ospedale universitario di Nottingham e al Queen’s Medical Centre della stessa città. Da un documento di 400 pagine, i risultati di un’indagine durata ben tre anni tracciano un quadro estremamente inquietante della situazione nei reparti materni delle due strutture. Trattamenti poco efficienti, a volte addirittura crudeli, carenza cronica di personale che spesso ha usato comportamenti intimidatori e razzisti nei confronti delle pazienti.

Secondo il report, i manager degli ospedali che erano stati ripetutamente messi al corrente dei problemi esistenti in corsia non hanno mai preso provvedimenti a riguardo e molti dipendenti si sono rifiutati di rispondere alle domande degli inquirenti. Un secondo rapporto, ordinato dall’allora ministro della Sanità Wes Streeting e redatto da Valerie Amos, parlamentare laburista ed ex diplomatica, ha rivelato che il servizio sanitario inglese non garantisce più un trattamento sicuro ed efficiente nei reparti maternità di tutto il Paese.

Nel Regno Unito muoiono di parto una media di 12,8 donne su 100 mila, il 20% in più rispetto al biennio 2009-2011, quando il governo si pose l’obiettivo ambizioso di dimezzare la mortalità delle partorienti in Inghilterra. Non riuscirono in questo intento i governi conservatori, ma non ce l’ha fatta neppure l’ultimo esecutivo laburista di Keir Starmer. Confrontato con altri Paesi europei, l’indice di mortalità nei reparti maternità inglesi è molto alto.

Uno studio del 2022 del British medical journal ha svelato che il Regno Unito ha il secondo tasso di mortalità più alto rispetto ai Paesi europei. Anche il numero di donne che hanno avuto gravi complicazioni dopo il travaglio è aumentato e la percentuale di madri che hanno sofferto di emorragie post partum è incrementata del 19 per cento. Una situazione scandalosa per un servizio sanitario pubblico che in passato era il fiore all’occhiello del Paese. Mentre il governo tentava disperatamente di dimezzare le infinite liste di attesa negli ospedali e di mettere fine alla lunghissima serie di scioperi messi in atto dai medici negli ultimi due anni, centinaia di madri e i loro piccoli hanno continuato a morire nei reparti maternità di tutto il Regno Unito.

Il problema principale evidenziato è soprattutto l’inadeguatezza nelle cure ricevute. In Inghilterra, in particolare, le regolari ispezioni effettuate dalla commissione per la qualità del Servizio hanno rilevato che il 36% dei servizi di maternità richiedono dei miglioramenti sostanziali e il 12% si è rivelato del tutto inadeguato. Uno dei motivi principali è la mancanza di personale. Secondo il Royal College of Midwives mancano 2.500 ostetriche, ma una neodiplomata su tre fa fatica a trovar lavoro. Anche l’aumento vertiginoso dei parti cesarei d’urgenza rispetto a quelli naturali hanno contribuito all’aumento dei decessi e delle nascite di bambini con gravi problemi. Le diseguaglianze etniche e socioeconomiche risultano poi evidenti nella cura riservata alle partorienti e ai loro figli. Secondo il rapporto Amos, le donne di colore hanno una probabilità di morire di parto tre volte più alta delle donne bianche e le donne provenienti dalle aree più povere del Paese muoiono più frequentemente di quelle che vivono nelle aree più ricche. L’attuale ministro alla Sanità James Murray ha definito inaccettabile la situazione in cui versano i reparti maternità britannici. «Il rapporto Amos rappresenta un momento spartiacque su come il servizio pubblico tratta le mamme in attesa e i suoi bambini» ha dichiarato, promettendo di mettere fine alle dinamiche “tossiche” che hanno gravemente danneggiato le relazioni tra il personale preposto al servizio.

Ma la revisione dei servizi di maternità diverrà una priorità anche del premier laburista in pectore, quell’Andy Burnham, oltre a essere stato sindaco di Manchester, ha ricoperto il ruolo di ministro della Sanità sotto il governo laburista di Gordon Brown e si è battuto per estendere il congedo di maternità a 39 settimane. Per lui in futuro, l’obiettivo da raggiungere, sarà molto più ambizioso visto che reperire nuove risorse e scardinare la cultura preesistente è decisamente più complicato di una semplice modifica legislativa.

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