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Il riso amaro svela la Russia e l’uomo

Il riso amaro svela la Russia e l’uomo
People in Red Square under banner depicting Marx, Lenin and Engels. (Photo by Peter Turnley/Corbis/VCG via Getty Images)

Riscoprire l’opera di Dovlatov consente di collocarlo tra i grandissimi della letteratura mondiale. Un Pirandello post sovietico, capace di scarnificare le miserie umane con l’arma della satira (che non rinuncia però all’umanità)

Ci sono tanti modi per esercitare la libertà di pensiero. Il più difficile di tutti consiste nell’evitare come la peste gli incasellamenti, nel prendere programmaticamente le distanze da ogni accenno di irreggimentazione politico-intellettuale. È la via più ostica, questa, perché chi la segue ha le spalle completamente scoperte. Non ha una parte a cui iscriversi, e dunque non viene sostenuto da nessuno. Si può dire che Sergej Dovlatov (1941-1990) abbia scelto tale impervio sentiero. È stato uno dei più grandi scrittori russi di ogni tempo, un inarrivabile maestro della satira, creatore di un umorismo verniciato di amarezza che al grandissimo pubblico italiano potrebbe ricordare i momenti migliori del Fantozzi di Paolo Villaggio (quello dei racconti, soprattutto).

Dovlatov è stato osservatore implacabile ma simpatetico dell’animo umano, entomologo che studiava le dinamiche di quartiere e vicinato, e allo stesso tempo esploratore delle più alte vette dello spirito. Sì, lasciò la Russia sovietica e nei suoi libri il regime comunista è semplicemente fatto a pezzi. D’altra parte in Urss – benché lavorasse come giornalista – non riuscì mai a pubblicare letteratura, e risultò sempre piuttosto sgradito alle autorità. Ma non per questo fu un dissidente cantore della libertà occidentale. Anzi, non trascurò mai di mostrare, oltre alle bassezze, anche le inimitabili qualità dei russi. E non tralasciò certo di fustigare l’idiozia del presunto Mondo libero. Possiamo immaginare la sua come una sorta di dissidenza spirituale, il cui primo e vero nemico politico è la stupidità umana o meglio la «coglionaggine», come scrive Paolo Nori nella gustosa introduzione a Straniera (Sellerio), gioiello che racconta l’esistenza degli emigrati russi negli Usa attraverso ritratti mirabili. I quali sì, mettono alla berlina vizi e ottusità dei personaggi, ma al tempo stesso li accolgono come parte quasi fondamentale e irrinunciabile della presenza umana su questa terra. Un satirico pietoso, Dovlatov, comprensivo.

Dopo tutto, come avrebbe potuto non solidarizzare con i propri simili, provare e trasmettere un dolce dispiacere per la tragedia dell’imbecillità che affligge tutti noi? La sua vita, alla maniera di tante vite russe, era stata tragica, segnata da dolori e fatiche che temprano ma consumano.

«La sua storia è da un lato abbastanza semplice da riassumere, dall’altro assai complessa», dice Laura Salmon – massima studiosa italiana di Dovlatov – a Panorama. «È nato durante l’evacuazione della Seconda guerra mondiale, quando soprattutto le madri con prole venivano spostate dalla Leningrado sotto assedio già nei primi anni Quaranta. Sua madre era finita a Ufa, in Baschiria, dove appunto è nato Sergej. Lui però si è sempre considerato un leningradese, ovviamente poi la famiglia è tornata, la madre era un’attrice di teatro, il padre un regista piuttosto noto, ancora stimato da chi lo ricorda e dai suoi allievi che sono ancora vivi. I genitori si erano separati, ma avevano mantenuto rapporti, e si ritrovarono entrambi in America da emigrati. Il padre era finito negli Usa con la nuova moglie, mentre la madre di Sergej, Nora (che come tutti i parenti stretti è diventata qua e là un personaggio dei suoi libri) è emigrata con lui nel 1978».

Poco prima di seguire la madre, Dovlatov aveva visto partire la moglie assieme alla figlia Katia. «Usufruirono della possibilità di lasciare il Paese che veniva concessa agli ebrei sovietici. L’idea iniziale era di stabilirsi in Israele ma sappiamo che circa il 50% degli emigrati poi sceglievano gli Stati Uniti», spiega Salmon.

Fu così che Sergej rimase solo, in Russia. «Dovlatov descrive molto bene questo trauma della solitudine in cui era rimasto dopo la partenza della moglie e della figlia», prosegue Salmon. «Si era dato all’alcolismo sfrenato e, anche in virtù di questa crisi profonda, si è ritrovato in condizioni di dover emigrare. E sottolineo dovere perché in realtà sono profondamente convinta che questa sia stata una scelta consapevolmente penalizzante per lui. Si considerava uno scrittore russo, lo ha anche ribadito in varie interviste. Era profondamente russo, attaccatissimo alla Russia. Anche se poi le sue origini erano diverse: il padre era ebreo, infatti il suo cognome all’anagrafe è Mecik. Dovlatov era il cognome della madre, di origine armena ma georgiana di Tbilisi. Dunque diciamo che dal punto di vista etnico di russo non aveva nulla ma, come lui ha dichiarato più volte, la sua nazionalità era la lingua russa, risiedeva in questo legame assolutamente indiscutibile con la lingua russa».

Il quarantenne Dovlatov, russo fino al midollo, si ritrova alla fine degli anni Settanta negli Stati Uniti. A New York, per la precisione. Si è ricongiunto alla moglie, con cui ha avuto poi un altro figlio, e – spiega  Salmon, «ha cercato di vivere nella comunità russa intellettuale cappeggiata dal premio Nobel Iosif Brodskij, che conosceva molto bene fin dai tempi di Leningrado. Sul suo rapporto con Brodskij ci sono per altro varie storielle e aneddoti. Uno si trova nei Taccuini usciti anche in Italia. Come tutti appena arrivavano a New York, Dovlatov fece il numero di Brodskij per chiedere aiuto, protezione, eccetera. Dovlatov prese il telefono e disse: “Ciao Josif”. E Brodskij rispose: “Ah Sergei, non ricordavo che ci dessimo del tu”. Replica di Dovlatov: “Iosif, a lei posso dare anche del loro”».

A ben vedere, Brodskij avrebbe anche potuto avere qualche motivo di risentimento nei suoi riguardi, dato che l’altro gli aveva rubato la ragazza anni prima, in Russia. Ma il premio Nobel era un uomo generoso, e in ogni caso era guardato con molta ammirazione da tutta la comunità russa d’allora (ammirazione che tutt’ora persiste).

A dirla tutta, probabilmente Dovlatov è più grande di Brodskij come autore, anche se di certo non è altrettanto famoso e forse i più lo considerano un letterato di secondo piano. Eppure nelle sue pagine c’è tutta la grandezza della migliore letteratura russa. Ci sono i drammi di Dostoevskij, la satira di Bulgakov, la ferocia di Gogol’. L’umorismo è la colla che tiene tutto insieme. E proprio al meccanismo pirandelliano dell’umorismo di Dovlatov Laura Salmon ha dedicato un saggio importante. A Panorama spiega che l’autore russo «è proprio la quintessenza dell’umorismo pirandelliano. Pirandello sosteneva che esistono due tipi di derisione: una che è di tipo verticale, cioè io derido qualcuno da una posizione di superiorità e quello che scaturisce è semplicemente la risata liberatoria. Ad esempio quando qualcuno fa la battuta sul carabiniere e io rido perché non sono un carabiniere e mi ritengo superiore. L’altro tipo di derisione è, lo dico in termini molto banalizzati, il riso tra le lacrime. Cioè la capacità non di ridere di qualcuno, ma di ridere con qualcuno nella condizione umana. Non esiste più la persona che diventa oggetto della derisione, ma esiste la condizione umana che, condivisa dalle persone, permette di difendersi dalle lacrime ridendo. Quando non si hanno più lacrime per piangere si ride, insomma. Questa è una posizione anche molto ebraica. Anche per questo tipo di umorismo è un intellettuale enorme, e mentre lo dico penso a una battuta che fece un suo collega: disse che Dovlatov era uno scrittore immenso, perché era alto due metri e molto grosso di corporatura, quindi obiettivamente era immenso. Io però ne sono convinta: nessuno ha descritto la società sovietica meglio di lui».

La società sovietica, ma anche quella occidentale. Anzi, l’umanità in generale: difficile trovare qualcuno che meglio abbia narrato la stupidità umana, riuscendo al contempo a deriderla e a riconoscerne la presenza in ciascuno di noi.

Per descriverlo, forse risulta perfetta una frase, un verso dell’ex filosovietico Giovanni Lindo Ferretti: «Qualcosa che assomiglia a ridere nel pianto».

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