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Il fuoco federalista va riacceso

Il fuoco federalista va riacceso
PONTIDA, ITALY – SEPTEMBER 17: Matteo Salvini Leader of Lega Nord party and Luca Zaia, President of Region Veneto attend the Lega Nord Party Annual Meeting on September 17, 2023 in Pontida, Italy. This year, at the annual meeting of Italy’s right-wing Northern League political party, Marine Le Pen, member of National Rally, France’s far-right party and leader of the Northern League and Italian Minister of Transport Matteo Salvini are both set to attend. (Photo by Pier Marco Tacca/Getty Images)

Luca Zaia si intesta la battaglia storica della Lega. Ma per andare oltre gli annunci servono veri leader dal basso e lotta seria alla burocrazia (anche locale)

La Lega di Matteo Salvini si sta perdendo dentro un grande “boh”: non si capisce cosa sia, dove voglia andare. Colui che prima era il Capitano ora è un ragazzo cresciuto che intenerisce per incertezza e insicurezza politica: la crescita del generale Vannacci è anche figlia delle sue défaillance. Dire che dopo il Papeete ne abbia imbroccate poche è severo ma reale e – mi sia consentito – un po’ mi dispiace perché avendolo conosciuto ho assistito alla sua parabola ascendente e discendente.

Se dunque la Lega di Salvini è in evidente difficoltà e preda del pressing di Vannacci, quella che Luca Zaia ha in testa si distingue per coerenza con le origini del progetto bossiano: il federalismo come Dna. Non so se questo servirà ad attirare il consenso dei giovani, ma in qualche parte di un Nord de-padanizzato potrebbe accadere (specie se accompagnata dalla libertà di coscienza sui temi etici).

Luca Zaia è un leader capace di stare nei tavoli che contano (non ultimo l’incontro con Marina Berlusconi) come di attirare like sui social. Ma non so se basterà per ravvivare il fuoco del federalismo, quell’intuizione che Umberto Bossi seppe portare dalle aule di Scienze politiche ai capannoni dei cumenda come nei tinelli delle famiglie di quel Lombardo-Veneto piegato a lavorare e a sacramentare contro Roma che tutto si prendeva e nulla restituiva, se non grane. Il compianto Senatur costruì la narrazione federalista con parole grevi e con messaggi iconografici chiari e poi la mise sui binari del decentramento, della secessione, della devolution, insomma di come tatticamente gli conveniva. Poi un po’ tutto ha perso smalto, forse perché la sinistra aveva imbullonato nella Costituzione una disordinata idea di decentramento con il Titolo V che comunque consentiva anche ai governatori del centrodestra e della Lega di trovare spazi di potere esclusivo. Con la svolta nazionalista di Salvini, è toccato poi a Calderoli dare risposte ai referendum federalisti in Veneto e in Lombardia.

Ma c’è ancora fame di federalismo? La questione politica su cui Zaia vuole fare leva necessita di un aggiornamento: un conto è il Veneto, che quelle istanze le ha nella pelle, ma un altro è fuori dalle aree dove il Doge ha governato per quindici anni. In Sardegna, per esempio, la Todde blocca le autorizzazioni sulle rinnovabili. E in altre Regioni la Sanità è un buco nero. Persino in Lombardia il tema si è un po’ raffreddato se si pensa che Fratelli d’Italia è il primo partito in Regione e il centrosinistra governa quasi tutti i capoluoghi di provincia.

Arriviamo così a uno dei punti fondamentali del perché il tema federalismo ha perso smalto e spinta. Essere realmente federalisti significa far maturare classi dirigenti locali perché il governo dei territori è importante. È mai possibile che in questi anni il centrodestra non abbia nelle grandi città – e parto da lì per ovvie ragioni – dei leader locali di spessore? Chi è rimasto degli ultimi candidati sindaci in corsa a Roma, a Milano, a Napoli, a Firenze e via elencando? In quelle scelte non ci credevano le segreterie dei partiti, figurarsi i cittadini elettori. Come si può pensare che, ad oggi, su quegli stessi grandi centri urbani il cantiere delle candidature sia in alto mare?

L’impressione è che nel centrodestra i leader nazionali abbiano paura di far crescere sul territorio gente brava perché temono la concorrenza di “competitor” nuovi; quindi meglio far girare gli stessi prestandoli da Roma al territorio. La vittoria di Simone Venturini a Venezia è figlia del lavoro della giunta Brugnaro, ma sul giovane assessore, nel Palazzo, non ci credeva nessuno. Invece il senso del federalismo è proprio questo: credibilità e forza sul territorio per andare a trattare in Regione o a Roma.

Altro punto non secondario: il federalismo serve per moltiplicare i centri di potere e quindi di spesa dal centro ai capoluoghi di regione? Oppure è quel patto (foedus) tra centro e regioni affinché, trasferendo competenze e finanziamenti, i processi si semplifichino e i risultati siano i migliori? Tutte le volte che in campo entrano soggetti nuovi (sia l’Europa, siano le Regioni) la burocrazia aumenta: il federalismo è l’opposto. Il federalismo non solo dovrebbe accorciare i processi decisionali ma dovrebbe garantire che persino il piccolo centro sia centrale. Da anni sta accadendo l’opposto.

La forza di Luca Zaia è il coronamento di un percorso nato fuori da Roma. E lo stesso – piaccia oppure no – vale per Vincenzo De Luca o Michele Emiliano o per Massimiliano Fedriga, per Alberto Cirio o per Roberto Occhiuto. Di contro, se la ministra del Lavoro Marina Calderone andasse al mercato non la riconoscerebbe nessuno.

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