Home » Attualità » Economia » Dal petrolio al rame: i nuovi metalli che comandano l’economia dell’Intelligenza artificiale

Dal petrolio al rame: i nuovi metalli che comandano l’economia dell’Intelligenza artificiale

Dal petrolio al rame: i nuovi metalli che comandano l’economia dell’Intelligenza artificiale
An employee holds processed lithium for a photograph in Australia. Photographer: Carla Gottgens/Bloomberg

Rame, alluminio, nichel e uranio sostituiscono il petrolio al centro dell’economia globale, spinti da Intelligenza artificiale e transizione energetica

Il petrolio, il sangue nero della terra che muove le fabbriche, incendia i mercati e decide i destini geopolitici delle nazioni.

Il vecchio mondo, sintonizzato sul battito pesante delle pompe nei deserti mediorientali e dominato dagli oltre 100 milioni di barili al giorno divorati dal pianeta, sta passando lo scettro. Siamo davanti a un cambio della guardia epocale, un nuovo regno non meno affamato o spietato, ma decisamente più sottile e brillante.

L’energia di domani sta dicendo addio alle esalazioni pesanti degli idrocarburi e al loro fardello di CO2. Oggi il futuro preferisce i riflessi rossastri del rame, il luccichio argenteo dell’alluminio e il brivido invisibile dell’atomo. Stiamo correndo a tappe forzate dalla vecchia civiltà del fuoco a quella delle connessioni. La mappa del potere globale non si disegna più sui pozzi nel deserto, ma nei laboratori e nelle miniere di metalli un tempo considerati “poveri” e che oggi giocano a fare le superstar. Chi pensa che la transizione ecologica sia un pranzo di gala, farebbe bene a fare un salto sulle montagne russe delle borse merci: negli ultimi tre anni, i prezzi delle materie prime industriali hanno messo il turbo, registrando rincari medi superiori al 40%.

Il vero cuore pulsante di questa metamorfosi non batte sulle autostrade, ma dentro i templi del silenzio digitale: i data center. L’Intelligenza artificiale, che i guru della Silicon Valley amano dipingere come un’anima immateriale ed eterea, ha in realtà uno scheletro pesantissimo fatto di metallo e silicio. È un Godzilla insaziabile che mastica elettricità e sputa calore. Già entro quest’anno, i data center globali consumeranno da soli oltre 1.000 Terawattora (TWh) di elettricità: in pratica, berranno da soli l’intera energia del Giappone. Per far girare i pensieri di questi cervelli elettronici servono chilometri di vene artificiali.

E queste vene sono rivestite di rame. Il metallo rosso è diventato il vero sistema nervoso del nuovo mondo, l’ingrediente magico per i cablaggi e per i condizionatori giganti che salvano i server dal collasso termico mentre macinano algoritmi. Un singolo data center extra-large può arrivare a inghiottire oltre 50 mila tonnellate di rame. Se l’Ia è la mente, il rame è il bicipite. Persino re Mida come Jeff Bezos e Bill Gates hanno deciso di giocare a Caccia al tesoro investendo in KoBold Metals, una startup che usa l’Intelligenza artificiale per scovare i nascondigli segreti di rame, litio, nichel e cobalto. Nelle sale di Trading economics copper l’aria è rovente: gli analisti vedono il metallo rosso proiettato verso una forchetta stellare tra gli 11 mila e i 14 mila dollari per tonnellata. Tutta colpa di un deficit di offerta che minaccia di sfiorare le 500 mila tonnellate all’anno, rischiando di staccare la spina ai sogni dei tecnofili.

Ma la febbre dell’oro rosso non contagia solo i computer. C’è una flotta globale che spinge per essere elettrificata: ogni auto elettrica  che esce dalla fabbrica nasce con circa 83 chili di rame in corpo, un balzo enorme rispetto ai miseri 20 richiesti da un’auto a benzina.

Praticamente, Elon Musk sta comprando così tanto rame che tra un po’ gli manderanno i biglietti di auguri di buon compleanno direttamente dalle miniere del Cile.

Come se non bastasse, le autostrade dell’energia mondiale vanno completamente rifondate per reggere il carico delle rinnovabili: entro il 2040 bisognerà stendere o rinfrescare qualcosa come 80 milioni di chilometri di linee elettriche in tutto il pianeta. Il risultato? Una caccia al tesoro ravvicinata che rischia di lasciare i magazzini a secco prima ancora che aprano i nuovi giacimenti, visto che per inaugurare una miniera servono tra i 12 e i 15 anni di scavi e burocrazia.

In questa corte dei miracoli industriali, il rame divide il trono con i nuovi nobili della transizione: l’alluminio e il nichel. Dimenticatevi le lattine di aranciata o gli infissi delle finestre a buon prezzo; oggi l’alluminio è la corazza scintillante della svolta green. È il metallo leggero per eccellenza, fondamentale per mettere a dieta le automobili – dove il peso medio per veicolo è schizzato dai 140 chili del 2010 ai quasi 210 odierni – e per far viaggiare la corrente ad altissima tensione senza disperderla per strada. Nel frattempo, il suo prezzo ha ballato il tip-tap sui record: dal 2010 a oggi è decollato del 45-50%, passando da poco più di 2.100 dollari a tonnellata agli attuali 3.165 dollari. Al dettaglio significa saltare da 2,2 a oltre 3,1 dollari al chilogrammo, un bel rincaro che finisce dritto sul listino delle auto nuove. Il nichel, dal canto suo, recita la parte dell’ingrediente segreto nella ricetta delle batterie a lungo raggio, che ne nascondono fino a 40 chilogrammi sotto il pianale per regalare chilometri di autonomia e stabilità.

Il vero dramma di questo risiko delle materie prime, però, non è solo quanto scavare, ma dove scavare. Il nuovo mondo, purtroppo, ha preso il brutto vizio dal vecchio: l’offerta è concentrata in pochissime mani. La Cina si è presa la parte del leone e controlla oltre il 60% della raffinazione del litio, il 70% del cobalto e un colossale 85% delle terre rare. Si stanno creando imbuti geopolitici che ricordano da vicino i vecchi tempi d’oro dell’Opec petrolifera. Chi controlla la cucina dei metalli, oggi controlla l’interruttore della nuova industria. E l’Europa? Guarda la mappa con il fiato corto e i portafogli leggeri: importa oltre il 90% dei metalli critici per la sua tecnologia e ha scoperto, con un brivido, che la dipendenza strategica ha solo cambiato indirizzo sulla mappa.

Ma il colpo di scena più divertente di questa corsa all’oro è il ritorno trionfale dell’uranio. Per anni è rimasto confinato in castigo nell’angolo della storia, guardato con sospetto  per l’orrore di cui è ammantato fin dal suo primo apparire sui cieli di Hiroshima e Nagasaki. Oggi il combustibile nucleare sta vivendo una seconda giovinezza da rockstar finanziaria. E indovinate di chi è il merito? Ancora una volta dei maghi del tech.

Nutrire i data center a pane, vento e sole è una scommessa già persa: l’Intelligenza artificiale non può mettersi in pausa se si calma la brezza o se scende la notte. I computer esigono energia continua, massiccia, con un fattore di capacità superiore al 92% (mentre pannelli e pale eoliche si fermano pigramente tra il 25% e il 35%). In più, questa energia deve essere pulita come uno specchio, senza emettere un solo grammo di CO2, per non rovinare le presentazioni sulla sostenibilità aziendale.

Ed ecco che Big Tech ha bussato alla porta dell’atomo, firmando contratti di fornitura blindati a lungo termine con le centrali nucleari. L’uranio è tornato a far battere il cuore dei mercati: dopo aver abbattuto il muro psicologico dei 100 dollari a inizio anno, i prezzi spot di Trading economics uranium si sono accomodati stabilmente intorno agli 85 dollari per libbra, mentre i contratti a lungo termine viaggiano felici oltre i 91 dollari.

Insomma, l’uranio ha tolto la maschera da protagonista dell’apocalisse ed è diventato l’energy drink preferito dai cervelloni della Silicon Valley. Praticamente, Homer Simpson ha appena ricevuto un’offerta di lavoro come stagista da Sam Altman ad OpenAI. Per i signori dell’algoritmo non è più un tizzone radioattivo da cui scappare a gambe levate, ma l’adrenalina che mette le ali ai sogni dell’Intelligenza artificiale.

Con uno dei colpi di scena più ironici della storia economica, la transizione ecologica ha scoperto che per far girare un futuro immacolato e “green” serve una poderosa, energetica spintarella dal vecchio e temutissimo atomo.

© Riproduzione Riservata