In Italia ci sono 3,7 milioni di lavoratori che non emettono fattura. Un popolo di «fantasmi fiscali» che, con il lockdown, è in forte crescita. E si ribella a divieti, leggi, minacce di multe e chiusure. Perché, per molti, fermarsi equivale a morire.
Una fotografia manipolata del premier Giuseppe Conte con un occhio nero e la bocca che gronda sangue e da cui spunta il fumetto: «Potete uscire quando volete». Sotto, a caratteri cubitali, la scritta: Nuovo Dpcm. A seguire, nella medesima chat su WhatsApp, fotografie di persone che si allenano in una palestra abusiva, a pochi chilometri da Firenze, e l’invito del proprietario a disertare le ferree regole da zona rossa.
«Io mi oppongo a tutto questo» sbotta Ludovico. Ha capelli scuri e occhi verdi, un piercing sul sopracciglio destro, l’aria da duro, 36 anni appena compiuti, la maggior parte dei quali impiegati fra sollevamento pesi e flessioni, fino alla decisione due inverni fa di mettersi in proprio: lasciare la struttura dove faceva il personal trainer per aprirne una sua nel garage sotto casa, e così allenare privatamente e rigorosamente in nero body builder.
«Siamo in una situazione apocalittica non solo dal punto di vista sanitario, rispetto al quale ognuno può avere il proprio pensiero, ma soprattutto economico: chiudere è far morire il Paese, non solo le nostre attività. Ma sulle spalle io ho altre tre persone. Durante la prima ondata nessuno mi ha aiutato e siccome tutto quello che hanno detto non è stato onorato, non rispetterò assolutamente nessuna delle leggi imposte. Se verranno a controllarmi, sarò multato. Ma di sicuro non mi fermerò».
Per quanto sia facile convincersi che questa sia una testimonianza isolata, la storia di Ludovico è più comune di quanto si creda. Certamente è ben lontana dalle altre a cui ci stiamo abituando: ristoratori e bar che agognano i riflettori per alimentare polemiche e sostenere vane pubblicità, minimarket che restano aperti oltre l’orario consentito (accadeva a Torino) o caffetterie che servono, nonostante i divieti, clienti a tavolino (numerosi i casi registrati dalla Campania al Piemonte).
È una vita di ordinaria clandestinità, ben diversa da quella del panettiere-spacciatore di Siracusa, recentemente fermato per non aver rispettato il coprifuoco (e in quell’occasione trovato in possesso di 36 dose di hashish e 25 di marijuana). Ed è anche una storia, quella di Ludovico, che apre uno squarcio sul lavoro clandestino in un Paese come l’Italia dove, secondo le più recenti stime Istat, sono perlomeno 3,7 milioni i lavoratori in nero.
Persone che non esistono né per l’Inps né per l’Agenzia delle entrate. Fantasmi che riescono, anche ai tempi del lockdown, a muoversi nelle zone grigie del sistema. Come a Milano, dove Caterina (massaggiatrice che si pubblicizza su Facebook per «prestazioni a domicilio»), Marcello (che si è reinventato «cuoco a casa tua») e la modista Matilde proseguono nella loro routine nonostante le restrizioni governative.
A nulla valgono neppure le multe, benché queste possano arrivare a sfiorare i 5.000 euro, perché fermarsi equivarrebbe a morire. E così questo momento, che potrebbe essere usato in modo lungimirante per far emergere ciò che per decenni ha galleggiato molto oltre la legalità, si sta trasformando in un trionfo del sommerso che si allarga a vista d’occhio, creando sacche di abusivi, nonché potenziali focolai.
Viaggiando nel Paese alla ricerca dei lavoratori illegali che con il Covid non si sono fermati, c’è da perdere la testa. Continuano a restare nel sommerso una valanga di badanti e babysitter perché, nonostante la sanatoria prevista dal decreto Rilancio dell’aprile scorso, la coperta è rimasta corta: sono arrivate solo poco più di 200.000 domande di regolarizzazione tra colf e braccianti; milioni di addetti ne sono rimasti fuori.
«È evidente che non basta un provvedimento straordinario per risolvere un problema strutturale» nota Francesco Daveri, economista e professore alla Bocconi di Milano. La macchia nera del lavoro sommerso rischia oggi di allargarsi a vista d’occhio e coinvolgere anche chi non ne faceva parte. Come Elsa, 22 anni e un centro estetico alle porte di Siena. «Ho iniziato la mia attività da poco più di un anno chiedendo un prestito allucinante. E se non lavoro muoio» commenta, con gli occhi lucidi. «So benissimo che mi possono chiudere il negozio, ma se non pago il mutuo la fine che farò è la stessa. Adesso non ho scelta. Almeno ci provo».
Ed è in questa paventata cultura del «provarci» che s’insinua il credo, spesso dettato dalla sopravvivenza, della resistenza alle leggi imposte. Emblematico il caso di Nicola, da oltre 10 anni titolare a Lodi di un noto franchising di fast fashion, che ha dovuto riscrivere la sua etica per non fallire. «Io la merce la devo pagare, altrimenti mi tolgono il marchio. Adesso ho uno “scoperto” in banca di 360.000 euro e due ipoteche sulla casa. Sono stato obbligato prima a investire in attrezzature sanificanti, dunque a chiudere. Mi sono dovuto ingegnare. Ho iniziato a mandare messaggi ai clienti affezionati, invitandoli ad acquistare con sconti che di norma pratico a fine saldi, fino al 70%».
Così l’esercizio della fantasia italica ha trovato una nuova dimensione: i saldi sono diventati anticipati e da capogiro per resistere alla concorrenza spietata dell’online, e gli acquisti hanno adottato regole da carboneria. Alcuni sono fatti in videochiamata, altri via messaggio, altri ancora invitando i clienti in sessioni private rigorosamente a serrande chiuse, altri ancora a domicilio. «Porto a casa del cliente i capi cui è interessato, in modo che possa provarli con calma e poi acquistarli» aggiunge Nicola. La vendita ovviamente è in nero. Non vengono emessi scontrini o ricevute, perché il negozio dovrebbe essere chiuso. «Senza rendermene conto» conclude sconsolato «mi sono ritrovato evasore a 62 anni».
È un meccanismo di «immersione» senza precedenti, che si basa sull’abile aggiramento delle regole ma apre anche una complessa questione che tocca l’etica, la politica e, non ultima, la sopravvivenza. «È sempre sbagliato puntare il dito conto qualcuno» riflette Daveri. «Credo che le istituzioni abbiano fatto il possibile per tutelare i lavoratori più a rischio, a partire dagli autonomi. Non bisogna però fermarsi a bonus e sussidi, ma creare condizioni strutturali perché siano tutelati i percorsi e gli sforzi lavorativi che ciascuno compie, in modo che nessuno sia costretto o a rinunciare o a cadere nell’irregolarità che pare oggi più che mai destinata ad aumentare».
A conferma, arrivano le stime del centro studi della Cgia, associazione artigiani e piccole imprese di Mestre. Secondo le proiezioni, entro la fine del 2020 circa 3,6 milioni di italiani potrebbero perdere il lavoro, e una fetta consistente di quest’emorragia di esuberi potrebbe inabissarsi nell’economia sommersa. A questo punto, il pericolo non è solo quello di accettare paghe al ribasso, ma di farlo mettendo in gioco anche la propria salute.
