A Perugia un giovane di 17 anni progettava una strage, tipo quella compiuta 26 anni fa da uno studente americano alla Columbine high school. A Bergamo un ragazzino di 13 anni ha provato ad ammazzare l’insegnante di francese perché si sentiva umiliato. A Napoli un altro diciassettenne ha accoltellato nei bagni della scuola uno studente di 14. Episodi di cronaca nera che hanno fornito a Walter Veltroni l’occasione per un lungo articolo sul Corriere della Sera, con l’intento di spiegare il dolore dei ragazzi. L’ex segretario del Pd, divenuto da tempo editorialista principe del quotidiano di via Solferino, per capire quanto si sentano «soli e giudicati» gli adolescenti di oggi ha riunito a Padova i rappresentanti di sei licei e con loro si è messo a discutere di quella che ha definito un’emergenza nazionale.
Sono d’accordo con Veltroni sul fatto che il disagio giovanile, ma soprattutto la violenza dei minorenni, sia un fenomeno allarmante. Non credo, però, alla questione nazionale, perché mi risulta che la delinquenza degli adolescenti non sia un’esclusiva italiana, ma si registri nella maggior parte dei cosiddetti Paesi civili. Tuttavia, il tema non è se gli accoltellamenti e – in generale – l’esplosione di aggressività siano un prodotto della nostra cultura oppure qualcosa che non è racchiuso dentro i confini del Paese. Il tema che mi pare più urgente è capire le origini del fenomeno, che negli ultimi tempi ha assunto dimensioni preoccupanti.
Il dolore dei ragazzi e le denunce contro la società
Veltroni nel suo articolo ha dato voce agli stessi ragazzi e, tra le cause elencate, ci sono generiche denunce contro la scuola che non li capisce, contro la società che è troppo competitiva, contro la vita che va troppo in fretta, contro gli insegnanti che «non simulano la democrazia», contro il giudizio degli altri, contro la guerra e la seduzione digitale. Un lungo elenco di motivi vaghi, messi in fila durante una specie di assemblea sessantottina, dove ognuno ha potuto dare sfogo ai propri pensieri. In pratica, una sorta di seduta di autocoscienza collettiva, giunta dopo il suicidio di due studentesse.
«I rappresentanti di istituto», ha spiegato Veltroni, «hanno deciso di rompere il muro di silenzio, lanciando un appello pubblico per riflettere sulla solitudine, sulla fragilità emotiva, sul senso di smarrimento che molti ragazzi vivono quotidianamente senza sapere come affrontarli». Per l’ex segretario del Pd si è trattato di un atto di coraggio civile, «un modo di farsi carico di un disagio comune e anche un esplicito invito all’impegno per tutte le istituzioni: scolastiche, comunali, regionali e nazionali». In particolare, mi ha colpito una frase, attribuita a un ragazzo: «Ci vengono venduti modelli di vita, ma sono omologati. Ci viene negata la varietà del mondo. Dovremmo avere uguali diritti, tutti, per poter essere diversi gli uni dagli altri».
Il confronto generazionale e l’ansia da prestazione
Non so voi, ma io dopo aver letto il lungo «reportage» attorno all’universo giovanile, che l’ex sindaco di Roma ed ex direttore dell’Unità definisce un viaggio dentro il dolore dei ragazzi, mi sono chiesto le seguenti cose. Ma le generazioni precedenti, la mia, quella di Veltroni stesso e delle persone tra i quaranta e i sessant’anni, come hanno fatto a crescere superando l’ansia da prestazione, la scuola competitiva, gli insegnanti che non simulano la democrazia, la società che ti lascia indietro e i modelli di vita omologati che sono stati loro venduti? Come è stato possibile superare lo choc delle guerre in Vietnam e in Medioriente, l’invasione dell’Afghanistan e il conflitto in Jugoslavia? Come siamo riusciti ad attraversare una stagione di terrore e di terrorismo, con i morti per strada e le bombe sui treni?
La famiglia come grande assente nel dibattito
L’ex piddino pare dare la colpa a un mondo marcio, a una società insensibile, alla scuola, a comuni, regioni, governo, che non si rendono conto dell’emergenza nazionale. Però di una sola cosa non parla: della famiglia. Questo nucleo sociale è il grande assente del discorso. Ci sono i social ma non papà e mamma che, nelle elucubrazioni sociologiche dei giovani e dell’ex segretario dem, paiono fantasmi. Convitati di pietra a cui nessuno chiede conto di quale sia la loro relazione con i figli, né se siano a conoscenza degli stati d’animo che attraversano quei ragazzi che dormono nella stanza accanto.
Si parla di educatori, di psicologi, di presidi: mai di genitori. I quali, forse, vengono tenuti in disparte in attesa di sostituirli con gli assistenti sociali, come accaduto con la famiglia del bosco. O magari, perché no, presto il dialogo con padre e madre potrebbe essere affidato all’assistente digitale di ChatGpt. Forse l’Intelligenza artificiale sa come si cresce un figlio. Sa soprattutto una cosa semplice, ossia che, per non lasciarlo solo, bisogna stargli a fianco.
