Roma, Milano, Torino, Napoli: sono i soliti esempi che si fanno quando si parla di grandi città, sebbene si tratti di realtà ben diverse tra loro. Esempi che ci portano immediatamente alla latitanza del centrodestra negli ultimi anni, quindi ad una domanda che sintetizza una questione politica di fondo: perché l’attuale compagine di governo non é più in grado di far funzionare la “catena di montaggio” che dal locale arriva al nazionale? Sia chiaro, esempi di amministrazioni cittadine importanti governate da uomini di Fratelli d’Italia, piuttosto che della Lega o di Forza Italia ce ne sono; ma è proprio sulle grandi realtà che non si vedono né classe dirigente né la tesi di “quale governo locale”.
Dicevamo che l’espressione grandi città significa tutto e significa nulla, specie con le recenti modifiche che tendono alla aggregazione sul modello delle città metropolitane. La tipicità di Torino non si ritrova nella pur vicina Milano, con la quale la creazione dell’asse narrativo c’è stata, sta funzionando, ma non ha una estensione contagiosa in merito agli sviluppi urbanistici, industriali e sociali. Lo stesso vale per le tre gradi realtà del Sud: Napoli, Bari e Palermo. Per non dire di Roma che gioca una partita a sé.
Se dunque siamo alla piena esplosione delle città come grande e interessante laboratorio politico – persino più affascinante delle Regioni, centro di potere che sta replicando nel bene e nel male l’impianto dello Stato centrale – diventa obbligatorio sviluppare a destra il famoso dibattito politico sul “chi siamo e dove vogliamo andare”. I tentativi andati a vuoto – talvolta con imbarazzanti candidati Carneade entrati e usciti dal caleidoscopio elettorale – sono stati troppi ma superato il lutto della sconfitta (sempre secondo l’adagio per cui la vittoria ha mille padri mentre le scoppole sono orfane) pare che nessuno si sia messo lì per capire le cause dello scollamento tra voto amministrativo e voto politico; accade spesso che nelle stesse aree dove per le Politiche si votava centrodestra, per le Comunali scelgono il centrosinistra o il civismo a essa collegato.
I nomi dei candidati sono fondamentali, ma se tutto il dibattito si blocca lì rischiamo di avviarci alla riedizione di copioni già visti e che laddove voltassero verso un nuovo finale (vittoria anziché sconfitta) sarebbe per il rigetto all’assuefazione all’offerta del centrosinistra.
Questo non è un elemento sufficiente per gestire le realtà complesse. I temi delle direzioni da imprimere alle periferie o di quale modello di crescita immobiliare prediligere sono fondamentali a livello macro, e impattano con la gestione dei presìdi medici (sempre di meno a tal punto che le farmacie diventano ambulatori) o dei servizi come le scuole o dei trasporti, oppure ancora degli spazi commerciali (hanno diritto di vivere solo i grandi centri commerciali e le catene monobrand?) e delle riconversioni di vecchi siti industriali e più in generale i poli aggregativi.
Eppure non basta: su questi argomenti incombe una realtà che è già nel sottopelle urbanistico, le “smart city”. Non mi interessa come voglia affrontarli il centrosinistra, ma il centrodestra sta studiando questi modelli? La sua classe dirigente politica è in grado di resistere alle tentazioni dei nuovi guru? Lo domando perché vedo una destra molto affascinata dai “miti” della nuova Silicon Valley, i quali hanno già scritto e dichiarato che la nuova loro frontiera è quella di elidere la politica poiché inutile; sarà la Ia a risolvere i problemi delle comunità locali. E le “città intelligenti” sono un passaggio di questo nuovo mondo.
Io purtroppo vedo troppa leggerezza e troppo entusiasmo adolescenziale nelle file dei politici: tutti a vendersi come acceleratori di progetti ad alta intensità tecnologica, secondo una ipnosi di incanto digitale. La smart city come comunità connessa e perfetta, addirittura in grado di anticipare la commissione di reato: ce la venderanno così e noi ci crederemo fino a quando capiremo che ci hanno tolto la libertà. I nuovi Padroni, attraverso il controllo dei dati, diventeranno i proprietari dei servizi, e poi delle realtà e infine delle vite dei cittadini/utenti delle smart city.
I sindaci non possono diventare degli influencer delle loro città, passando dal video in un cantiere a quello in un data lab dove confluiscono le immagini delle telecamere sparse nelle città; i sindaci devono sapere gestire – anche attraverso le tecnologie – dinamiche sociali in evoluzione, dando concretezza alla dimensione politica. A maggior ragione se i confini delle città si allargano in (improbabili) formati XXL.
